Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2306 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. II, 26/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 26/01/2022), n.2306

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi G. – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6115-2017 proposto da:

L.M.L., e L.O.R., quali eredi di

L.A., e D.M.R., LE.CA., quale legataria di

L.A., elettivamente domiciliati in ROMA, LUNGOTEVERE MELLINI

24, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI GIACOBBE, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO DAMIANO;

– ricorrenti –

contro

EDISTILE MESSINA SRL, IN PERSONA DEL SUO LEGALE RAPP.TE,

elettivamente domiciliata in ROMA presso la CORTE SUPREMA DI

CASSAZIONE PIAZZA CAVOUR, rappresentata e difesa dall’avv. ALFONSO

TERAMO;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

nonché contro

LE.GI., L.D.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 758/2016 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 12/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/11/2021 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;

lette le conclusioni del PM in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott.ssa FRANCESCA CERONI che chiede l’inammissibilità o

il rigetto del ricorso principale e quello incidentale.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 La Corte d’Appello di Messina con sentenza n. 758/2016 resa pubblica il 12.12.2016 ha respinto il gravame proposto da Le.Ca., quale legataria dell’originario attore L.A., e dagli eredi D.M.T., D., O.R. e L.M.L. contro la sentenza n. 291/2009 del Tribunale di Patti che, nel giudizio proposto da L.A. (proprietario di immobili in (OMISSIS)) contro la Edilstile Messina spa, in contraddittorio con Le.Gi., aveva respinto la domanda dell’attore (volta ad ottenere la disponibilità di una strada di mt. 6 X 90 e la particella (OMISSIS) di mq 30 con incluso casotto, pozzo e motore di sollevamento) e accolto la contrapposta domanda riconvenzionale di riconoscimento, in favore della società convenuta, dell’avvenuto acquisto per usucapione della proprietà dei suddetti beni controversi.

La Corte territoriale ha motivato la propria decisione sulla base delle seguenti argomentazioni:

– l’attore aveva dimostrato il suo diritto di proprietà sui beni in contestazione sulla scorta dei titoli prodotti (sentenza 8.2.1985 della Corte d’Appello di Catania e atto di transazione del 26.9.1985);

– in relazione alla contrapposta domanda di usucapione, nessuna efficacia probatoria poteva attribuirsi al verbale dell’assemblea straordinaria della società in data 29.3.1979 ai fini del disconoscimento del tempo utile a far maturare l’usucapione;

– correttamente il primo giudice aveva valutato le risultanze istruttorie e le incongruenze emerse dalle deposizioni di alcuni testi erano irrilevanti.

2 Contro tale sentenza ricorrono con quattro motivi la legataria Le.Ca. nonché O.R. e L.M.L., eredi di L.A. e anche D.M.T., deceduta nelle more del giudizio di appello.

Resiste con controricorso la società convenuta e spiega a sua volta ricorso incidentale, contrastato con controricorso dai ricorrenti principali.

Le altre parti non hanno svolto difese in questa sede.

In prossimità dell’udienza le parti hanno depositato memorie.

Il Procuratore Generale ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto dei ricorsi.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Col primo motivo i ricorrenti denunziano la violazione degli artt. 1157 e 2697 c.c. nonché degli artt. 112 e 116 c.p.c. dolendosi della conferma dell’avvenuto acquisto per usucapione della proprietà dei beni controversi in favore della società convenuta, senza considerare che era mancata la prova del possesso. Secondo i ricorrenti la delibera societaria 29 marzo 1979 – contrariamente a quanto rilevato dalla Corte d’Appello – non era stata prodotta in giudizio quale atto interruttivo del decorso dell’usucapione, bensì quale elemento per dimostrare che fino a quella data non vi era stato alcun possesso. L’errore di prospettiva in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello consiste – sempre secondo i ricorrenti – nel non aver considerato che da quel verbale emergeva l’immissione della società nel possesso della stradella solo dalla data della delibera societaria (29 marzo 1979), per cui, al momento della notifica dell’atto di citazione (23.2.1999) il ventennio utile all’usucapione non era decorso. Secondo la tesi dei ricorrenti, dal verbale, dalla allegata perizia giurata e dalle dichiarazioni rese in quella sede dal Presidente emergeva che prima del 29.3.1979 i beni conferiti ai fini dell’adeguamento del capitale sociale risultavano “confinanti con strada pubblica”, il che escludeva la volontà della società di possedere sia la strada che il pozzo.

