Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23046 del 03/10/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 03/10/2017, (ud. 05/07/2017, dep.03/10/2017),  n. 23046

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21105-2016 proposto da:

R.E.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

ENNIO Q. VISCONTI 11, presso lo studio dell’avvocato ANGELA

FIORENTINO, rappresentata e difesa dagli avvocati FRANCESCO

PASQUARIELLO e FLAVIO BRUSCIANO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., – C.F. (OMISSIS), in persona del Responsabile

della funzione Risorse Umane e Organizzazione, elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, 19, presso lo studio

dell’avvocato RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1304/2016 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/03/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/07/2017 dal Consigliere Dott. FERNANDES GIULIO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che, con sentenza del 10 marzo 2016, in riforma della decisione del Tribunale di S. Maria C.V., rigettava la domanda proposta da R.E.C. ed intesa alla declaratoria di nullità del termine apposto al contratto di lavoro intercorso tra essa ricorrente e Poste Italiane s.p.a. per il periodo dal 12 luglio al 30 ottobre 2004 ed all’accertamento della intercorrenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti con condanna della società alla riammissione in servizio di essa lavoratrice ed al pagamento in suo favore delle retribuzioni maturate dalla cessazione del rapporto fino alla effettiva ricostituzione dello stesso;

che il termine era stato apposto “ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 “per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale addetto al servizio di recapito presso l’Ufficio di Recapito di Caserta (OMISSIS), assente nel periodo…”.

che la Corte territoriale riteneva la clausola appositiva del termine sufficientemente specifica e che la società avesse provato la sussistenza in concreto, cioè con riferimento all’ufficio postale di (OMISSIS) cui era stata destinata la lavoratrice, delle esigenze indicate in contratto;

che per la cassazione di tale decisione propone ricorso la R. affidato a tre motivi cui Poste Italiane s.p.a. resiste con controricorso;

che è stata depositata la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 – bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio;

che la ricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., in cui si dissente dalla proposta del relatore ribadendo come la società non avesse affatto dimostrato la ricorrenza in concreto delle esigenze sostitutive richiamate in contratto, contrariamente a quanto affermato nella impugnata sentenza;

che il Collegio ha deliberato di adottare la motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che: con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, anche in relazione all’art. 2697 c.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c., per avere la Corte di merito erroneamente ritenuto sufficientemente specifica la clausola appositiva del termine e provata da parte della società la ricorrenza delle esigenze indicate in contratto con riferimento all’ufficio di destinazione della lavoratrice, senza neppure dar corso alla prova testimoniale articolata e basando la decisione solo su un documento unilateralmente predisposto dal datore di lavoro e già valutato dal Tribunale inadeguato perchè privo di alcune indicazioni; con il secondo motivo viene dedotto omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) in quanto il giudice del gravame non aveva considerato che il prospetto delle assenze/presenze prodotto dalla società era stato contestato dalla difesa della R. la quale aveva chiesto l’ammissione della prova testimoniale, sicchè la motivazione della Corte territoriale fondata su una presunta non contestazione di detto documento era apparente, perplessa ed incomprensibile; tale censura viene riproposta con il terzo motivo sotto il profilo della violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 156 c.p.c., comma 2, (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) quale error in procedendo consistente nella nullità della sentenza per motivazione insufficiente, illogica e contraddittoria;

