Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23097 del 03/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 03/10/2017, (ud. 28/06/2017, dep.03/10/2017),  n. 23097

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

F.V., rappresentata e difesa dall’Avvocato EMILIO

LONGOBARDI;

– ricorrente –

contro

TCS TENDE DI C.S.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 701/2014 del TRIBUNALE di TORRE ANNUNZIATA,

depositata il 18/03/2014;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

F.V. ha proposto ricorso articolato in cinque motivi avverso la sentenza n. 701/2014, pronunciata, ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c., dal TRIBUNALE di TORRE ANNUNZIATA, che rigettava l’appello proposto dalla stessa F. avverso la sentenza resa in primo grado dal Giudice di Pace di Castellamare di Stabia.

Rimane intimata, senza svolgere attività difensive, C.S., titolare dell’impresa individuale TCS Tende.

F.V. aveva domandato al Giudice di Pace di Castellamare di Stabia la condanna della TCS Tende di C.S. alla risoluzione del contratto intercorso tra le parti in data 30 maggio 2008, avente ad oggetto l’installazione di una tenda da sole a cappottina ad una finestra dell’appartamento dell’attrice, con condanna della convenuta alla restituzione del prezzo di Euro 350,00. La F. aveva lamentato che la tenda fosse corta e perciò non riparava dal sole, tant’è che l’installatrice l’aveva ritirata nell’ottobre 2008 e non l’aveva più restituita. Il Giudice di Pace, con sentenza del 26 maggio 2010, aveva rigettato le domande della F.. Il Tribunale di Torre Annunziata, nel rigettare l’impugnazione, riteneva giustificata “la esclusione del teste” Co.Vi., in quanto fondata sul “conflitto di interessi” con la TCS; aggiungeva che, a prescindere dalla controversa qualificazione del contratto come vendita o come appalto, era risultato dall’istruttoria che la tenda fu “aggiustata” dalla TCS con una balza risolutiva dell’inconveniente.

Il primo motivo del ricorso di F.V. denuncia la violazione della L. Fall., art. 43, comma 3, e degli artt. 304 e 298 c.p.c., essendo C.S. fallita con sentenza del Tribunale di Torre Annunziata n. 57/2012 del 15 novembre 2012, tant’è che la causa ottenne un rinvio ex art. 309 c.p.c., all’udienza del 10 dicembre 2013, sebbene poi all’udienza seguente del 17 dicembre 2013 comparve il difensore della TCS Tende, chiedendo che il giudizio proseguisse, mentre lo stesso doveva essere interrotto.

Il secondo motivo di ricorso deduce l’omesso esame di fatto decisivo (la mancata restituzione della cappottina parasole ritirata dalla TCS Tende nell’ottobre 2008).

Il terzo motivo di ricorso allega la violazione degli artt. 1655,1667 e 1668 c.c..

Il quarto motivo denuncia la violazione dell’art. 246 c.p.c..

Il quinto motivo censura la violazione del D.L. n. 1 del 2012, art. 9, e del D.M. n. 140 del 2012, artt. 4 e 11.

Il primo motivo di ricorso è fondato e il suo accoglimento assorbe l’esame delle restanti censure.

Dalla visura camerale allegata al ricorso risulta che C.S., titolare dell’impresa individuale TCS Tende, fu dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Torre Annunziata n. 57/2012 del 15 novembre 2012.

Deve perciò avere applicazione la L. Fall., art. 43, come modificato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 41, ed operante, ai sensi dell’art. 153, del D.Lgs. citato, anche nei giudizi anteriormente pendenti, a partire dal 16 luglio 2006, con consequenziale automaticità dell’interruzione del processo a seguito della dichiarazione di fallimento, purchè quest’ultima sia intervenuta successivamente a tale data (Cass. Sez. 2, 07/04/2017, n. 9124; Cass. Sez. 3, 28/12/2016, n. 27165; Cass. Sez. L, 07/03/2013, n. 5650).

Tale automaticità dell’interruzione del processo a seguito della dichiarazione di fallimento della parte opera anche se il giudice e le altri parti non ne abbiano avuto conoscenza (rilevando la conoscenza legale dell’evento interruttivo, piuttosto, al fine del decorso del termine per la riassunzione), con preclusione di ogni ulteriore attività processuale, che, se compiuta, è causa di nullità degli atti successivi e della sentenza, con la conseguenza che la nullità della sentenza di appello può essere dedotta e provata per la prima volta nel giudizio di legittimità, con la produzione dei documenti relativi all’evento a norma dell’art. 372 c.p.c., e che, nel caso di accoglimento del ricorso, la sentenza, ai sensi dell’art. 383 c.p.c., deve essere cassata con rinvio ad altro giudice di pari grado, nella stessa fase in cui si trovava il processo alla data dell’evento interruttivo.

Ne consegue che, cassata la sentenza impugnata, la causa va rinviata, in applicazione della norma generale di cui all’art. 383 c.p.c., al Tribunale di Torre Annunziata in persona di diverso magistrato.

Il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

PQM

 

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbiti i restanti motivi, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per provvedere sulle spese del giudizio di cassazione, al Tribunale di Torre Annunziata in persona di diverso magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 28 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2017

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