Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2309 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. II, 26/01/2022, (ud. 13/12/2021, dep. 26/01/2022), n.2309

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N. R.G. 23657/’17) proposto da:

C.T., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in

virtù di procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avv.

Giorgio Marino, e domiciliato “ex lege” presso la Cancellaria civile

della Corte di cassazione, in Roma, piazza Cavour;

– ricorrente –

contro

AZ DOMUS S.R.L., (C.F.: (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro-tempore;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma n. 3572/2017

(pubblicata il 29 maggio 2017);

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13 dicembre 2021 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza n. 163/2011 il Tribunale di Velletri, in accoglimento della domanda proposta dalla AZ Domus s.r.l., nella qualità di proprietaria dell’immobile sito in (OMISSIS), distinto in catasto al foglio (OMISSIS), condannava C.T., quale proprietario dell’immobile confinante insistente sulle particelle (OMISSIS), al ripristino delle distanze legali mediante l’accantonamento del terreno in prossimità della muratura perimetrale delimitante la zona di intercapedine per l’innalzamento del piano di campagna verso la proprietà dell’attrice e la demolizione di una fascia profonda ml. 1,90 per l’intera lunghezza del garage al piano terra per garantire il rispetto della misura di ml. 15,00 prevista per il distacco minimo tra fabbricati o, in alternativa, attraverso la demolizione di una fascia profonda 0,40/0,45 per l’intera lunghezza del garage al piano terra onde garantire il rispetto di ml 7.50 previsto per il distacco minimo dal confine con la proprietà dell’attrice.

Con la stessa sentenza respingeva la domanda di accertamento dell’usucapione avanzata dal convenuto C..

2. Decidendo sull’appello formulato da quest’ultimo e nella costituzione dell’appellata, la Corta di appello di Roma, con sentenza n. 3572/2017 (pubblicata il 29 maggio 2017), rigettava integralmente il gravame e condannava l’appellante alla rifusione delle spese del grado.

A fondamento dell’adottata decisione la Corte laziale rilevava, in conformità alla pronuncia di primo grado, che, alla stregua delle risultanze della c.t.u., era incontestabilmente emerso che, mediante la realizzazione della sua costruzione, il C. aveva violato le distanze imposte dal vigente PRG e che, sulla scorta dei riscontri probatori acquisiti (anche attraverso la ricostruzione dei verbali di causa del giudizio di primo grado andati smarriti), non era rimasto provato che la stessa costruzione fosse stata edificata oltre venti anni prima dell’introduzione del giudizio di prime cure.

Rilevava, inoltre, che, ai fini del giudizio e della conseguente sua decisione rispetto alla domanda originariamente proposta, non poteva sortire alcun rilievo l’accordo intervenuto tra le parti per derogare alla disciplina in tema di distanze legali, stante la natura pubblicistica della stessa.

3. Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione, riferito a tre motivi, il C.T.. L’intimata società non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la nullità del procedimento e delle connesse sentenze di primo e secondo grado per violazione dell’art. 75 c.p.c. in rapporto alla pronunciata inefficacia (ancorché) relativa degli atti di compravendita immobiliare, con conseguente competenza, in punto capacità processuale, della curatela fallimentare (OMISSIS) s.n.c. del fallimento n. (OMISSIS) dichiarato dal Tribunale di Velletri, emergendo dalle sentenze in tema di revocazione fallimentare nn. (OMISSIS) del Tribunale di Roma e (OMISSIS) della Corte di appello di Roma l’elemento della traslazione della capacità processuale da AZ DOMUS s.r.l. al Fallimento (OMISSIS) s.n.c..

2. Con la seconda censura il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1389,1388 e 1389 c.c., nonché dell’art. 82 c.p.c., sul presupposto che l’inefficacia riferita nel primo motivo determinava “incompetenza” dalla s.r.l. AZ DOMUS anche nel rilascio di procura ai sensi dell’art. 83 c.p.c. all’avvocato che aveva seguito il giudizio del primo e del secondo grado di merito.

3. Con la terza ed ultima doglianza il ricorrente ha dedotto – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la falsa applicazione della L. n. 47 del 1985, artt. 31 e 40 da cui era derivato il rigetto della domanda di usucapione in base al libero convincimento del giudice di merito da considerarsi, però, contrario a legge, non essendo stata presa in considerazione la risultanza dell’avvenuta presentazione della domanda di condono ai sensi delle richiamate norme che legittimava la “sanatoria” per le opere ultimate entro la data del 1 ottobre 1983 ed eseguite senza licenza, né essendo stata valorizzata la scrittura privata del 16 maggio 1978 sottoscritta da R.A., all’epoca proprietaria del fondo attoreo, dalla quale si sarebbe dovuto desumere il raggiungimento di un accordo tra privati sulla deroga alle distanze legali.

4. Premesso che la notificazione del ricorso risulta regolarmente fatta all’AZ Domus e dalla stessa ricevuta, i primi due motivi – esaminabili congiuntamente siccome connessi – sono inammissibili perché afferiscono ad una questione (quella del presunto difetto di capacità ad agire dell’appellata per l’asserita sua traslazione in capo al Fallimento (OMISSIS), vittorioso in revocazione) del tutto nuova, in quanto non risulta essere stata affatto dedotta né nel giudizio di primo grado né in quello di appello, non indicando il ricorrente in quale atto, quando e come l’abbia proposta né, del resto, evincendosi da alcun passaggio dell’impugnata sentenza.