che il primo motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile: in particolare, è infondato alla luce del principio più volte affermato da questa Corte e qui ribadito (v. in particolare, fra le altre, Cass. 26 gennaio 2010 n. 1577 e Cass. 26 gennaio 2010 n. 1576) secondo cui “in tema di assunione a termine di lavoratori subordinati per ragioni di carattere sostitutivo, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 214 del 2009, con cui è stata dichiarata infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 2, l’onere di specificazione delle predette ragioni è correlato alla finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa dell’apposizione del termine e l’immodificabilità della stessa nel corso del rapporto. Pertanto, nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l’apposizione del termine deve considerarsi legittima se l’enunciazione dell’esigenza di sostituire lavoratori assenti – da sola insufficiente ad assolvere l’onere di specificazione delle ragioni stesse – risulti integrata dall’indicazione di elementi ulteriori (quali l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità”; proprio in applicazione di tale principio caratterizzato dalla definizione di un criterio elastico che si riflette poi sulla relatività della verifica dell’esigenza sostitutiva in concreto, per la legittimità della apposizione del termine è sufficiente quindi l’accertamento della congruità del rapporto tra le assenze del personale stabile e il numero dei contratti a termine conclusi per tale esigenza, in un determinato periodo, non essendo, peraltro, affatto necessario un carattere di temporaneità ex se dell’esigenza stessa e neppure un carattere di straordinarietà ovvero un superamento di un (non meglio identificato) tasso fisiologico di assenteismo (v. fra le altre Cass. 14-2-2013 n. 6979; Cass. 17-1-2012 n. 565, Cass. 4-6-2012 n. 8966, Cass. 20-4-2012 n. 6216, Cass. 30- 5-2012 n. 8647, Cass. 26-7-2012 n. 13239, Cass. 2-52011 n. 9602, Cass. 6-7-2011 n. 14868);

che, nel caso in esame, la Corte di merito ha correttamente applicato i sopra enunciati principi tenendo conto del fatto che il concetto di specificità deve essere collegato a situazioni aziendali non più standardizzate, ma riferite alle realtà specifiche in cui il contratto viene ad essere calato giustamente considerando specifica una clausola in cui venivano indicate le mansioni (servizio di recapito) cui era destinato la lavoratrice assunta a termine, l’ufficio di applicazione ((OMISSIS)) ed il fatto che andava a sostituire lavoratori aventi diritto alla conservazione del posto (in motivazione è chiaramente affermato che dal prospetto prodotto dalla società si evinceva che il numero dei giorni di assenza goduti dal personale a tempo indeterminato con diritto alla conservazione del posto era di gran lunga superiore al numero di giornate lavorative svolte da dipendenti assunti a tempo determinato);

che il motivo è inammissibile laddove finisce con il sollecitare una rivalutazione del merito non consentita in questa sede;

che il secondo motivo è inammissibile sotto un duplice profilo:

– in primo luogo perchè nel motivo non viene precisato in che termini il contenuto del documento prodotto da Poste Italiane sia stato specificamente contestato non potendo la richiesta di ammissione della prova testimoniale articolata integrare una specifica contestazione; in effetti la doglianza finisce con il sollecitare una generale rivisitazione del materiale di causa e nel chiederne un nuovo apprezzamento nel merito, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione; invero, è stato in più occasioni affermato dalla giurisprudenza di questa Corte che la valutazione delle emergenze probatorie, come la scelta, tra le varie risultanze, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (cfr, e plurimis, Cass. n. 17097 del 21/07/2010; Cass. n. 12362 del 24/05/2006; Cass. n. 11933 del 07/08/2003);

– inoltre, è inammissibile alla luce della interpretazione del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 2, n. 5, – come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54,comma 1, lett. b), conv. con modifiche in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile all’impugnata sentenza pubblicata dopo 11 settembre 2012 (ai sensi del D.L. cit. art. 54, comma 3) – operata dalle Sezioni Unite di questa Corte (SU n. 8053 del 7 aprile 2014) ed infatti denuncia non l’omesso esame di un fatto bensì delle difese articolate dalla R. unitamente alla valutazione che il giudice del gravame ha operato di un documento;

che, infine, il terzo motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile: è infondato laddove denuncia il vizio di motivazione del tutto omessa o apparente, in quanto la motivazione – nei termini sopra riportati – esiste e non può definirsi apparente avendo dato adeguato conto delle ragioni che sono state poste a base della decisione; è inammissibile nella parte in cui sembra denunciare il vizio di motivazione insufficiente perchè a seguito della entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 2, n. 5 è scomparso il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza (residuando solo il controllo della motivazione sub specie nullitatis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione);

che, per quanto esposto, in adesione alla proposta del relatore, il ricorso va rigettato;

che le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico del ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo;

che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame (Cass. n. 22035 del 17/10/2014; Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014 e numerose successive conformi).

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto del sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione Semplificata.

Così deciso in Roma, il 5 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2017

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