Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23021 del 11/11/2016


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Cassazione civile sez. trib., 11/11/2016, (ud. 16/09/2016, dep. 11/11/2016), n.23021

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23946/2010 proposto da:

C.G., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la

cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’Avvocato FABRIZIO MOBILIA con studio in MESSINA VIA P. ROMEO 4

(avviso postale ex art. 135) giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 203/2009 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

MESSINA, depositata il 30/06/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/09/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO PIETRO LAMORGESE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento del 10 motivo di

ricorso, assorbiti i restanti.

Fatto

Fatti di causa

A seguito del rifiuto dell’Amministrazione finanziaria di rimborsare a C.G. l’Irpef che, ad avviso della contribuente, era stata indebitamente trattenuta alla fonte dal Comune di Messina, quale datore di lavoro, a seguito della liquidazione del TFR, la CTP di Messina, in accoglimento del ricorso della C., dispose la riliquidazione dell’indennità di fine rapporto ai fini del rimborso con gli interessi e la rivalutazione.

L’appello dell’Agenzia delle entrate è stato parzialmente accolto dalla CTR di Palermo, sez. dist. Messina, con sentenza in data 30 giugno 2009, che lo ha preliminarmente giudicato ammissibile in quanto proposto nel termine lungo di impugnazione, rigettando l’eccezione della contribuente che lo riteneva tardivo in quanto notificato oltre il termine breve decorrente, a suo avviso, dalla data di notifica dell’appello proposto in proprio dal suo difensore antistatario per la distrazione delle spese; nel merito, ha ritenuto non dovuta la rivalutazione monetaria sull’importo da rimborsare.

Avverso questa sentenza la C. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi illustrati da memoria; l’Agenzia non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

La ricorrente denuncia con il primo motivo violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 23, comma 1 e art. 54, comma 2 e propone un quesito di diritto volto a stabilire se, nell’ipotesi in cui la sentenza di primo grado – che, in accoglimento del ricorso del contribuente, abbia riconosciuto il suo diritto al rimborso con i relativi accessori – sia gravata da appello principale del difensore antistatario della parte privata (che lamenti l’omessa pronuncia sulla domanda di distrazione delle spese di lite ritualmente avanzata) e, successivamente, con successivo ed autonomo atto di appello dall’ente impositore (per la riforma della sentenza impugnata quanto alla rivalutazione monetaria e alle spese del giudizio di primo grado) oltre il termine di sessanta giorni dalla notifica dell’appello principale del difensore, il giudice di secondo grado possa delibare nel merito il gravame successivo, disattendendo l’eccezione preliminare di inammissibilità dello stesso gravame a causa della sua tardività per intervenuta decorrenza del termine d’impugnazione.

Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 335 c.p.c. e si conclude con un quesito di diritto volto a stabilire se, nella situazione processuale descritta nel motivo precedente, la mancata riunione dei due appelli (quello del difensore sulla distrazione delle spese e quello dell’ente impositore sul merito) precluda l’esame del secondo laddove sia già intervenuta la pronuncia sul primo (con esito favorevole al difensore appellante).

I suddetti motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

Il giudice di merito ha fatto corretta applicazione del principio di diritto, costante nella giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. n. 7232/2013, 15639/2003), secondo cui la notifica della sentenza al soccombente, effettuata dal difensore distrattario al solo scopo del recupero delle spese, essendo finalizzata alla realizzazione di un diritto proprio del procuratore, diverso ed autonomo rispetto alla posizione sostanziale della parte rappresentata, non fa decorrere nei confronti di quest’ultima il termine breve per proporre l’impugnazione, rimanendo per la stessa operante, in mancanza di specifica notificazione, il termine lungo previsto dall’art. 327 c.p.c., comma 1. Pertanto, non essendosi formato alcun giudicato interno nè preclusione, correttamente la CTR ha giudicato il gravame dell’Agenzia nel merito, rigettando la domanda della contribuente relativa alla rivalutazione monetaria.

Il terzo motivo di ricorso denuncia violazione dell’art. 1224 c.c. e si conclude con un quesito di diritto volto a stabilire se, nell’ipotesi di declaratoria giudiziale del diritto del contribuente al rimborso d’imposta, il giudice sia tenuto a liquidare il maggior danno da svalutazione monetaria, riconoscendo automaticamente l’eventuale eccedenza, rispetto all’ammontare degli interessi legali, del saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi ovvero del tasso di inflazione se ancora maggiore.

Il motivo è infondato.

Il giudice di merito ha fatto corretta applicazione del principio di diritto secondo cui, nel caso di ritardato adempimento di un’obbligazione pecuniaria, il danno da svalutazione monetaria non è in re ipsa ma deve essere provato dal creditore, quantomeno deducendo e dimostrando che il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato di durata annuale è stato superiore, nelle more, agli interessi legali: prova da valutarsi con particolare rigore relativamente ai crediti nei confronti dell’erario, in considerazione della specificità della disciplina dell’obbligazione tributaria (v. Cass. n. 11943/2016).

In conclusione, il ricorso è rigettato.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 16 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2016

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