5. Il terzo motivo e’, nel suo complesso, destituito di fondamento e va respinto.

Partendo dal dato che non è contestato che l’immobile di sua proprietà sia stato costruito in violazione delle distanze legali allora previste dal P.R.G., il C. ha assunto l’erroneità dell’impugnata sentenza laddove ha ritenuto che non fosse maturato il ventennio utile per usucapire il diritto a mantenere il suo fabbricato a distanza illegale da quello dell’attrice, che aveva introdotto il giudizio per l’accertamento della suddetta violazione con citazione del maggio 2005.

In particolare, a tal fine, il ricorrente contesta che la Corte di appello non avrebbe tenuto conto, per un verso, che egli aveva presentato domanda di condono (ai sensi della L. n. 47 del 1985) sul presupposto che le illegittimità afferenti al suo fabbricato sarebbero state poste in essere prima del 1 ottobre 1983 (come da dichiarazione contenuta nella relativa istanza e non provata come infedele), ragion per cui, avuto riguardo al momento della proposizione della domanda giudiziale, si sarebbe dovuto considerare decorso il termine ventennale utile ai fini dell’usucapione.

Tale ricostruzione non può essere condivisa posto che la Corte di appello ha correttamente rilevato che la proposizione della domanda di condono con i riferimenti temporali attestati dallo stesso C. ed il successivo rilascio della concessione in sanatoria non potevano avere rilevanza in funzione probatoria ai fini dell’usucapione sia per la provenienza unilaterale delle dichiarazioni del C. sia per l’inopponibilità ai terzi del titolo concessorio, donde l’ininfluenza delle inerenti circostanze ai fini della prova del momento della effettiva consumazione della condotta violativa delle distanze legali rispetto al fabbricato dell’originaria attrice. Oltretutto, la Corte di appello ha dato atto che il c.t.u. aveva solo genericamente verificato che l’ampliamento abusivo (oggetto della violazione delle distanze) risaliva ad epoca imprecisata successiva al 1980, donde l’impossibilità di verificare in maniera univoca, da punto di vista fattuale, l’epoca della sua ultimazione e l’inizio del relativo possesso ad opera del ricorrente.

E’ pacifica la giurisprudenza di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 2658/1999 e Cass. n. 3031/2009) nell’affermare che, in tema di proprietà, l’obbligo di rispettare le distanze legali – previste dagli strumenti urbanistici per le costruzioni legittime non soltanto a tutela dei proprietari frontistanti ma anche per finalità di pubblico interesse – deve essere osservato a maggior ragione nel caso di costruzioni abusive, anche se sia intervenuta la relativa sanatoria amministrativa, i cui effetti sono limitati al campo pubblicistico e non pregiudicano i diritti dei terzi, con la conseguenza che il proprietario del fondo contiguo, leso dalla violazione delle norme urbanistiche, ha comunque il diritto di chiedere ed ottenere l’abbattimento o la riduzione a distanza legale della costruzione illegittima nonostante sia intervenuto il condono edilizio.

Nel corpo dello stesso motivo, poi, il C. contesta l’impugnata sentenza nella parte in cui non ha riconosciuto rilevanza – sempre ai fini dell’individuazione del momento di realizzazione dell’ampliamento del suo immobile in violazione delle distanze legali in funzione della possibile maturazione dell’usucapione del suo diritto a mantenere il proprio fabbricato a distanza illegale – ad una scrittura privata riconducibile alla proprietaria confinante (dante causa dell’attrice) in data 16 maggio 1978 (quindi risalente a più di venti anni prima rispetto alla data di introduzione del giudizio nel 2005), in base alla quale la stessa aveva consentito il posizionamento dell’ampliamento del manufatto di esso ricorrente in deroga alla distanza prevista dal P.R.G. rispetto al suo fondo.

Tale ulteriore doglianza non può trovare seguito poiché, per un verso, essa è strutturata in modo non specifico, dal momento che non risulta nemmeno riportato il contenuto della richiamata scrittura privata, rilevandosi – “ad abundantiam” – che sembrerebbe doversi supporre che trattasi di una scrittura sottoscritta dalla sola R.A. (dante causa della successiva proprietaria del fondo confinante), perciò apparentemente non costituente frutto di un effettivo accordo consensuale, senza alcuna certezza di autenticità della relativa firma e priva, inoltre, di data certa. Per altro verso, la questione della ipotetica rilevanza di tale asserita scrittura privata ai fini della possibile individuazione del “dies a quo” del possesso per l’acquisto a titolo di usucapione è da ritenersi nuova, poiché non risulta posta in questi termini nei precedenti gradi di giudizio (e, del resto, il C., ai fini dell’esposizione sommaria del fatto, si limita a riprodurre nel ricorso lo svolgimento della causa come riportato nella sentenza di appello), laddove il riferimento alla suddetta scrittura è stato considerato solo per la sua inidoneità ai fini della deroga alle distanze legali. E, a tal proposito, la Corte laziale ha infatti correttamente richiamato il pacifico principio (cfr. Cass. 2117/2004; Cass. n. 9751/2010 e, da ultimo, Cass. n. 26270/2018) secondo il quale, in tema di distanze legali nelle costruzioni, le prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi comunali, essendo dettate, contrariamente a quelle del codice civile, a tutela dell’interesse generale a un prefigurato modello urbanistico, non tollerano deroghe convenzionali da parte dei privati, per cui tali deroghe, se concordate, sono invalide, né tale invalidità può venire meno per l’avvenuto rilascio di concessione edilizia, poiché il singolo atto non può consentire la violazione dei principi generali dettati, una volta per tutte, con gli indicati strumenti urbanistici.

6. In definitiva, alla stregua delle argomentazioni complessivamente svolte, il ricorso deve essere respinto, senza che debba adottarsi alcuna pronuncia sulle spese di questo giudizio, non avendo l’intimata svolto attività difensiva.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile, il 13 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

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