2 Col secondo motivo I ricorrenti denunziano la violazione degli artt. 1157 e 2697 c.c. nonché l’omessa pronuncia “su un fatto decisivo” ex art. 112 c.p.c. per avere la Corte d’Appello, nel respingere il secondo motivo di appello, trascurato l’esame degli elementi emersi dalla perizia giurata del geom. C. allegata al verbale societario, e in particolare il fatto che la strada fosse definita “di libero transito”. Osservano che se il perito avesse riscontrato la delimitazione della strada con un cancello, non avrebbe certamente qualificato la strada come “di libero transito”. Invocano al riguardo la presunzione ai sensi dell’art. 2727 c.c..

Il primo motivo è fondato.

Secondo il costante orientamento di questa Corte, in tema di “possesso”, l'”animus possidendi” – da presumersi “iuris tantum” in presenza del “corpus possessionis” – consiste unicamente nell’intento di tenere la cosa come propria o di esercitare il diritto come a sé spettante, indipendentemente dalla conoscenza che si abbia del diritto altrui e del regime giuridico del bene su cui si esercita il potere di fatto: ai fini dell’usucapione, l'”animus rem sibi habendi” non deve necessariamente consistere nella convinzione di esercitare un potere di fatto in quanto titolare del relativo diritto, essendo sufficiente che tale potere venga esercitato come se si fosse titolari del corrispondente diritto, indipendentemente dalla consapevolezza che invece questo appartiene ad altri (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 6079 del 26/04/2002 Rv. 554015; Sez. 2, Sentenza n. 2857 del 09/02/2006 Rv. 586289; Sez. 2, Sentenza n. 25245 del 08/11/2013 Rv. 628796).

E’ stato altresì affermato che in tema di usucapione vige la regola della tassatività degli atti interruttivi perché con il rinvio fatto dall’art. 1165 c.c. all’art. 2943 c.c. la legge elenca tassativamente gli atti interruttivi, sicché non è consentito attribuire tale efficacia ad atti diversi da quelli stabiliti dalla norma (cfr. tra le varie, Sez. 2 -, Ordinanza n. 6029 del 28/02/2019 Rv. 652773; Sez. 2, Sentenza n. 14659 del 27/08/2012 Rv. 623921; Sez. 2, Sentenza n. 16234 del 25/07/2011 Rv. 618663).

Nel caso in esame, la Corte messinese, dopo aver richiamato i principi in tema di riparto dell’onere probatorio tra il rivendicante e il convenuto che invoca l’acquisto per usucapione, ed avere ritenuto assolto l’onere spettante all’attore, si è poi soffermata sul verbale di assemblea straordinaria del 29.3.1979, qualificandolo come un atto interno alla società. Ha quindi richiamato la giurisprudenza sugli atti interruttivi del termine per usucapire ed ha concluso per la inidoneità del documento ai fini del disconoscimento del tempo utile a far maturare la usucapione in capo alla società (cfr. pagg. 8 e ss.).

Così argomentando, però, la Corte d’Appello ha mostrato di non aver colto la finalità a cui era preordinata la produzione del documento da parte degli appellanti: il verbale, infatti, non era stato allegato come prova di una eventuale interruzione del termine utile ad usucapire, quanto piuttosto per dimostrare che solo da quella data la società si era immessa nel possesso dei beni in contestazione, posto che la stradella, sia nel verbale che nella allegata perizia era descritta come “strada pubblica” o di “libero transito”.

La Corte d’Appello, insomma, avrebbe dovuto esaminare il documento in un’ottica diversa, e cioè verificare se i dati relativi ai confini potessero essere compatibili con l’esercizio di un possesso ad usucapionem della strada e del pozzo a favore della società già in atto alla data della redazione del verbale.

Si rende pertanto necessario un nuovo esame, con logico assorbimento del secondo motivo di ricorso.

3 Col terzo motivo si denunzia la violazione degli artt. 2697 c.c. e art. 116 c.p.c., l’omessa valutazione di un fatto decisivo in relazione all’art. 111 Cost. e dell’art. 132 c.p.c. per avere la Corte d’Appello – nell’esaminare il terzo motivo di appello – ritenuto corretta la valutazione della prova per testi e la documentazione prodotta. Secondo i ricorrenti, la Corte d’Appello avrebbe adottato una motivazione apparente richiamando la sentenza di primo grado senza indicarne le ragioni di adesione; avrebbe inoltre travisato il contenuto della prova per testimoni le cui dichiarazioni si rivelavano non attendibili se raffrontate alla documentazione in atti (atto costitutivo della società, atto di acquisto del terreno in data 20.10.1977 e verbale del 29.3.1979): i testi, infatti, avevano citato fatti avvenuti nel 1974-1975, quando la società non era ancora venuta ad esistenza, essendo la sua costituzione avvenuta nel 1976.

