Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22972 del 10/11/2016

Cassazione civile sez. VI, 10/11/2016, (ud. 15/09/2016, dep. 10/11/2016), n.22972

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20170-2014 proposto da:

D.G.G., elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA

CAVOUR presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

CLAUDIO DEFILIPPI giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

R.V., UNICREDIT MANAGEMENT BANK SPA;

– intimati –

avverso l’ordinanza n. 2794/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO del

17/06/2014, depositata il 23/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. Raffaele FRASCA;

udito l’Avvocato Ferdinando Tota (delega avvocato Defilippi)

difensore del ricorrente che si riporta agli scritti.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

quanto segue:

p.1. D.G.G. ha proposto ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost., comma 7, avverso l’ordinanza pronunciata dalla Corte d’Appello Di Milano il 23 giugno 2014, con la quale, ai sensi dell’art. 348-bis e 348-ter c.p.c. veniva dichiarato inammissibile l’appello dal medesimo proposto avverso la sentenza del Tribunale di Milano, datata 19 novembre 2011, che, nel rigettare la domanda di opposizione a decreto ingiuntivo avanzata dal Sig. R.V. – amministratore unico della Phonema Revisione e Collaudi s.r.l. – nei confronti della Unicredit s.p.a., aveva condannato il Sig. D., in solido con il Sig. B.D., in qualità di garanti, a manlevare e tenere indenne il Sig. R. da quanto quest’ultimo fosse stato tenuto a pagare in favore della Unicredit s.p.a. per effetto del summenzionato decreto ingiuntivo. Nel contempo, il Tribunale aveva dichiarato inammissibili, poichè tardive, le domande riconvenzionali proposte dai Sig.ri D. e B., volte ad ottenere l’accertamento della negligenza dimostrata dal Sig. R. nell’espletamento dei compiti inerenti al proprio ufficio.

p.2. Tale pronuncia veniva impugnata con separati appelli poi riuniti dai Sig.ri D. e B. dinanzi alla Corte d’Appello di Milano, i quali chiedevano la riforma integrale della sentenza di prime cure, rilevando il vizio di omessa valutazione, da parte del Giudice di primo grado, sia della richiesta di estromissione dal giudizio, che della mancata diligenza da parte del Sig. R. nell’espletamento del proprio incarico.

p.3. La Corte d’Appello di Milano, ritenuto che gli appellanti non avessero impugnato l’argomentazione oggetto della ratio decidendi posta dal Tribunale a fondamento della pronuncia di inammissibilità delle domande riconvenzionali da essi proposte in primo grado, con ordinanza dichiarava inammissibile gli appelli riuniti ex art. 348-ter c.p.c..

p.4. Nessuno degli intimati ha svolto attività difensiva.

p.5. Prestandosi il ricorso ad essere trattato in camera di consiglio, secondo il rito dell’art. 380-bis c.p.c., è stata redatta relazione ai sensi di tale norma e ne è stata fatta notificazione agli avvocati delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

quanto segue:

p.1. Nella relazione ai sensi dell’art. 380-bis si sono svolte le seguenti considerazioni:

(…) p.4. Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., in quanto appare inammissibile.

Esso è affidato a quattro motivi.

Con il primo motivo il ricorrente deduce “omessa valutazione circa un fatto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione all’art. 24 codice deontologico”, osservando come l’ordinanza impugnata avrebbe omesso di pronunciarsi sul conflitto di interessi, rilevato in prima udienza, sussistente tra il ricorrente medesimo ed il difensore dell’odierno resistente, dr. R., subentrato nel procedimento di secondo grado, sebbene si trattasse di una evidente causa di incompatibilità, tale da rendere necessario un esame da parte del Collegio.

Con il secondo motivo, ancora, il ricorrente deduce “omessa valutazione circa un fatto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione all’art. 1176 c.c.”. In particolare, la censura è rivolta contro la parte dell’ordinanza impugnata nella quale la Corte d’Appello afferma che ” D.G. e B.D. non hanno impugnato l’argomentazione con cui il Tribunale ha indicato la “ratio dedicendi” della pronuncia di inammissibilità”: la Corte, infatti, nella suddetta pronuncia non avrebbe tenuto conto dei motivi, espressamente indicati in appello, relativi alla mancata diligenza del dr. R., con cui veniva evidenziato come lo stesso avesse operato in sostanziale autonomia, senza ingerenze nella gestione da parte del ricorrente, motivi dalla cui valutazione sarebbe dovuta discendere la necessità di dichiarare l’estromissione del ricorrente dal giudizio.

