Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23049 del 17/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 17/08/2021, (ud. 21/01/2021, dep. 17/08/2021), n.23049

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22585-2017 proposto da:

P.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ALESSANDRO CUCCHIARA;

– ricorrente –

contro

SICILIA PATRIMONIO IMMOBILIARE S.P.A., (SPI S.P.A.) IN LIQUIDAZIONE,

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI presso lo studio

dell’avvocato NICOLA DOMENICO PETRACCA, rappresentata e difesa

dall’avvocato FRANCESCO DE DOMENICO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 401/2017 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 12/07/2017 R.G.N. 1051/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/01/2021 dal Consigliere Dott. VALERIA PICCONE;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIACALONE

GIOVANNI, ha depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza n. 401 del 12 luglio 2017, la Corte d’appello di Palermo ha confermato la decisione di primo grado che aveva respinto la domanda proposta da P.A. nei confronti della Sicilia Patrimonio Immobiliare S.p.A., volta ad ottenere la declaratoria di nullità dei contratti a progetto intercorsi fra le parti dal 10 luglio 2009 al 19 luglio 2013 con accertamento nella natura subordinata del rapporto sin dall’origine e condanna della società datrice alla riammissione in servizio ed al risarcimento del danno commisurato alla retribuzioni dovute;

in particolare la Corte, seguendo un iter diverso da quello del primo giudice, ha ritenuto assorbente il divieto di conversione del contratto considerato in rapporto a tempo indeterminato a cagione dell’applicabilità alla fattispecie del, divieto previsto dal D.L. n. 112 del 2008, art. 18, comma 2 bis;

per la cassazione della sentenza propone ricorso P.A., affidandolo a due motivi;

resiste, con controricorso, assistito da memoria, Sicilia Patrimonio Immobiliare S.p.A. in liquidazione;

il P.G. ha concluso per il rigetto.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 112 del 2008, art. 18, comma 2 bis e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 2 per la ritenuta impossibilità di conversione dei rapporto conseguente costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, nonché l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti per aver la Corte erroneamente ritenuto difettante, nella lettera d’incarico del 16 settembre 2008, un autentico progetto affidato al lavoratore;

con il secondo motivo si allega la violazione dell’art. 112 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 adducendosi il mancato esame delle censure concernenti tutti i rapporti di lavoro a progetto intercorsi fra le parti;

il primo motivo è infondato e, pertanto, non può essere accolto;

il contratto della cui legittimità si discute, invero, è stato stipulato nella vigenza del D.L. n. 112 del 2008, art. 18 convertito con modificazioni dalla L. n. 133 del 2008 che, nel testo applicabile ratione temporis risultante dalle modifiche apportate dalla L. n. 102 del 2009 di conversione del D.L. n. 78 del 2009, al comma 1 estende alle società a totale partecipazione pubblica che gestiscono servizi pubblici locali i criteri stabiliti in tema di reclutamento dei personale dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 35, comma 3, ed al comma 2 prescrive alle “altre società a partecipazione pubblica totale o di controllo” di adottare “con i propri provvedimenti criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi, anche di derivazione comunitaria, di trasparenza, pubblicità e imparzialità”; il comma 2 bis prevede, inoltre, che “le disposizioni che stabiliscono, a carico delle amministrazioni di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, art. 1, comma 2, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale si applicano, in relazione al regime previsto pe, l’amministrazione controllante, anche alle società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo che siano titolari di affidamenti diretti di servizi pubblici locali senza gara, ovvero che svolgano funzioni volte a soddisfare esigenze di interesse generale aventi carattere non industriale né commerciale, ovvero che svolgono attività nei confronti della pubblica amministrazione a supporto di funzioni amministrative di natura pubblicistica inserite nei conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi della L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 5”;

con la disposizione in commento il legislatore nazionale, pur mantenendo ferma la natura privatistica dei rapporti di lavoro, sottratti alla disciplina dettata dal D.Lgs. n. 165 del 2001, ha inteso estendere alle società partecipate i vincoli procedurali imposti alle amministrazioni pubbliche nella fase del reclutamento del personale, perché l’erogazione di servizi di interesse generale pone l’esigenza di selezionare secondo criteri di merito e di trasparenza i soggetti chiamati allo svolgimento dei compiti che quell’interesse perseguono (in questi termini, C.d.S. – Sezione Consultiva per gli atti normativi n. 2415/2010; sul punto si vedano, altresì, Corte Cost. n. 466 del 1993, Corte Cost. nn. 29 del 2006, 209 del 2015, 55 del 2017 che distinguono la privatizzazione formale da quella sostanziale reputando comunque in quest’ultima rilevante l’art. 97 Cost., di cui il D.L. n. 112 del 2008, art. 18 costituisce attuazione);

in tema di società partecipate, d’altro canto, le Sezioni Unite di questa Corte, hanno segnatamente evidenziato che la partecipazione pubblica non muta a natura di soggetto privato della società la quale, quindi, resta assoggettata al regime giuridico proprio dello strumento privatistico adoperato, salve specifiche disposizioni di segno contrario o ragioni ostative di sistema che portino ad attribuire rilievo alla natura pubblica del capitale impiegato e del soggetto che possiede le azioni della persona giuridica (cfr fra le più recenti Cass. S.U. n. 24591 del 2016 e con riferimento ai rapporti di lavoro Cass. S.U. n. 7759 del 2017);

sulla linea di tale assetto normativo e giurisprudenziale si è collocata, quindi, la decisione della Corte territoriale che, dando conto della natura dei controllo regionale, nonché dell’inclusione della SPI fra le società inserite nei conto economico consolidato della pubblica amministrazione, individuate dall’ISTAT, ai sensi della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 5 ha ritenuto applicabile alla fattispecie il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36;

quanto al secondo motivo, rubricato come violazione dell’art. 112 c.p.c. sotto il profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, va premesso che in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. h), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 che ha limitato la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, con la conseguenza che al di fuori dell’indicata omissione, il controllo del vizio di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale: motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità (fra le altre, Cass. n. 23940 del 2017);

per quanto concerne, poi, la dedotta violazione dell’art. 112 c.p.c., occorre evidenziare che, perché possa parlarsi di omessa pronuncia, secondo la giurisprudenza di legittimità (Cfr., ex plurimis; fra le più recenti, Cass. n. 5730 del 03/03/2020 occorre che sia stato completamente omesso provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto, ciò che si verifica quando il giudice non decide su alcuni capi della domanda, che siano autonomamente apprezzabili, o sulle eccezioni proposte, ovvero quando pronuncia solo nei confronti di alcune parti;

nel caso di specie, dirimente rispetto a qualsiasi indagine circa la compiutezza dei progetti è stata ritenuta la questione inerente alla natura della società coinvolta nel rapporto, essendo stata limitata la domanda alla richiesta di costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato ab origine, con le conseguenze risarcitorie connesse, talché l’accoglimento di tale domanda non poteva che risultare inibito dall’assoggettamento della SPI S.p.A. alla normativa di cui all’art. 18;

alla luce delle suesposte argomentazioni, pertanto, il ricorso deve essere respinto;

le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo;

sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1 – bis dello stesso art. 13, se dovuto.

PQM

La Corte respinge il ricorso. Condanna la parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali, in favore della parte costituita, che liquida in Euro 5.250,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1-bis dello stesso art. 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 agosto 2021

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