4 Col quarto motivo i ricorrenti denunziano la violazione degli artt. 1157 e 2697 c.c. nonché dell’art. 111 Cost. e degli artt. 132,112 e 116 c.p.c. con riferimento al rigetto del quarto motivo di gravame. Osservano in particolare che i testi non avevano riferito alcuna data di inizio del presunto possesso, perché lungo il muro c’era una porta per fare entrare i proprietari.

Si dolgono altresì del rigetto del quinto motivo di gravame relativo alla domanda di rilascio della strada e riportano il testamento di L.A..

Questi due motivi – che ben si prestano ad esame unitario per il comune riferimento alla apparenza della motivazione – sono anch’essi fondati.

Come affermato dalle sezioni unite, la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014 Rv. 629830).

E’ stato altresì affermato che la sentenza d’appello può essere motivata “per relationem”, purché il giudice del gravame dia conto, sia pur sinteticamente, delle ragioni della conferma in relazione ai motivi di impugnazione ovvero della identità delle questioni prospettate in appello rispetto a quelle già esaminate in primo grado, sicché dalla lettura della parte motiva di entrambe le sentenze possa ricavarsi un percorso argomentativo esaustivo e coerente, mentre va cassata la decisione con cui la corte territoriale si sia limitata ad aderire alla pronunzia di primo grado in modo acritico senza alcuna valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (cfr. Sez. 1 -, Ordinanza n. 20883 del 05/08/2019 Rv. 654951; Sez. 3 -, Ordinanza n. 2397 del 03/02/2021 Rv. 660394; Sez. 1, Sentenza n. 14786 del 19/07/2016 Rv. 640759).

Nel caso in esame, col terzo motivo di gravame gli appellanti avevano censurato proprio la valutazione della prova sull’usucapione, segnalando inattendibilità e incongruenze varie nelle deposizioni (cfr. ricorso a pag. 16 ove sono indicati i riferimenti agli atti processuali e a pag. 18 ove si segue l’iter argomentativo del terzo motivo di appello per evidenziale gli elementi di inattendibilità della prova per testi).

Ebbene, la Corte d’Appello ha motivato il rigetto del terzo motivo limitandosi ad osservare che “del tutto correttamente il giudice di prime cure ha valutato le risultanze istruttorie, attribuendo decisiva valenza alle concordanti deposizioni de numerosi testi escussi”; ha quindi ritenuto irrilevanti “sulla scorta complessiva delle dichiarazioni” le incongruenze di alcuni testi che hanno fatto riferimento ad un possesso uti dominus dei beni in epoca antecedente alla formale costituzione della società ovvero “altre inesattezze richiamate dagli appellanti che non scalfiscono la conducenza del quadro probatorio e, in definitiva, la valenza intrinseca delle deposizioni, così come ampiamente valutata dal Tribunale” (cfr. pag. 11).

La motivazione, come si vede, è chiaramente apparente perché a fronte di una specifica doglianza sulla attendibilità delle deposizioni dei testi, si imponeva una risposta adeguata da parte della Corte di merito e non un acritico richiamo alla sentenza di primo grado con l’aggiunta di una pseudo-valutazione dei profili di incongruenza delle deposizioni dei testi attraverso mera una formula di stile (cfr. pag. 11 della sentenza impugnata).

La sentenza, quindi, va cassata anche in ordine a tali censure.

5 Resta a questo punto da esaminare il ricorso incidentale della società convenuta, con cui si denunzia la violazione degli artt. 948 e 2909 c.c. nonché un vizio di motivazione per avere la Corte d’Appello omesso di dichiarare l’inammissibilità delle domande per la lacunosità del titolo di provenienza dell’attore e l’inidoneità dell’atto transattivo a superare tale lacunosità.

Il ricorso è fondato.

A fronte di una specifica censura sollevata con l’appello incidentale in ordine alla lacunosità del titolo di proprietà dell’attore (censura riprodotta specificamente a pagg. 19 e ss. del controricorso), la Corte d’Appello avrebbe dovuto soffermarsi e verificare criticamente se la parte attrice avesse assolto all’onere probatorio a suo carico, esaminando i titoli e il giudicato rappresentato dalla sentenza della Corte d’Appello dell’11.4.1985, piuttosto che limitarsi, a pag. 8 della sentenza, alla semplice menzione della pronuncia dell’8.2.1985 e del successivo atto di transazione del 26.9.1985.

Ancora una volta si rende necessario un nuovo esame.

In conclusione, accolti il primo, il terzo e il quarto motivo del ricorso principale, nonché il ricorso incidentale, la sentenza impugnata va cassata per nuovo esame sulla scorta degli esposti principi.

Il giudice di rinvio, che si individua nella Corte d’Appello di Messina in diversa composizione, pronuncerà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte accoglie il primo, il terzo e il quarto motivo del ricorso principale, con assorbimento del secondo; accoglie il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio. alla Corte d’Appello di Messina in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

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