Con il terzo motivo, è dedotta “violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 348 bis e ter c.p.c.”, lamentandosi come il Collegio abbia pronunciato l’inammissibilità dell’appello senza aver valutato il comportamento negligente e contrario a buona fede del dr. R., ampiamente dedotto dal ricorrente, che avrebbe senza dubbio consentito di concludere per la sussistenza di (almeno) una ragionevole probabilità di accoglimento dell’appello, così determinando il superamento del filtro di inammissibilità di cui all’art. 348 bis c.p.c.

Infine, con il quarto motivo si deduce “violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 91 c.p.c.”, per aver l’ordinanza impugnata erroneamente condannato gli appellanti a rifondere le spese in favore del dr. R..

p.5. Il ricorso, con riguardo alla natura del provvedimento impugnato, è ammissibile soltanto con riferimento al primo ed al quarto motivo, mentre non lo è rispetto al secondo ed al terzo motivo.

Peraltro, il primo motivo ed il quarto sono in concreto inammissibili per come articolati.

Queste le ragioni.

p.6. Sotto l’aspetto relativo alla natura del provvedimento impugnato si deve rilevare che Cass. sez. un. n. 1914 del 2016, dirimendo un contrasto interno alla Sesta Sezione ha ritenuto che l’ordinanza ex art. 348-ter c.p.c. sia impugnabile con il ricorso straordinario per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, seppur limitatamente ai vizi di natura processuale e, peraltro, con ulteriori limiti connaturati alla natura della motivazione che deve essere resa dal giudice d’appello ai sensi della citata norma.

In particolare le Sezioni Unite hanno osservato: “Alla stregua della disciplina risultante dagli arti. 348 bis e ter c.p.c. il soccombente che si è visto dichiarare inammissibile l’appello con l’ordinanza di cui all’art. 348 ter c.p.c., proponendo ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado non può ovviamente che dedurre motivi attinenti a quella decisione e non può quindi far valere censure riguardanti eventuali errores in procedendo commessi dal giudice d’appello, posto che per poter conseguire una pronuncia su tali eventuali errori l’unica possibilità sarebbe quella di impugnare il provvedimento che pone termine al procedimento di appello, ossia l’ordinanza declaratoria dell’inammissibilità dello stesso. Se tale ordinanza non fosse impugnabile non sarebbe perciò in alcun modo sindacabile la decisione che “nega” alla parte il giudizio d’appello, ossia l’impugnazione idonea a provocare un riesame della causa nel merito non limitato al controllo di vizi specifici ma inteso ad introdurre un secondo grado in cui il giudizio può essere interamente rinnovato non in funzione dell’esame della sentenza di primo grado ma come nuovo esame della controversia, sia pure nei limiti del proposto appello”.

Così, è stato sancito il principio per cui “deve ritenersi l’impugnabilità ex art. 111 Cost. dell’ordinanza pronunciata dal giudice d’appello ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c. per vizi propri consistenti in violazioni della normativa processuale”.

Deve pertanto concludersi nel senso della esperibilità del ricorso straordinario per Cassazione, ex art. 111 Cost., avverso l’ordinanza di inammissibilità dell’appello pronunciata ex art. 348-ter c.p.c., al solo fine di far valere censure relative a errores in procedendo commessi dal giudice d’appello. Secondo le Sezioni Unite, al contrario, rimane preclusa la proposizione del ricorso per errores in iudicando, “essendo il merito ridiscutibile attraverso il ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado, e non essendo pertanto in proposito configurabile la definitività richiesta per il ricorso ex art. 111 Cost, comma 7”.

Le Sezioni Unite hanno, peraltro, sostanzialmente espunto dal novero dei vizi deducibili il vizio di omessa pronuncia su motivo di appello.

p.7. Ebbene, alla stregua degli insegnamenti delle Sezioni Unite sono deducili i vizi di cui al primo ed al quarto motivo.

p.7.1. Il primo motivo, tuttavia, viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto omette di indicare in modo specifico se e dove sarebbe esaminabile il verbale di prima udienza in cui la questione posta dal motivo sarebbe stata articolata. L’onere di indicazione specifica sotto tale profilo avrebbe dovuto essere evaso o indicando la produzione della copia del verbale o, secondo l’alternativa ammessa da Cass. sez. un. n. 22726 del 2011 facendo riferimento alla presenza del verbale nel fascicolo d’ufficio: tale seconda indicazione, necessaria ai fini del rispetto dell’art. 366 c.p.c., n. 6 secondo quanto espressamente affermato dalla decisione, avrebbe solo esentato parte ricorrente dall’onere di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, che impone al ricorrente in Cassazione di produrre anche gli atti processuali su cui il ricorso si fonda.

