Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23113 del 17/09/2019

Cassazione civile sez. lav., 17/09/2019, (ud. 29/05/2019, dep. 17/09/2019), n.23113

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9594-2014 proposto da:

S.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA AUGUSTO RIBOTY 3,

presso lo studio dell’avvocato ITALO MASTROLIA, rappresentata e

difesa dall’avvocato FRANCO ROSA;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CESARE BECCARIA 29, presso lo studio dell’avvocato CLEMENTINA

PULLI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato EMANUELA

CAPANNOLO, MAURO RICCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1295/2013 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 10/10/2013 R.G.N. 736/2012.

Fatto

RILEVATO

CHE:

Il Tribunale di Salerno accoglieva parzialmente la domanda proposta da S.L. nei confronti dell’INPS e dichiarava, all’esito di c.t.u. m.l., il diritto dell’assicurata all’assegno ordinario di invalidità L. n. 222 del 1984, ex art. 1 a far data dal 1.6.11, condannando l’Istituto a corrispondere i relativi ratei, oltre accessori come per legge.

La pronuncia veniva gravata dall’INPS; resisteva l’assicurata.

Con sentenza depositata il 10.10.13, la Corte d’appello di Salerno, rinnovata la c.t.u., accoglieva l’impugnazione e rigettava la domanda della S., compensando le spese.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso quest’ultima, affidato ad unico motivo, cui resiste l’INPS con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

La ricorrente denuncia l’omessa pronuncia della sentenza impugnata circa l’eccezione di inammissibilità dell’appello per difetto di specificità dei motivi, proposta nella memoria ex art. 436 c.p.c., evidenziando che l’INPS si era limitato a contestare il riconoscimento della prestazione sulla base di un parere medico legale.

Il ricorso è infondato.

Ed invero la sentenza impugnata, nel disporre la rinnovazione della c.t.u. e decidendo nel merito, ha evidentemente implicitamente (e correttamente, per quanto si dirà infra) rigettato l’eccezione, sicchè la censura appare infondata. Occorre comunque evidenziare che nella specie non è applicabile, ratione temporis, l’art. 434 c.p.c. nel più rigoroso testo introdotto, con decorrenza dall’11.9.12, dalla L. n. 134 del 2000, posto che il gravame risulta proposto in data 30.4.12.

Ciò detto deve considerarsi che risultando dal gravame proposto dall’INPS: la decisione impugnata, l’esito e l’iter motivazionale della stessa, le ragioni, sia pur evinte da parere medico legale di un sanitario dell’Istituto, per cui l’Istituto dissentiva dal giudizio di invalidità espresso dal primo giudice sulla scorta della c.t.u. disposta in primo grado, l’appello, peraltro neppure riportato nel presente ricorso in violazione delle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (cfr. Cass. sez.un. 8077/12), non può che considerarsi rituale, con la conseguenza che deve comunque escludersi la cassazione della sentenza sulla base di una doglianza in diritto che risulta infondata, dovendosi in tal caso questa S.C. limitarsi a correggere la motivazione della sentenza (Cass. n. 3388/05, Cass. n. 18190/06, Cass. n. 28663/13, Cass. sez. un. 2731/17), anche in base ai principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost., comma 2.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Non avendo la ricorrente prodotto documentazione la dichiarazione reddituale di cui all’art. 152 d.a. c.p.c., le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 29 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 settembre 2019

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