Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22983 del 11/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 11/11/2016, (ud. 13/07/2016, dep. 11/11/2016), n.22983

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – rel. Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25154/2014 proposto da:

M.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato MARISA CONCETTA BERARDUCCI, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO del

30/04/2014, depositata il 13/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FELICE MANNA.

Fatto

IN FATTO

Con ricorso del 10.10.2012 M.S. adiva la Corte d’appello di Campobasso per ottenere la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento di un equo indennizzo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, per la durata irragionevole di un (procedimento e di un) processo penale a carico suo e di altri, svoltosi dapprima innanzi al Tribunale di Bari e poi proseguito e definito irrevocabilmente dal Tribunale di Vasto.

Con decreto n. 25/13 il consigliere designato rigettava la domanda osservando che il ricorrente, nella sua qualità di imputato, non aveva depositato istanza di accelerazione del processo nei trenta giorni successivi al superamento dei termini di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2-bis e che pertanto non poteva essergli riconosciuto alcun indennizzo ai sensi dell’art. 2, comma 2-quinquies, lett. e) della stessa legge.

L’opposizione L. n. 89 del 2001, ex art. 5-ter, proposta dal M., il quale lamentava la circostanza che la norma applicata nel decreto opposto, in quanto inserita dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, era successiva ai fatti dedotti, era respinta in base ad una diversa motivazione e con condanna del ricorrente alle spese. Osservava la Corte territoriale che il procedimento ed il processo presupposto avevano avuto una durata complessiva di anni 6, mesi 8 e gg. 25, poichè il M. aveva avuto conoscenza della chiusura delle indagini preliminari a suo carico il 16.7.2005, ed il processo era terminato con sentenza di proscioglimento del GUP del Tribunale di Vasto il 2.12.2011, divenuta definitiva il 10.4.2012. Pertanto, detratti i rinvii non imputabili all’ufficio perchè disposti per impedimento di uno o più difensori, e precisamente quello del 23.5.2007 (nel limite ragionevole di tre mesi), quello disposto all’udienza del 14.5.2008 (con uno slittamento, sull’accordo delle parti, di mesi quattro e gg. 8) e quello di cui all’udienza dibattimentale del 30.10.2009 (con una posticipazione di mesi 2 e gg. 9), era di tutta evidenza che il processo era stato definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni, per cui sussisteva la causa ostativa al riconoscimento dell’indennizzo di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-ter.

Per la cassazione di tale decreto ricorre M.S., sulla base di due motivi.

Rinnovata la notifica all’Avvocatura dello Stato (dapprima effettuata a quella distrettuale e non a quella generale), il Ministero della Giustizia resiste con controricorso.

Il Collegio ha disposto che la motivazione della sentenza sia redatta in forma semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e il vizio di motivazione, per essersi la Corte territoriale pronunciata non sul motivo d’opposizione ma direttamente sul merito. Pertanto, dovendosi ritenere implicitamente accolto il motivo di doglianza svolto dall’opponente, la Corte distrettuale avrebbe dovuto tenerne conto ai fini delle spese, compensandole.

1.1. – Entrambe le censure esposte sono manifestamente infondate.

1.1.1. – La Corte d’appello si è pronunciata sulla questione di merito ritenendola implicitamente assorbente, perchè tale da escludere in radice la possibilità di accogliere la domanda.

1.1.2. – Del tutto priva di base logico-giuridica, poi, è l’opinione per cui il giudice nel regolare le spese dovrebbe tener conto dell’esattezza delle argomentazioni giuridiche poste a sostegno dell’opposizione L. n. 89 del 2001, ex art. 5-ter, piuttosto che del merito della pretesa azionata. Al contrario di quanto mostra di supporre l’odierna parte ricorrente, detta opposizione mira all’emanazione di un provvedimento sostitutivo del decreto monocratico, e dunque la Corte d’appello ha l’obbligo di provvedere sul merito della domanda anche ove ravvisi (non l’ingiustizia ma) l’illegittimità del precedente decreto.