L’onere di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 avrebbe richiesto, inoltre, la trascrizione del contenuto specifico dell’eccezione oppure la sua riproduzione in via indiretta, con riferimento alla relativa parte del verbale.

Peraltro, il motivo in ogni caso appare di assoluta genericità e, quindi, risulta inammissibile per difetto di specificità: requisito che si applica anche al motivo di ricorso per cassazione (ex multis, Cass. n. 4741 del 2005).

Infatti, ci si limita a dire che il difensore subentrato in secondo grado nel patrocinio del R. sarebbe stato in conflitto di interessi perchè “aveva intrattenuto rapporti professionali con l’odierno ricorrente e nient’altro si precisa.

p.7.2. Il quarto motivo è inammissibile per assoluta mancanza di specificità ed anche valutato nella sua genericità articola una prospettazione del tutto infondata, là dove vorrebbe evocare il criterio della valutazione della soccombenza riferito alla causa nel suo complesso riferendosi a non meglio individuate “disattese eccezioni di carattere processuale”.

p.7.3. Il ricorso è, invece, inammissibile con riguardo al secondo e terzo motivo, in quanto con essi si pretende di sindacare la motivazione adottata dalla Corte meneghina sul merito dell’appello.

Inoltre, con specifico riguardo alla improponibilità del ricorso avverso l’ordinanza ex art. 348-ter per il motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 è stato ulteriormente affermato che “le problematiche concernenti la motivazione dell’ordinanza impugnata possono essere affrontate in sede di impugnazione dell’ordinanza ex art. 348 ter c.p.c. (non attraverso la denuncia di un error in iudicando, quindi di un “vizio di motivazione” – o quel che resta di esso dopo l’ultima riforma dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – bensì) solo attraverso la denuncia di violazione della legge processuale che sancisce l’obbligo di motivazione” (S.U. n. 1914/2016) e, ancora, che l’art. 348-ter, nella parte in cui esclude che il ricorso ordinario per Cassazione avverso la sentenza di primo grado possa fondarsi sull’art. 360 c.p.c., n. 5 “palesemente impedisce di considerare discutibile con tale rimedio anche l’ordinanza de qua”. In altre parole, se il ricorso per Cassazione che sia esperito, in seguito alla pronuncia di un’ordinanza di inammissibilità dell’appello ex art. 348-ter c.p.c., avverso la sentenza di primo grado, non può esser proposto per il motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 a fortiori tale motivo non potrà essere invocato qualora si proponga ricorso straordinario per Cassazione direttamente avverso l’ordinanza.

p.8. Quanto, poi, alla questione di costituzionalità prospettata in chiusura del ricorso con riferimento all’art. 360 c.p.c., nuovo n. 5 essa è prospettata senza alcuna spiegazione (e parte ricorrente va comunque rimandata alla lettura di Cass. sez. un. nn. 8053 e 8054 del 2014).

p.9. Il ricorso dev’essere conclusivamente dichiarato inammissibile.”.

p.2. In via preliminare si rileva che, ancorchè parte ricorrente non abbia allegato se e quando gli è stata comunicata l’ordinanza ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., il ricorso appare tempestivo, in quanto è stato comunque notificato nei sessanta giorni dalla pubblicazione dell’ordinanza.

p.3. Sempre in via preliminare, il Collegio, a rettifica dell’argomentazione della relazione, rileva che la questione di costituzionalità dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nel testo introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella L. n. 134 del 2012, è stata prospettata dal ricorrente non già in chiusura del ricorso (dove è solo richiamata), bensì come un motivo preliminare, prima dell’esposizione dei motivi, ed è stata anche argomentata.

Peraltro, la rilevanza della questione, essendo stata impugnata l’ordinanza ex art. 348-bis c.p.c., suppone necessariamente l’esame della questione dei limiti entro i quali tale ordinanza è impugnabile, che sono quelli indicati dalla relazione con l’evocazione della sentenza n. 1914 del 2016 delle Sezioni Unite.

Ancora in via preliminare il Collegio rileva che nemmeno comparendo all’adunanza parte ricorrente ha depositato gli avvisi di ricevimento relativi alle due relate delle notificazioni a mezzo posta eseguite nei confronti del R. e dell’Unicredit. Di modo che si configura ragione di inammissibilità ulteriore e pregiudiziale del ricorso per mancanza di prova di attivazione del contraddittorio (Cass. sez. un. n. 627 del 2008).

