Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23120 del 14/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 14/11/2016, (ud. 28/09/2016, dep. 14/11/2016), n.23120

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19574/2013 proposto da:

P.P., ((OMISSIS)), titolare dell’omonima ditta,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA RIMINI N. 14, presso lo

studio dell’avvocato NICOLETTA CARUSO, rappresentato e difeso

dall’avvocato GAETANO SORBELLO giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F.D., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

P. MATTEUCCI N. 44, presso lo studio dell’avvocato MILENA CIPOLLONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato EMILIA BONFIGLIO, giusta

procura speciale a margine controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 809/2013 della CORTE D’APPELLO di MESSINA del

16/4/2013, depositata il 6/5/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/9/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata alle parti:

“Con sentenza resa in data 6 maggio 2013, la Corte di appello di Messina, nel giudizio di impugnazione proposto da F.D., nei confronti di P.P., avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede (che aveva rigettato il ricorso del F., apprendista muratore alle dipendenze del P. nel periodo dal 20 aprile 2001 al 30 luglio 2004, avente ad oggetto differenze retributive, per l’intervenuta decadenza di cui all’art. 36 del c.c.n.l. Edili), accoglieva l’originaria domanda e condannava l’appellato al pagamento in favore del ricorrente della somma di Euro 6.380,04 oltre accessori e quota di t.f.r. maturata in relazione a tale somma. Riteneva la Corte territoriale che il F. avesse avanzato richiesta di corresponsione entro il semestre dalla cessazione del rapporto e pertanto non fosse incorso in alcuna decadenza; riteneva, inoltre, che fosse risultata provata la dedotta prestazione lavorativa resa con continuità e per un numero di ore superiore a quello risultante dalle buste paga; quantificava le somme spettanti (tenendo conto dell’orario settimanale contrattualmente previsto) a mezzo di consulenza tecnica d’ufficio.

Avverso tale sentenza P.P. propone ricorso affidato a quattro motivi.

F.D. resiste con controricorso.

Va preliminarmente esaminata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 365 c.p.c., che è infondata.

Come da questa Corte già affermato, il mandato apposto in calce o a margine del ricorso per cassazione è, per sua natura, speciale, senza che occorra per la sua validità alcuno specifico riferimento al giudizio in corso od alla sentenza contro la quale si rivolge, poichè il carattere di specialità è deducibile dal fatto che la procura al difensore forma materialmente corpo con il ricorso al quale essa si riferisce (cfr. ex multis Cass. 3 luglio 2009, n. 15692; Cass. 22 gennaio 2015, n. 1205).

Ciò precisato, con i motivi di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti collettivi e accordi collettivi nazionali di lavoro in relazione all’art. 36 c.c.n.l. 29 gennaio 2000 per le imprese edili e affini, dell’art. 2113 c.c. e art. 115 c.p.c., dell’art. 2697 c.c., l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, la violazione dell’art. 112 c.p.c.. Si lamenta che la Corte territoriale abbia ritenuto provata, al fine di escludere la decadenza di cui all’art. 36 del c.c.n.l., l’esistenza di un atto interruttivo del termine ivi previsto non risultando dalla produzione del ricorrente alcun atto dimostrativo dell’esercizio da parte del F. del proprio diritto di reclamare spettanze retributive arretrate. Si assume, poi, che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di appello, il F. non avesse fornito alcuna prova dello svolgimento dell’attività lavorativa tutti i giorni dal lunedì al venerdì di ogni settimana, di non essersi mai assentato per infortunio o per altri motivi. Si sostiene che erroneamente non sarebbe stato dato ingresso ad un supplemento di consulenza a fronte di un elaborato peritale che aveva quantificato anche spettanze relative al mese di agosto, mese in cui il cantiere era chiuso e che, in ogni caso, nella quantificazione delle differenze spettanti sarebbero state considerate voci (e così permessi nella misura del 4,95%, indennità di trasporto e indennità di mensa) non richieste in sede di ricorso introduttivo.

I motivi sono tutti da disattendere.

Si rilevano innanzitutto profili di improcedibilità dei rilievi incentrati sulla violazione della norma del c.c.n.l. atteso che non risulta soddisfatto l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, così come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 7, di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda”. Cass., Sez. L, 3 novembre 2011, n. 22726. E’ pur vero che il suddetto onere, può essere adempiuto, in base al principio di strumentalità delle forme processuali – nel rispetto del principio di cui all’art. 111 Cost., letto in coerenza con l’art. 6 della CEDU, in funzione dello scopo di conseguire una decisione di merito in tempi ragionevoli – anche mediante la riproduzione, nel corpo dell’atto d’impugnazione, della sola norma contrattuale collettiva sulla quale si basano principalmente le doglianze (cfr. Cass. 7 luglio 2014, n. 15437) ciò però a condizione che il testo integrale del contratto collettivo sia stato prodotto nei precedenti gradi di giudizio e, nell’elenco degli atti depositati, posto in calce al ricorso, vi sia la richiesta, presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, di trasmissione del fascicolo d’ufficio che lo contiene. Nel caso in esame non vi è traccia in ricorso del deposito integrale nel corso del giudizio di merito del c.c.n.l..

