Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23059 del 17/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 17/08/2021, (ud. 24/03/2021, dep. 17/08/2021), n.23059

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8887-2015 proposto da:

A.M., F.P., S.A., AM.KA.,

ST.SA., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CIRO MENOTTI 24,

presso lo studio dell’avvocato PIETRO CAPONETTI, che li rappresenta

e difende;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI

12;

– resistente con mandato –

Avverso la sentenza n. 7319/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/10/2014 R.G.N. 5045/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/03/2021 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

la Corte d’Appello di Roma ha rigettato il gravame proposto dai ricorrenti avverso la sentenza del Tribunale della stessa città con la quale era stata respinta la domanda proposta dai medesimi al fine di ottenere la corresponsione della tredicesima mensilità sul lavoro carcerario svolto o, in subordine, il pagamento delle ferie non godute;

la Corte d’Appello, ritenendo non necessario affrontare la questione sulla parziale prescrizione affermata dal primo giudice, sosteneva che la domanda era comunque integralmente infondata nel merito;

essa premetteva come fossero da ritenere nuove le più ampie allegazioni contenute nell’appello in ordine alla non congruità della mercede, come anche il riferimento all’imputazione di quanto percepito all’ordinaria retribuzione e non alla tredicesima reclamata;

la Corte territoriale riconduceva quindi l’oggetto del processo a quella che essa riteneva essere l’originaria prospettazione, ovverosia la rivendicazione della tredicesima, rispetto alla quale richiamava altre proprie pronunce dalle quali risultava che la tredicesima era corrisposta in quote mensili unitariamente alla mercede, mentre era infondato l’assunto in ordine alla mancanza di un patto di conglobamento, perché tale effetto di pagamento unitario era la conseguenza non di un accordo, ma delle modalità di determinazione del compenso ad opera della apposita Commissione;

gli stessi ragionamenti svolti dai ricorrenti sull’imputazione di quanto percepito alla sola retribuzione mensile – aggiungeva ancora la sentenza di appello finivano per riconoscere la percezione dell’importo erogato, che solo si riteneva di riferire all’adempimento parziale rispetto ad una pretesa, ma non dimostrata, più alta mercede;

quanto poi alle ferie, la Corte territoriale riteneva che non fosse sufficiente la mera e generica pretesa di un mese di retribuzione per ogni anno lavorato, mancando idonee allegazioni sulle modalità, i giorni e gli orari del lavoro prestato, sicché, dandosi altresì atto che dal 2006 il regime delle ferie aveva ricevuto una disciplina con apposita Circolare, le carenze di deduzione non consentivano comunque, per l’intero periodo, di accogliere tale subordinata domanda di pagamento;

i lavoratori hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi, mentre il Ministero ha depositato soltanto “atto di costituzione”.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e mancata applicazione degli artt. 1199 e 1195 c.c., art. 2697 c.c., comma 2, nonché l’omesso esame di fatti decisivi e la falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. (art. 360, nn. 3, 4 e 5);

il motivo contiene contestazioni rispetto alle affermazioni della sentenza impugnata sulla definizione del thema decidendum, affermandosi che già in primo grado si fece riferimento all’art. 1193 c.c. ed alle regole di imputazione dei pagamenti e che sempre in primo grado, come replica alla deduzione avversaria dell’avvenuto pagamento di quanto richiesto, si disse che le mercedi versate erano insufficienti ed inadeguate rispetto ai dovuti livelli retributivi, anche ex art. 36 Cost.;

la censura richiama poi una relazione ministeriale al Parlamento e lamenta che gli importi delle mercedi siano fermi da anni;

il motivo è inammissibile;

la Corte territoriale, dopo avere ricostruito il thema decidendum sulla base del contenuto dei ricorsi introduttivi e di quanto affermato dal Tribunale, ha aggiunto che la delimitazione del contendere alla tredicesima ed alle ferie non godute “non era stata oggetto di alcuna specifica censura, risultando così cristallizzata in questa sede”;

su tale base la Corte ha quindi dapprima ritenuto nuove le conclusioni in ordine alla spettanza di una maggiore mercede ed all’imputazione ad essa – e non alla tredicesima – delle somme mensilmente percepite, ma successivamente ha finito anche per pronunciare nel merito su quella imputazione, allorquando ha ritenuto che i ricorrenti intendessero riferire i pagamenti eseguiti in misura superiore rispetto alla mercede mensile non alla tredicesima, ma “ad una pretesa, ma indimostrata, più elevata mercede”;

rispetto a quest’ultimo profilo le deduzioni contenute nel motivo di ricorso per cassazione sono assolutamente generiche, facendo riferimento alla necessità di adeguamento delle tariffe ed all’art. 36 Cost., ma senza che sia possibile qualsiasi valutazione sulla proporzionalità e sufficienza, non essendo menzionate le attività svolte, la durata e le modalità di esse, sicché non si è in grado di apprezzare l’idoneità degli assunti ad inficiare la contraria affermazione della Corte territoriale;

pertanto, anche a voler ammettere che la Corte d’Appello avesse errato nel ritenere inammissibile e tardiva la questione stilla misura della mercede, il rigetto nel merito che comunque si evince dal menzionato passaggio resiste all’impugnativa dispiegata dai ricorrenti e dunque ogni questione procedurale resta priva di rilievo;

il secondo motivo denuncia, richiamando l’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, il mancato esame di un fatto decisivo, con violazione del D.Lgs. n. 152 del 1997 nonché degli artt. 112 e 115 c.p.c.;

nel motivo si afferma che la Corte territoriale avrebbe trascurato il fatto che ai detenuti non erano stati consegnati i contratti di lavoro e i dovuti prospetti paga, pur poi affermando che mensilmente vi era consegna delle buste paga, di cui peraltro non si precisa il contenuto;

