Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22981 del 16/09/2019

Cassazione civile sez. I, 16/09/2019, (ud. 12/06/2019, dep. 16/09/2019), n.22981

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 18592/2018 R.G. proposto da:

A.E., rappresentato e difeso dall’avvocato Giorgetti Marco del

foro di Ancona per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ANCONA, depositato il 02/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/06/2019 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto n. 5508/2018 depositato il 2-5-2018 e comunicato a mezzo pec nella stessa data il Tribunale di Ancona ha respinto il ricorso di A.E., cittadino della Nigeria, avente ad oggetto il riconoscimento della protezione internazionale, sussidiaria e umanitaria. Esaminando nel merito le domande, il Tribunale ha ritenuto che fossero non credibili i fatti narrati dal richiedente, il quale riferiva di essere di religione cristiano evangelista, di essere fuggito perchè emarginato dalla propria famiglia, di religione musulmana, di essere stato avvelenato, dopo la morte di sua madre, e di aver subito violenze e vessazioni per ragioni sia ereditarie, sia religiose, poichè alcuni suoi parenti avevano tentato di convertirlo forzatamente alla religione islamica. Il Tribunale ha in ogni caso ritenuto che le vicende narrate fossero di natura privata e concernenti la giustizia comune e che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto anche riguardo alla situazione generale e politico-economica della Nigeria, descritta nel decreto impugnato con indicazione delle fonti di conoscenza.

2. Avverso il suddetto provvedimento, il ricorrente propone ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta “In riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 – Violazione e falsa applicazione di legge- Vizio di motivazione”. Ad avviso del ricorrente la motivazione di non credibilità delle vicende narrate è meramente apparente, essendosi il Tribunale limitato ad affermare che si trattava di vicenda di vita privata e di giustizia comune, senza precisare gli elementi posti a base di detta valutazione.

2. Con il secondo motivo lamenta “In riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 7 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis. Vizio di motivazione”. Sottolinea che le minacce ricevute per motivi religiosi e il tentativo di avvelenamento subito integrano il danno grave D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. B), avendo omesso il Tribunale di accertare, tramite i poteri istruttori ufficiosi, se le autorità nigeriane fossero in grado di offrirgli adeguata protezione.

3. Con il terzo motivo lamenta “In riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5: violazione e falsa applicazione della legge: D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. C). Vizio di motivazione”.

In relazione all’affermazione circa l’insussistenza dei presupposti per la protezione sussidiaria, ad avviso del ricorrente il Tribunale ha elencato una serie di criticità del sistema sociale nigeriano, ma ha di seguito contraddittoriamente concluso per l’insussistenza della protezione invocata dal richiedente. Richiama le statuizioni delle sentenze di merito allegate, relative alle vicende di richiedenti provenienti, come il ricorrente, dalla Nigeria.

4. I primi tre motivi, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, sono infondati.

4.1. Questa Corte ha chiarito che “il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa;

l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità” (Cass. ord. n. 3340/2019). Inoltre, anche in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito. Il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. ord. 30105 del 2018).

4.2. Il ricorrente deduce genericamente la violazione di norme di legge, avuto riguardo alla situazione generale della Nigeria, attraverso il richiamo alle disposizioni disattese e tramite una ricostruzione della fattispecie concreta, sia quanto al giudizio di non credibilità, sia quanto all’insicurezza e instabilità del Paese di origine ed alla compromissione di diritti fondamentali, difforme da quella accertata nel giudizio di merito.

Il Tribunale ha espresso la valutazione di non credibilità della vicenda personale narrata dal ricorrente, rimarcando in dettaglio plurime incongruenze e contraddizioni nel racconto del ricorrente ed escludendo, con adeguata motivazione, la sua provenienza dalla zona settentrionale della Nigeria, così effettuando, nel rispetto degli indici legali, un accertamento di merito insindacabile, se non sotto il profilo dell’anomalia motivazione o dell’omessa valutazione di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in base all’orientamento costante di questa Corte già richiamato (tra le tante Cass. ord.. 3340/2019 citata). Il Tribunale ha altresì esaminato, richiamando fonti di conoscenza (COI Easo settembre 2017 e UNHCR), la situazione generale della Nigeria ed ha escluso l’esistenza di situazioni di violenza indiscriminata in conflitto armato nella zona di provenienza del richiedente, compiutamente esercitando il potere-dovere di cooperazione istruttoria, anche con riferimento alle lamentate persecuzioni religiose. Anche le suddette valutazioni costituiscono apprezzamenti di fatto rimessi al giudice del merito e sono sindacabili solo mediante il paradigma del vizio motivazionale di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Per quanto si è detto i fatti allegati sono stati esaminati e la motivazione della sentenza impugnata è sorretta da un contenuto non inferiore al minimo costituzionale, come delineato dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. S.U. n. 8053/2014 e tra le tante da ultimo Cass. n. 22598/2018), così da sottrarsi al sindacato di legittimità della stessa ed alla conseguente valutazione di “anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante”.