Il Collegio condivide in ogni caso l’assunto della relazione che il primo ed il quarto motivo siano vizi deducibili secondo quanto hanno ritenuto le sezioni Unite.

p.3.1. In particolare, il primo motivo, là dove denuncia l’esistenza di un conflitto di interessi relativo al difensore di una delle controparti in secondo grado, che non sarebbe stato esaminato, si risolve nella denuncia di un error in procedendo relativo alla sussistenza di un vizio della procura, che avrebbe commesso il giudice d’appello.

Tale errore, ancorchè dedotto come omesso esame di fatto decisivo e con evocazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 risulta in realtà relativo ad un vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., n. 4 atteso che, allorquando si denuncia un vizio commesso dal giudice d’appello relativamente all’applicazione di una norma del procedimento regolatrice dello svolgimento del giudizio di appello (nella specie la norma regolatrice della procura: art. 83 c.p.c., pur non evocato expressis verbis, ma chiaramente individuabile nell’argomentare del motivo), derivante dal non essersi pronunciato sulla relativa questione, ancorchè essa fosse stata prospettata, l’omissione di pronuncia che così si denuncia non è riconducibile al vizio di omessa pronuncia per violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto il non essersi il giudice d’appello pronunciato sulla questione, è vizio che, inerendo l’applicazione delle norme del procedimento, rifluisce nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (in termini: Cass. n. 1701 del 2009; conf. Cass. n. 22083 del 2013).

Peraltro, alla stregua di Cass. sez. un. n. 17931 del 2013 l’errore nella indicazione del paradigma dell’art. 360 c.p.c. è irrilevante, atteso che il vero oggetto della censura e, quindi, il paradigma effettivo e la norma di cui si denuncia la sostanziale violazione, sono comprensibili, come s’è detto.

Ricondotto il primo motivo ad un preteso error in procedendo commesso dal giudice d’appello e non essendo discutibile che anche il quarto motivo lo sia, pur essendosi evocato il n. 3 anzichè il n. 4 dell’art. 360 c.p.c., è palese che la questione di costituzionalità prospettata con riferimento al n. 5 riguardo ad essi non rileva in alcun modo.

p.3.2. Ciò premesso, rileva il Collegio:

a) che la memoria, con riferimento al primo motivo, si è disinteressata dei rilievi di inammissibilità formulati dalla relazione, che appaiono pienamente condivisibili;

b) che la memoria, con riferimento al quarto motivo, si è parimenti disinteressata dei condivisibili rilievi della relazione, sia in punto di genericità, sia in punto di mancata spiegazione della rilevanza, in funzione del criterio della valutazione dell’esito finale della lite, del’assunto circa il riferimento a disattese eccezioni di carattere processuali, atteso che l’ordinanza ad esse nemmeno accenna.

Si ricorda che Cass. n. 4741 del 2005, seguita de numerose conformi, ebbe a statuire che. “Il requisito di specificità e completezza del motivo di ricorso per cassazione è diretta espressione dei principi sulle nullità degli atti processuali e segnatamente di quello secondo cui un atto processuale è nullo, ancorchè la legge non lo preveda, allorquando manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo (art. 156 c.p.c., comma 2). Tali principi, applicati ad un atto di esercizio dell’impugnazione a motivi tipizzati come il ricorso per cassazione e posti in relazione con la particolare struttura del giudizio di cassazione, nel quale la trattazione si esaurisce nella udienza di discussione e non è prevista alcuna attività di allegazione ulteriore (essendo le memorie, di cui all’art. 378 c.p.c., finalizzate solo all’argomentazione sui motivi fatti valere e sulle difese della parte resistente), comportano che il motivo di ricorso per cassazione, ancorchè la legge non esiga espressamente la sua specificità (come invece per l’atto di appello), debba necessariamente essere specifico, cioè articolarsi nella enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo. In riferimento alla deduzione di un “error in procedendo” e, particolarmente, con riguardo alla deduzione della violazione di una norma afferente allo svolgimento del processo nelle fasi di merito, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 il rispetto dell’esigenza di specificità non cessa di essere necessario per il fatto che, com’è noto, la Corte di Cassazione, essendo sollecitata a verificare se vi è stato errore nell’attività di conduzione del processo da parte del giudice del merito, abbia la possibilità di esaminare direttamente l’oggetto in cui detta attività trovasi estrinsecata, cioè gli atti processuali, giacchè per poter essere utilmente esercitata tale attività della Corte presuppone che la denuncia del vizio processuale sia stata enunciata con l’indicazione del (o dei) singoli passaggi dello sviluppo processuale nel corso del quale sarebbe stato commesso l’errore di applicazione della norma sul processo, di cui si denunci la violazione, in modo che la Corte venga posta nella condizione di procedere ad un controllo mirato sugli atti processuali in funzione di quella verifica. L’onere di specificazione in tal caso deve essere assolto tenendo conto delle regole processuali che presiedono alla rilevazione dell’errore ed alla sua deducibilità come motivo di impugnazione”.