si tratta quindi di censure poco chiare, di cui è anche ignota l’incidenza rispetto all’oggetto del contendere, una volta che la Corte territoriale ha accertato la corrispondenza tra i compensi previsti e quelli corrisposti, ivi compresa la tredicesima in forma conglobata;

il terzo motivo è dedicato alla violazione dell’art. 112 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4, artt. 346 e 101 c.p.c. e art. 111 Cost. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5 e con esso si sostiene che, per il periodo dichiarato prescritto, il Tribunale in realtà avrebbe detto che la domanda sarebbe stata fondata, sicché, non avendo il Ministero proposto appello ed essendo anzi rimasto contumace, la Corte d’Appello non poteva esaminare quei periodi, per affermare che la domanda era infondata ed anzi, poiché la prescrizione non poteva decorrere stante la natura del rapporto, almeno le somme di quei primi periodi dovevano essere riconosciute;

anche tale motivo va disatteso;

la Corte d’Appello, nello storico di lite, afferma che il Tribunale avrebbe ritenuto prescritta la pretesa riguardante la tredicesima per un periodo ed infondata per altro periodo;

coerentemente essa ha poi affermato che la pretesa alla tredicesima era infondata “sia per il periodo esaminato dal primo giudice (con conferma sul punto della gravata sentenza) sia per il periodo antecedente, non esaminato perché ritenuto coperto da prescrizione”, con affermazione che è diametralmente opposta a quella secondo cui nel periodo poi ritenuto prescritto sarebbe stata accertata la fondatezza teorica della pretesa;

del resto, l’assunto secondo cui il Tribunale avrebbe ritenuto che, nel periodo prescritto, la domanda sarebbe stata fondata, si basa sulla trascrizione di un brevissimo passaggio della sentenza di primo grado, in cui il Tribunale avrebbe affermato che “la domanda di pagamento delle somme a titolo di XIII mensilità appare quindi fondata nei limiti della prescrizione quinquennale eccepita da parte resistente”;

tale solo stralcio, non assecondato dalla trascrizione dei passaggi nel cui contesto esso si inseriva è in effetti inidoneo, a fronte della diversa ricostruzione operata dalla Corte territoriale e sopra riepilogata, a dimostrare un siffatto singolare – per quanto non impossibile – iter decisionale;

nel prosieguo del motivo sono poi gli stessi ricorrenti a ricostruire solo in via argomentativa o logica l’assunto secondo cui nel periodo prescritto la domanda sarebbe stata ritenuta in primo grado fondata, con ciò contraddicendo l’ipotesi di una diretta conclusione testuale in tal senso del primo giudice;

il ragionamento sviluppato nel motivo, le cui conclusioni non sono per nulla necessitate, è in realtà nel suo complesso inadeguato, atteso che la prescrizione è in sé sufficiente al rigetto della domanda, sicché dovrebbe trovare stringente dimostrazione, già nel contesto del ricorso per cassazione, il fatto che in concreto invece il Tribunale, per i periodi prescritti, avrebbe anche accertato l’esistenza del diritto, il tutto attraverso una più completa trascrizione della sentenza di primo grado;

l’ipotesi della formazione di una sorta di giudicato interno rispetto alla sussistenza del diritto per i periodi dichiarati prescritti dal Tribunale, è dunque priva di un idoneo sostegno argomentativo e redazionale, sicché la formulazione della censura non è tale da consentire a questa S.C. l’apprezzamento diretto rispetto alla pregnanza del motivo, in violazione dei principi sottesi all’art. 366 c.p.c. ed in particolare, qui, ai nn. 3, 4 6 della stessa disposizione;

al di là di ciò, questa Corte, su analoga controversia ha anche precisato e qui ribadisce che “il richiamo – contenuto anche nel motivo qui in esame, n.d.r. – all’art. 2941 c.c., n. 6, e all’art. 2942 c.c. appare del tutto inconferente in quanto le norme citate si riferiscono rispettivamente alle ipotesi di sospensione del termine prescrizionale in considerazione dei rapporti tra le parti o per la condizione del titolare e costituiscono ipotesi tassative non applicabili in via analogica; l’ipotesi di cui all’art. 2941 c.c., n. 6, attiene, in particolare, al regime dei beni fino al deposito del conto delle persone sottoposte per legge o per provvedimento del giudice all’amministrazione dei beni e non incide sul diverso diritto del detenuto a far valere i diritti derivanti dal rapporto di lavoro con l’amministrazione penitenziaria; anche il richiamo all’art. 2942 c.c. è inconferente riguardando i minori emancipati e gli interdetti per infermità di mente” (Cass. 24 ottobre 2019, n. 27340), sicché anche l’ipotesi per cui la prescrizione potrebbe essere rimasta sospesa è comunque infondata;

il quarto motivo è intitolato come omessa pronuncia, omessa motivazione e motivazione solo apparente;

con esso si afferma non essere vero quanto sostiene la Corte territoriale sul fatto che le mercedi sarebbero aggiornate periodicamente dall’apposita Commissione, aggiungendosi il richiamo a lavori parlamentari, proponendosi raffronti con contratti collettivi ed elaborandosi conteggi;

si tratta di motivo del tutto irrituale in quanto con esso non si propongono puntuali e specifici motivi mirati ad individuare vizi di legittimità, quanto piuttosto ricostruzioni di merito dell’oggetto del contendere, improprie rispetto al giudizio di cassazione (Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34476; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148) e come tali inammissibili;

il ricorso va quindi complessivamente disatteso;

nulla sulle spese, in quanto il Ministero non ha svolto attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 24 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 agosto 2021

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