Tanto chiarito, si osserva che, quanto alla denunciata violazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., parte ricorrente incorre nell’equivoco di ritenere che la violazione o la falsa applicazione di norme di legge, sostanziale o processuale, dipendano o siano ad ogni modo dimostrate dall’erronea valutazione del materiale istruttorio. Al contrario, un’autonoma questione di malgoverno dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., può porsi, rispettivamente, solo allorchè il ricorrente alleghi che il giudice di merito: 1) abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; 2) abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione; 3) abbia invertito gli oneri probatori. E poichè, in realtà, nessuna di queste tre situazioni è rappresentata nei motivi anzi detti, le relative doglianze sono mal poste.

E’ pur vero che il ricorrente si duole della attribuita rilevanza alla lettera del 3 novembre 2004 riprodotta in sede di ricorso per cassazione, ritenuta sufficiente a dare contezza dell’esercitato diritto entro il termine decadenziale, assumendo che la stessa non avrebbe potuto avere la valenza probatoria che la Corte territoriale le ha attribuito. Tuttavia non pare che tale documento sia stato acriticamente recepito dalla Corte territoriale che, anzi, ha spiegato le ragioni per le quali dal “tenore inequivocabile” dello stesso si poteva ricavare l’avvenuta interruzione del termine semestrale (peraltro in conformità con il principio espresso da questa Corte in materia di interruzione del termine di prescrizione: si vedano Cass. 29 marzo 2012, n. 5084; Cass. 23 giugno 2008, n. 17018; Cass. 6 febbraio 1989, n. 729; Cass. 18 giugno 1980, n. 3886 secondo cui: “la prova dell’avvenuta interruzione della prescrizione può essere ricavata anche in via presuntiva dallo scritto col quale il debitore, rispondendo a diffide o contestazioni del creditore, dimostri per ciò solo di avere ricevuto un atto avente tutte le caratteristiche della costituzione in mora”. Si aggiunga che in ipotesi di ricorso alla prova presuntiva, resta riservata all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito la sussistenza sia dei presupposti per il ricorso a tale mezzo di prova, sia dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge, con valutazione sindacabile in sede di legittimità solo quanto alla congruenza della relativa motivazione, con la precisazione che, per aversi una presunzione giuridicamente valida, non occorre che tra il fatto noto e il fatto ignoto sussista una relazione avente carattere di assoluta ed esclusiva necessità, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile secondo un criterio di normalità (cfr. Cass. 11 febbraio 2011, n. 3394).

Va, in ogni caso, aggiunto, quanto ai suddetti profili di violazione di legge, che è costante l’insegnamento di questa Corte per cui il vizio di violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena di inammissibilità, dedotto non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, cosi da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare i! fondamento della denunziata violazione (così e per tutte, Cass. 26 giugno 2013, n. 16038).

E’ di tutta evidenza che, tanto con riguardo alle sopra indicate violazioni di legge quanto con riguardo al preteso malgoverno delle risultanze istruttorie, pur sotto un’intitolazione evocativa dei casi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, parte ricorrente non ha formulato altro che pure questioni di merito, il cui esame è per definizione escluso in questa sede di legittimità.

La Corte territoriale, lungi dall’applicare impropriamente la regola dell’onere delle prova ovvero dal considerare irregolarmente le fonti di prova sottoposte alla sua valutazione, ha ritenuto che il ricorrente, cui incombeva il relativo onere, avesse dimostrato che, come previsto dalla disposizione pattizia, il reclamo sul salario ovvero ogni altra richiesta inerente al rapporto di lavoro fosse stata debitamente presentata, nel rispetto del termine decadenziale (sostanziale), entro i sei mesi dalla cessazione del rapporto (irrilevante essendo ogni questione posta dalla parte appellata con riguardo al successivo tentativo obbligatorio di conciliazione – ed al relativo effetto sospensivo – che opera sul diverso piano della proponibilità dell’azione giudiziaria e che riguarda – solo – le c.d. decadenze processuali).

Rispetto a tale argomentazione così come rispetto alla valutazione della prova testimoniale ed al mancato esercizio del potere (discrezionale) di disporre un supplemento di consulenza, i rilievi della ricorrente impingono in valutazioni di fatto riservate al giudice di merito, sollecitando soltanto una nuova lettura delle risultanze probatorie, operazione preclusa in sede di legittimità.

Va, inoltre, osservato che, a seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), convertito in L. n. 134 del 2012, applicabile, in base al comma 3 della medesima norma, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione, e dunque dall’11/9/2012, è deducibile solo il vizio di omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti; il controllo della motivazione è, così, ora confinato sub specie nullitatis, in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4, il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, configurabile solo nel caso di “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, di “motivazione apparente”, di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e di “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. Cass., Sez. Un., n. 8053/14).

Nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte territoriale; sicchè neppure potrebbe trattarsi di omesso esame, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dall’odierno ricorrente.

In conclusione, si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5.

2 – Non sono state depositate memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e che ricorra con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione il ricorso va rigettato.

5 – Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico del ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo.

6 – Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

La suddetta condizione sussiste nella fattispecie in esame.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso spese forfetario nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 novembre 2016

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