2. – Il secondo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-ter, dell’art. 6, par. 1, CEDU, e dell’art. 111 Cost.. La Corte territoriale, si sostiene, è incorsa in errore li dove ha ritenuto di scomputare anche il periodo relativo all’udienza del 30.10.2009, nella quale, sebbene fosse stato addotto un impedimento legittimo del difensore di uno degli imputati, il Collegio aveva disatteso l’istanza di rinvio, disponendo comunque il differimento dell’udienza per altra ragione, imputabile all’ufficio giudiziario. Sicchè, conclude parte ricorrente, la durata complessiva del processo sarebbe stata di anni sei, mesi uno e gg. 17.

2.1. – Nei soli termini che seguono il motivo è fondato.

La norma dell’art. 2, comma 2-ter Legge Pinto, in base al quale si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio è definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni, “va interpretata in continuità con il comma che la precede: essa – nel mantenere fermi i limiti di durata ragionevole fissati nel comma 2-bis – lungi dall’allungare a sei anni il periodo di definizione di un processo che si sia esaurito in un unico grado di giudizio, detta una norma di chiusura, introducendo (anche qui, in linea con i risultati dell’elaborazione giurisprudenziale: Sez. 1, 13 aprile 2006, n. 8717; Sez. 1, 4 luglio 2011, n. 14534) una valutazione sintetica e complessiva del processo che si sia articolato in tre gradi di giudizio, consentendo così di escludere la configurabilità del superamento del termine di durata ragionevole tutte le volte in cui la durata dell’intero giudizio, nei suoi tre gradi, sia contenuta nel parametro complessivo di sei anni, e di trascurare, al contempo, il superamento registrato in un grado quando questo sia stato compensato da un iter più celere rispetto allo standard nel grado precedente o successivo” (così, in motivazione, Cass. n. 23745/14).

La disposizione in oggetto positivizza, recependolo, il consolidato orientamento interpretativo di questa Corte, secondo cui pur essendo possibile individuare degli standard di durata media ragionevole per ogni fase del processo, quando quest’ultimo si sia articolato in vari gradi e fasi, agli effetti dell’apprezzamento del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali occorre – secondo quanto già enunciato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo – avere riguardo all’intero svolgimento del processo medesimo, dall’introduzione fino al momento della proposizione della domanda di equa riparazione, dovendosi cioè 21divenire ad una valutazione sintetica e complessiva del processo anzidetto, alla maniera in cui si è concretamente articolato (per gradi e fasi appunto), così da sommare globalmente tutte le durate, atteso che queste ineriscono all’unico processo da considerare (Cass. nn. 28864/05, 8717/06 e 18720/07).

Ragioni di opportunità sistematica sono verosimilmente alla base di tale disposizione espressa. Modificato l’art. 4 sulla condizione di proponibilità della domanda di equa riparazione ed esclusa la possibilità di una tutela in itinere, il legislatore ha inteso evitare che l’espressa specificazione di cui dell’art. 2, comma 2-bis sulla durata standard di ciascun grado o di ciascuna fase del processo, ridesse fiato all’interpretazione opposta a quella sopra richiamata e legittimasse il dubbio di un’aporia indotta dalle predette due disposizioni, che ha raccordato tra loro, appunto, tramite dello stesso art. 2, comma 2-ter, per evitarne letture contraddittorie.

3. – L’accoglimento del secondo motivo, imponendo la cassazione con rinvio del decreto impugnato, assorbe l’esame del terzo mezzo, che censura la condanna alle spese.

4. – Il provvedimento impugnato va dunque annullato con rinvio alla Corte d’appello di Campobasso in diversa composizione, che nel riesaminare il merito si atterrà al principio di diritto sopra esposto e provvederà anche sulle spese di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, respinto il primo ed assorbito il terzo, e cassa il provvedimento impugnato con rinvio, anche per le spese di cassazione, alla Corte d’appello di Campobasso in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 13 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2016

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