Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23040 del 17/08/2021

Cassazione civile sez. I, 17/08/2021, (ud. 06/07/2021, dep. 17/08/2021), n.23040

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 29349-2020 r.g. proposto da:

O.R.D., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e

difeso, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso,

dall’Avvocato Daniele Romiti, con cui elettivamente domicilia in

Roma, Via Barnaba Tortolini n. 30, presso lo studio del Dott.

Alfredo Placidi, e Giuseppe Placidi;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Bologna, depositata in

data 27.4.2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

6/7/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Bologna ha accolto l’appello principale proposto dal Ministero dell’Interno, nei confronti di O.R.D., cittadino della (OMISSIS), avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di Bologna, con la quale erano state respinte le domande di protezione internazionale maggiori, ma accolta la domanda di protezione umanitaria avanzata dal richiedente; ha tuttavia respinto l’appello incidentale proposto dal cittadino (OMISSIS) avverso il diniego delle protezioni maggiori.

La Corte di merito ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato e vissuto in (OMISSIS); ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese perché aveva rifiutato la proposta del padre di entrare a far parte del culto degli (OMISSIS), causando la violenza del genitore nei suoi confronti, violenza alla quale si era sottratto con la fuga.

La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che l’appello proposto dalla difesa erariale era fondato in ragione di una valutazione complessiva di non credibilità del racconto e perché, comunque, non aveva dimostrato, quanto alla domanda di protezione umanitaria, un saldo radicamento nel contesto sociale italiano ed una condizione di soggettiva vulnerabilità e che, in relazione all’appello incidentale, non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, sub D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a e b, sempre in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto, che risultava, per molti aspetti, non plausibile e lacunoso.

2. La sentenza, pubblicata il 27.4.2020, è stata impugnata da O.R.D. con ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3 e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, nonché, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, vizio di motivazione apparente ed illogica in relazione all’art. 132 c.p.c., all’art. 118 disp. att. c.p.c. e all’art. 118 disp. att. c.p.c. e all’art. 111 Cost., comma 6, in ordine alla valutazione di non credibilità del racconto.

1.1 Il motivo è inammissibile per le ragioni che seguono.

1.1.1 Sotto un primo profilo, è necessario ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (cfr. Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019). Più precisamente, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. sempre, Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019).

Orbene, osserva la Corte come, sotto l’egida formale del vizio di violazione di legge, la parte ricorrente pretende, ora, un’inammissibile rivalutazione del contenuto delle dichiarazioni rilasciate dal ricorrente e del giudizio di complessiva attendibilità di quest’ultimo, profilo che è irricevibile in questo giudizio di legittimità perché non dedotto nel senso sopra chiarito e perché comunque rivolto ad uno scrutinio di merito delle dichiarazioni che invece è inibito al giudice di legittimità.

1.1.2 Ne’ è possibile ritenere che la motivazione resa dalla corte felsinea sia meramente apparente, quanto al giudizio di non credibilità del racconto, avendo sviluppato un’argomentazione adeguata, coerente e comprensibile nei suoi snodi motivazione (cfr. pagg. 3 e 4) che avrebbe potuto essere rimessa in discussione, in questa sede di giudizio di legittimità, solo allegando il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5

1.1.3 Ne’ è possibile ritenere violato il precetto che impone la cooperazione giudiziale nella materia in esame.

Anche tale ultima censura è inammissibile.

Osserva, sul punto qui in discussione, il Collegio che, come ancora chiarito da Cass. n. 16295/2018, in tema di valutazione della credibilità soggettiva del richiedente e di esercizio, da parte del giudice, dei propri poteri istruttori officiosi rispetto al contesto sociale, politico e ordinamentale del Paese di provenienza del primo, la valutazione del giudice deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile, benché sfornita di prova (perché non reperibile o non richiedibile), della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perché il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione persecutoria addotta nel Paese di origine (cfr. Cass. nn. 21668/2015 e 5224/2013). Principio analogo è stato, peraltro, ribadito dalle più recenti Cass. nn. 17850/2018 e 32028/2018. Ed invero, le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, non richiedono un approfondimento istruttorio officioso, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 16295/2018; Cass. n. 7333/2015). Ad avviso di questa Corte, peraltro, il D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, nel prevedere che “ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo, per contro, addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte.

Nella specie, la Corte di appello ha espresso un giudizio negativo sulla credibilità della richiedente (cfr., amplius, fol. 3-4 della sentenza impugnata) sulla base di plurimi elementi ritenuti rilevatori dell’inverosimiglianza ed incoerenza della sua narrazione, in maniera del tutto conforme ai parametri cui l’autorità amministrativa e, in sede di ricorso, quella giurisdizionale, sono tenute ad attenersi, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5.

Si tratta, all’evidenza, di accertamenti in fatto, che non possono essere in questa sede messi in discussione se non denunciando, ove ne ricorrano i presupposti (qui, invece, insussistenti), il vizio di omesso esame ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo introdotto dal D.L. n. 683 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (applicabile ratione temporis) come delimitato, quanto al suo concreto perimetro applicativo, da Cass., SU, n. 8053 del 2014.

2. Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8 e 27, nonché degli artt. 16 e 46 direttiva 2013/32/UE, degli artt. 6 e 13 Cedu, dell’art. 47 Carta dei diritti fondamentali UE, e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, vizio di motivazione apparente ed illogica in relazione all’art. 132 c.p.c., all’art. 118 disp. att. c.p.c. e all’art. 111 Cost., comma 6, in ordine alla mancata audizione del ricorrente in appello.

2.1 Il motivo è inammissibile, ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., in relazione ai principi già espressi da questa Corte nella subiecta materia e di cui il ricorrente neanche richiede una rivisitazione critica.

Giova ricordare che, proprio secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte, nel procedimento, in grado d’appello, relativo ad una domanda di protezione internazionale, non è ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente, atteso che il rinvio, contenuto nel D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35, comma 13, , al precedente comma 10 che prevede l’obbligo di sentire le parti, non si configura come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collega il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza (cfr. Sez. 6, Ordinanza n. 3003 del 07/02/2018, cfr. anche: Sez. 6, Ordinanza n. 24544 del 21/11/2011).

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 5 e 6, nonché D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per vizio di omesso esame di fatto decisivo. Si evidenzia che era stata allegata, nei giudizi di merito, la circostanza relativa all’impossibilità di chiedere aiuto alla polizia in conseguenza della natura inefficiente e corrotta di quest’ultima, circostanza che era stata anche evidenziata in sede di appello incidentale e che invece era stata pretermessa nel suo esame da parte della corte territoriale, che era anche incorsa, così operando, nella violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, posto che costituiva dovere istruttorio del giudice quello di approfondire, mediante acquisizione di c.o.i., la situazione interna del paese di provenienza in ordine al funzionamento delle autorità protettive dei cittadini.

3.1 Il motivo è inammissibile.

Non è dato comprendere – in ragione del fatto che il motivo qui in scrutinio non lo spiega – quale sia il grado di decisività del fatto del cui omesso esame si duole il ricorrente ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, posto che la valutazione di non credibilità del racconto (che, invero, riposa su plurimi ed articolati argomenti) esclude, da un lato, la necessità di un approfondimento istruttorio sul punto qui da ultimo in discussione (per le ragioni già sopra evidenziate in relazione al primo motivo di doglianza prospettato dal ricorrente) e, dall’altro, non consente lo scrutinio del singolo argomento posto a sostegno dell’opposta tesi della credibilità del racconto, integrando questa tipologia di esame un giudizio di merito inibito alla corte di legittimità.

4. Con il quarto mezzo di denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 5, comma 1, lett. c.

4.1 Anche il motivo qui da ultimo in esame è inammissibile.

L’argomentazione – pur corretta in diritto, secondo cui la minaccia, rilevante ai fini della protezione internazionale, possa derivare anche da soggetti privati (e dunque maturare anche in ambito endofamiliare) – non si confronta ancora una volta con la ratio decidendi principale posta a sostegno del diniego della predetta tutela, e cioè la valutazione di non credibilità del racconto che abbraccia in realtà tutta la vicenda narrata dal richiedente e dunque esclude in radice la necessità di scrutinare la possibilità di un soccorso delle autorità statali in favore del ricorrente stesso.

5. Il ricorrente propone infine un quinto motivo con il quale denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vizio di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 5, 6 e 8 nonché del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, nonché, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, vizio di motivazione apparente in relazione all’art. 132 c.p.c., all’art. 118 disp. att. c.p.c. e all’art. 111 Cost., comma 6, e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di omesso esame di fatto decisivo. Si evidenzia che la corte di merito avrebbe affermato l’insussistenza di una generale situazione di pericolo, al fine di escludere il riconoscimento della protezione sussidiaria e di quella umanitaria, senza indicare in modo chiaro le fonti da cui traeva il proprio convincimento, se non riferendosi ad un risalente rapporto di Amnesty International (2015) e al sito (OMISSIS) che non è considerabile un’adeguata fonte di informazione.

5.1 Il motivo è inammissibile.

La doglianza, articolata con particolare riferimento al diniego della richiesta protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c, e alla violazione del relativo obbligo di cooperazione istruttoria, è formulata in modo generico, senza evocare un’erronea valutazione del paradigma applicativo incorniciato nel concetto di conflitto armato interno, ma richiamando, invece, profili – quali la rivalità tra bande; il clima generale non tranquillo che non caratterizzano il predetto presupposto applicativo della tutela protettiva invocata.

Sul punto, è necessario infatti ricordare, in relazione alla dedotta violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) denunciata con riguardo al mancato approfondimento istruttorio officioso relativo alla situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, che, alla stregua delle indicazioni ermeneutiche impartite da questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014; C-542/13, par. 36; C-285/12; C465/07), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 13858 del 31/05/2018).

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 agosto 2021

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