5. Con il quarto motivo lamenta “Violazione e falsa applicazione della legge: D.Lgs. n. 18 del 2014, di recepimento della Direttiva 2011/95/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13-12-2001- Vizio di motivazione”. Deduce che il legislatore nazionale, nel recepire la Direttiva Europea del 2011, non aveva richiamato l’art. 8, afferente alla protezione interna al Paese d’origine, anche in riferimento ad una situazione di pericolo in una sola porzione del territorio. Ad avviso del ricorrente, in Italia non è pertanto possibile considerare solo una porzione di un Paese terzo, ed invece il Tribunale di Ancona, nella motivazione, aveva dato rilievo all’assenza di rischi solo nell’area di provenienza del ricorrente.

6. Il motivo è infondato.

La giurisprudenza di questa Corte ha affermato che “in tema di protezione internazionale dello straniero, il riconoscimento del diritto ad ottenere lo “status” di rifugiato politico, o la misura più gradata della protezione sussidiaria, non può essere escluso, nel nostro ordinamento, in virtù della ragionevole possibilità del richiedente di trasferirsi in altra zona del territorio del Paese d’origine, ove egli non abbia fondati motivi di temere di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire danni gravi, atteso che tale condizione, contenuta nell’art. 8 della Direttiva 2004/83/CE, non è stata trasposta nei D.Lgs. n. 251 del 2007, essendo una facoltà rimessa agli Stati membri inserirla nell’atto normativo di attuazione della Direttiva” (Cass. ord. n. 2294 del 16/02/2012; Cass. 8399/2014; Cass. 28433/2018).

Nella fattispecie in esame, tuttavia, la sentenza impugnata non afferma che lo straniero, tornato in patria, deve trasferirsi in zona diversa da quella di provenienza ma, al contrario, che proprio nella zona di provenienza del ricorrente non sussistono situazioni di violenza e pericolo in caso di rimpatrio, sicchè non ricorre la violazione di legge denunciata, nè sussiste contrasto con i principi di diritto affermati da questa Corte e sopra richiamati.

7. Con il quinto motivo il ricorrente lamenta “In riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3: violazione e falsa applicazione della legge: D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, comma 1 c-ter, regolamento di attuazione- vizio di motivazione”. In relazione alla reiezione della richiesta di protezione umanitaria, denuncia il vizio di violazione di legge e di motivazione apparente, non avendo il Tribunale ravvisato lo specifico rischio di vulnerabilità del richiedente, nonostante l’esistenza di una situazione di instabilità ed insicurezza del Paese di origine.

8. Il motivo è inammissibile.

La giurisprudenza di questa Corte ha precisato che “La protezione umanitaria, nel regime vigente “ratione temporis”, tutela situazioni di vulnerabilità – anche con riferimento a motivi di salute – da riferirsi ai presupposti di legge ed in conformità ad idonee allegazioni da parte del richiedente. Ne deriva che non è ipotizzabile nè un obbligo dello Stato italiano di garantire allo straniero “parametri di benessere”, nè quello di impedire, in caso di ritorno in patria, il sorgere di situazioni di “estrema difficoltà economica e sociale”, in assenza di qualsivoglia effettiva condizione di vulnerabilità che prescinda dal risvolto prettamente economico” (Cass. ord. n. 3681/2019). La valutazione deve essere autonoma, nel senso che il diniego di riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie non può conseguire automaticamente dal rigetto delle altre domande di protezione internazionale, essendo necessario che l’accertamento da svolgersi sia fondato su uno scrutinio avente ad oggetto l’esistenza delle condizioni di vulnerabilità che ne integrano i requisiti (Cass. n. 28990/2018). Ciò nondimeno il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato ed il potere istruttorio ufficioso può esercitarsi solo in presenza di allegazioni specifiche sui profili concreti di vulnerabilità (Cass. n. 27336/2018).

Nel caso di specie il diniego è dipeso dall’accertamento dei fatti da parte dei giudici di merito, che hanno escluso con idonea motivazione, alla stregua di quanto considerato nei paragrafi che precedono, nonchè facendo applicazione dei principi di diritto suesposti, l’esistenza di fattori particolari di vulnerabilità del ricorrente, valutando le allegazioni dello stesso e le informazioni sul Paese di origine, e ritenendo recessivo, in comparazione, il percorso di integrazione in Italia.

Le doglianze, oltre che genericamente formulate, si risolvono, inammissibilmente, in una ricostruzione dei fatti difforme da quella accertata dal giudice di merito.

9. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato.

10. Nulla deve disporsi sulle spese del presente giudizio, atteso che il Ministero è rimasto intimato.

11. Poichè il ricorrente è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato, non sussistono nella specie i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente stesso, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso per cassazione, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 12 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2019

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