Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23113 del 22/10/2020

Cassazione civile sez. II, 22/10/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 22/10/2020), n.23113

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3060/2016 proposto da:

S.G., elettivamente domiciliata in Roma, Via Imera, 16,

presso lo studio dell’avvocato Fiorella D’arpino, rappresentata e

difesa dall’avvocato Paolo Micozzi;

– ricorrente –

contro

ATER AZIENDA TERRITORIALE EDILIZIA RESIDENZIALE PROVINCIA (OMISSIS),

elettivamente domiciliata in Roma, Via F. Confalonieri 5, presso lo

studio dell’avvocato Andrea Manzi, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Gabriele Bicego;

– controricorrente –

e contro

REGIONE VENETO, COMUNE PADOVA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2652/2015 della Corte d’appello di Venezia,

depositata il 13/11/2015;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/03/2020 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte;

letta la requisitoria del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– il presente giudizio trae origine dalla citazione notificata dalla S. all’Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale – A.T.E.R. della Provincia di (OMISSIS) (d’ora in poi solo ATER), alla Regione Veneto ed al Comune di Padova con cui li conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Padova al fine di conseguire l’accertamento del diritto all’acquisto agevolato dell’alloggio sito in (OMISSIS) già assegnatole nel 1995 in virtù del suo status di profuga (rimpatriata dalla Libia);

– costituitosi in giudizio ATER contestava la fondatezza della domanda dell’attrice mentre restavano contumaci la Regione Veneto ed il Comune di Padova;

– l’adito tribunale rigettava la domanda proposta dall’attrice argomentando che la normativa in materia di assegnazione di alloggi presupponeva, ai fini dell’esercizio del diritto di riscatto, che l’assegnatario possedesse lo status di profugo, requisito assente nel caso di specie, dal momento che l’attrice aveva ricevuto l’assegnazione dell’alloggio di edilizia pubblica nel 1995, non in base della L. n. 137 del 1952, artt. 17 e 18, ma in forza delle leggi regionali n. 19 del 1990 e n. 10 del 1996;

– proposto gravame da parte della S., la Corte d’appello di Venezia, con la sentenza qui impugnata, premesso che l’appellante aveva avuto in assegnazione l’alloggio nel (OMISSIS), in forza della L.R. n. 19 del 1990 e L.R. n. 10 del 1996, per essere rientrata nella ordinaria graduatoria disposta dal Comune di Padova per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, sia pure in virtù della qualifica di “profuga”, respingeva l’impugnazione;

– osservava infatti la corte territoriale che non trovano applicazione nell’assegnazione dell’alloggio di specie le disposizioni della L. n. 137 del 1952 e successive modifiche e quelle della L. n. 388 del 2000, in relazione alla L. n. 560 del 1993, art. 1, comma 24;

– in particolare, non sono applicabili le disposizioni che, nel prevedere il trattamento agevolato di acquisto in favore dei profughi, fanno riferimento espressamente a quei determinati immobili ad essi destinati ai sensi della L. n. 137 del 1952, artt. 17 e 18 e successive modifiche, non potendosi estendere generalmente tali agevolazioni ai soggetti solo perchè aventi la qualità di profugo;

– conseguentemente, solo chi risulti assegnatario di quegli specifici alloggi in applicazione delle suddette disposizioni di legge può far valere il diritto all’acquisto agevolato;

– poichè nel caso di specie la S. ha avuto in locazione un alloggio che non faceva parte di quelli destinati per la quota del 15% ai profughi, ovvero di quelli da adibire “per la sistemazione dei profughi…” veniva ribadita l’esclusione dalla possibilità di applicare all’assegnazione fatta a suo favore la facoltà di riscatto, di cui alla L. n. 560 del 1993, art. 1, comma 24, che attribuisce detta facoltà solo agli “assegnatari di alloggi realizzati ai sensi della L. n. 137 del 1952 e successive modificazioni;

– peraltro, ad avviso della corte territoriale tale normativa non era censurabile per violazione dell’art. 3 Cost.;

– la cassazione della sentenza d’appello è chiesta dalla signora S. con tempestivo ricorso affidato ad un unico motivo cui resiste ATER con controricorso illustrato da memoria ex art. 380 bis c.p.c.;

– non hanno svolto attività difensiva gli altri intimati.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con l’unico motivo si censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione delle seguenti norme giuridiche: della L. n. 380 del 2000, art. 45, comma 3, L. n. 865 del 1971, D.P.R. n. 1036 del 1972 e D.P.R. n. 1035 del 1972, della L. n. 560 del 1993, art. 1, comma 24, L. n. 388 del 2000, art. 45, comma 3, L. n. 182 del 1961, L. n. 350 del 2003, commi 223 e 224, L. n. 542 del 1996, art. 5, L. n. 173 del 1958, art. 5,L. n. 1219 del 1960, L. n. 137 del 1952, L. n. 763 del 1981, art. 34, L.R. Veneto n. 19 del 1990;

– la censura è inammissibile;

– come affermato dalle Sezioni unite di questa Corte nella sentenza n. 17555 del 2013 il ricorso per cassazione con cui si denuncia la violazione di legge in relazione ad un intero corpo di norme è inammissibile, precludendo al collegio di individuare la norma che si assume violata o falsamente applicata ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4;

– in relazione al contenuto del ricorso per cassazione, previsto a pena d’inammissibilità, appare necessario ribadire la portata di tale disposizione;

– per un verso, infatti, costituisce principio consolidato che in tema di ricorso per cassazione, l’indicazione delle norme che si assumono violate non è un requisito autonomo ed imprescindibile ai fini dell’ammissibilità della censura, ma solo un elemento richiesto al fine di chiarirne il contenuto e di identificare i limiti dell’impugnazione, sicchè la relativa omissione può comportare l’inammissibilità della singola doglianza soltanto se gli argomenti addotti dal ricorrente non consentano di individuare le norme ed i principi di diritto asseritamente trasgrediti, così precludendo la delimitazione delle questioni sollevate (cfr. Cass. 10501/1993; id. 12929/2007; id. 25044/2013; id. 21819/2017);

– per altro verso, la formulazione del motivo articolata nell’indicazione di intere leggi, senza alcuna indicazione della specifica disposizione e del principio di diritto che si assume violato rispetto ad essa, preclude parimenti al collegio di individuare la censura effettivamente sollevata e, pertanto, di adempiere all’obbligo di pronunciare in termini al contempo coincisi ed utili sull’impugnazione, in attuazione del generale potere/dovere del giudice sancito dall’art. 112 c.p.c., senza incorrere nell’erronea ricostruzione del motivo di cassazione;

– ciò posto nel caso di specie, il motivo di ricorso non illustra e delimita nella parte espositiva il richiamo operato nella rubrica ad interi corpi legislativi, rimettendo inammissibilmente al Collegio di selezionare e circoscrivere la portata dei richiami rispettivamente fatti dalla ricorrente alla L. n. 865 del 1971, D.P.R. n. 1036 del 1972 e D.P.R. n. 1035 del 1972, L. n. 182 del 1961, L. n. 350 del 2003, commi 223 e 224, L. n. 1219 del 1960, L. n. 137 del 1952, L.R. Veneto n. 19 del 1990, ed ai principi di diritto rilevanti da esse ricavabili;

– l’inammissibilità del motivo comporta l’inammissibilità del ricorso e, in applicazione del principio di soccombenza, la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese di lite nella misura liquidata in dispositivo;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore della controricorrente ATER, che liquida in Euro 4000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per rimborso spese generali ed oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2020

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