p.4. La questione di costituzionalità rileverebbe, invece, a proposito del secondo e del quarto motivo, ma essa argomentata con deduzioni che non riescono ad evidenziare come si configurerebbe il vulnus alla Costituzione, atteso che l’art. 111 Cost., comma 7, (come hanno ribadito Cass. sez. un. n. 8053 e 8054 del 2014), assicura la garanzia del ricorso in cassazione solo contro la violazione di legge, che, con riferimento all’obbligo della motivazione, ricorre solo nel caso di motivazione fisicamente mancante o talmente incoerente e contraddittoria da ridondare in motivazione carente. Mentre nella specie la Corte territoriale, con evidente correlazione a quanto ha riferito circa la ratio decidendi del Tribunale nella parte finale del “premesso che” ha espressamente motivato che l’appello non l’aveva attinta. Il che integra una motivazione chiara ed esistente.

Il Collegio rileva ancora – ancorchè il ricorrente non svolga una simile argomentazione – che (sempre nella logica di cui a Cass. sez. un. n. 17931 del 2013) il secondo motivo, là dove contesta la motivazione dell’ordinanza che si è espressa nel senso che gli appellanti “non hanno impugnato l’argomentazione con cui il Tribunale ha indicato la ratio decidendi della pronuncia di inammissibilità”, non potrebbe essere inteso come motivo deducente un vizio di norma del procedimento commesso dal giudice d’appello idoneo a giustificare la ricorribilità, in quanto quel giudice avrebbe dovuto pronunciarlo con sentenza: è vero che Cass. sez. un. n. 1914 del 2016, dopo avere rilevato che l’ordinanza ai sensi dell’art. 348-bis è impugnabile se pronunciata nei casi in cui l’art. 348-bis fa divieto di pronunciarla e senza l’osservanza delle norme procedimentali che ne regolano la pronuncia, ha soggiunto che “il primo comma dell’art. 348-ter c.p.c. laddove si precisa che l’ordinanza in questione non può essere pronunciata se non “fuori dei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello” e quando l’impugnazione non ha “una ragionevole probabilità di essere accolta”, così chiaramente limitando l’ambito applicativo dell’ordinanza medesima a quello dell’impugnazione manifestamente infondata nel merito”. Senonchè, un appello che non si misuri con la ratio decidendi della sentenza o che difetti del requisito della specificità, chiaramente si risolve in un appello che sostanzialmente, per le sue deficienze strutturali nell’enunciare le ragioni di merito dell’impugnazione, è manifestamente infondato nel merito, ancorchè la causa di questa infondatezza sia qualificata dall’ordinamento come inammissibilità nel caso del difetto di specificità e nell’altro caso integri una nullità irrimediabile dell’atto di appello (Cass. n. 359 del 2005, seguita da numerose conformi). Queste ragioni di inammissibilità, infatti, non sono correlati ad adempimenti formali che prescindono dalla vocazione dell’appello a provocare una nuova decisione nel merito, ma sono direttamente funzionali a provocarla e, pertanto, se ben si intende il dictum delle Sezioni Unite, che non a caso non le ha espressamente considerate, si prestano ad essere ricondotte lato sensu nell’area della infondatezza nel merito dell’appello.

Tanto più nella logica, avallata dalle stesse Sezioni Unite, della non deducibilità del vizio di omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. proprio in ragione del carattere sommario della motivazione sulla mancanza di ragionevole probabilità dell’appello di essere accolto.

Ove, peraltro, tale ragionamento non fosse condivisibile, quand’anche si opinasse che il secondo motivo denunci un error in procedendo, esso si configurerebbe inammissibile per manifesta violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, giacchè nella sua illustrazione nemmeno si fa riferimento alla motivazione di inammissibilità resa dalla sentenza di primo grado, cui allude il giudice d’appello, e neppure si dice se e dove la sentenza di primo grado sia esaminabile, onde consentire di valutare la congruenze di quanto osservato dall’ordinanza impugnata. Al riguardo si fa riferimento genericamente, nel riportare un brano motivazionale, ad un “doc. 1”, ma non si dice alcunchè sul luogo nel quale il documento si troverebbe e, d’altro canto, in chiusura del ricorso come documento “1” si indica l’originale del ricorso e le relative copie. Non solo: il brano di detta motivazione nemmeno pertiene a quanto riferito nell’ordinanza, che concerne l’inammissibilità delle domande riconvenzionali per tardività.

p.5. Il ricorso è, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 15 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2016

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