Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22969 del 02/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 02/10/2017, (ud. 15/03/2017, dep.02/10/2017),  n. 22969

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3440-2013 proposto da:

D.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO ALLOCCA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO DEL POGGIO;

– ricorrente –

contro

DRA – DEMOLIZIONI RECUPERO AMBIENTALI SRL, elettivamente domiciliato

in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 118, presso lo studio dell’avvocato

MARIA CARLA VECCHI, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato ANDREA VERNAZZA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2417/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 03/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/03/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE SABATO;

udito l’Avvocato Giorgio ALLOCCA difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato VECCHI Maria Carla, difensore del resistente che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO CARMELO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. D.L. ha convenuto con atto del 27 ottobre 2005 la D.R.A. – Demolizioni Recuperi Ambientali s.r.l. innanzi al tribunale di Voghera chiedendo condannarsi la stessa, i cui incaricati impegnati nella pulizia dell’alveo del torrente (OMISSIS) erano entrati nel fondo dell’attore con un escavatore, al risarcimento dei danni consistiti nell’abbattimento di un muretto costituente difesa rispetto al torrente e nell’erosione e cedimento conseguenziali della fondazione del suo garage non più protetto dall’opera abbattuta. La D.R.A. s.r.l. ha sostenuto l’illegittimità del muretto sulla sponda, idoneo ad alterare il corso dell’acqua pubblica, e la legittimazione passiva del solo comune di Casteggio, suo committente.

2. Il tribunale, previa consulenza tecnica di ufficio, con la sentenza depositata il 17/11/2007 ha ritenuto sussistente l’illecito e condannato la s.r.l. al risarcimento per Euro 10.000 per i danni al muro di contenimento, ritenendo non collegato causalmente ai fatti il cedimento dell’autorimessa.

3. Avverso tale decisione la D.R.A. s.r.l. ha proposto appello che è stato accolto dalla corte d’appello di Milano la quale, in riforma della precedente sentenza, ha rigettato totalmente la domanda di D.L..

Per quanto ancora rileva, con la sentenza depositata il 3/7/2012 la corte locale ha considerato che:

– dalla ricostruzione mediante strumentazione topografica effettuata dal consulente tecnico d’ufficio fosse emerso che il muretto di contenimento era stato realizzato al fine di deviare il corso del torrente e che tra “(i) manufatti nell’alveo demaniale” (il riferimento è al torrente Coppa, di cui il (OMISSIS) è un affluente) rientra “l’edificio box in uso al D.”, oltre altro “opposto edificio costruito da terzi nel medesimo alveo” (p. 8 della sentenza);

– in base alla relazione del consulente, ampiamente riportata, dovesse ritenersi che le costruzioni realizzate nell’alveo non potessero essere costruite se non fondate su pali, nella specie mancanti, per cui i danni riscontrati erano “riconducibili senza dubbio” a tale carenza (p. 9);

– il muretto demolito nell’alveo vi creasse uno “sbarramento”, essendo migliorativa la situazione conseguita all’abbattimento parziale, stante la natura pubblica del torrente (pp. 9-10);

– conseguentemente non sussistesse alcun interesse ad agire nè lo stesso danno in capo a D.L..

4. D.L. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi. Resiste la D.R.A. s.r.l. con controricorso illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta nullità della sentenza e del procedimento ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), deducendo altresì vizi di motivazione. Lamenta essere viziata la sentenza che pone a suo fondamento le risultanze di consulenza tecnica d’ufficio in presenza di prove documentali contrarie, nonchè l’ultrapetizione in cui sarebbe incorsa la corte d’appello ritenendo l’abusività delle opere; invero, sarebbero in atti autorizzazione e concessione edilizia, avendo comunque il ricorrente agito per il risarcimento da illecita demolizione, non dovendo dunque la corte d’appello giudicare sull’abusività delle opere.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta vizio di motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5). Lamenta non essere stato valutato che lo stesso ricorrente non ha effettuato costruzioni all’interno dell’alveo; la corte territoriale avrebbe valutato in tal senso solo la consulenza tecnica d’ufficio, a fronte delle prove documentali e fotografiche allegate alla consulenza tecnica di parte e alle osservazioni alla consulenza d’ufficio; la ristrutturazione sarebbe avvenuta nel rispetto della concessione.

3. I due motivi, tra loro complementari, possono essere esaminati congiuntamente ed essere dichiarati inammissibili.

3.1. Dalla lettura della sentenza impugnata emerge come, in accoglimento del secondo motivo d’appello, la corte di merito abbia ritenuto corretta la ricostruzione mediante strumentazione topografica effettuata dal consulente tecnico d’ufficio, da cui è emerso che il muretto di contenimento e “l’edificio box in uso al D.” sorgono entrambi su alveo demaniale, ciò da cui la corte d’appello ha fatto discendere la carenza di interesse ad agire e l’insussistenza di danni.

3.2. Stante tale ratio posta alla base della sentenza impugnata, il primo motivo, in entrambe le sue doglianze, non coglie la stessa, essendo formulato sul presupposto che la corte d’appello abbia disatteso la domanda per una presunta abusività amministrativa delle edificazioni, e non già – come invece consta dal testo – per l’abusività di esse in quanto ricadenti sul demanio, con la consequenziale statuizione circa il difetto di interesse ad agire. Il motivo è dunque inammissibile per difetto di pertinenza rispetto al decisum, neppure sussistendo violazione della corrispondenza tra il chiesto e pronunciato stante la deduzione della D.R.A. ab origine di tale illegittimità, coltivata poi con il secondo motivo di appello.

3.2. Non sussiste, poi, il vizio di motivazione denunciato (in causa nella quale la sentenza gravata risulta pubblicata prima dell’11.9.2012, in relazione all’individuazione del testo applicabile dell’art. 360 c.p.c.) in riferimento alla considerazione della documentazione riflettente la diversa posizione della difesa di D.L. e del suo consulente tecnico di parte circa la collocazione dei manufatti rispetto all’originario letto del corso di acqua pubblico, a fronte della ricostruzione della consulenza tecnica di ufficio valorizzata dalla sentenza impugnata. Dalla lettura della sentenza, alla p. 11, si evince infatti la chiara presa di posizione della corte d’appello rispetto alle “osservazioni critiche alla CTU esposte dal perito di parte appellata” (ritenute irrilevanti per ragioni di cui si dà atto nella motivazione) nonchè rispetto alle “contestate misurazioni” (le quali si ricorda essere state svolte con strumentazione elettronica nel contraddittorio, senza che rilievi venissero svolti all’epoca; si nota altresì come le critiche non forniscano elementi tecnici e dimensionali a supporto). Emerge da tanto un congruo esame dei dati fattuali, inseriti all’interno di un quadro motivazionale logico e completo; ne deriva che la censura mossa – posto che quanto innanzi esclude il sussistere del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) nel testo applicabile – tende, nella sostanza, a una rivalutazione delle risultanze istruttorie, ciò che non è ammesso in sede di legittimità, appartenendo il governo dei dati fattuali al giudice del merito.

4. In definitiva, il ricorso va rigettato. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater va dato atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 cit., comma 1-bis.

PQM

 

La corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alla rifusione a favore della parte controricorrente delle spese processuali del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.500 per compensi ed Euro 200 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater si dà atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 cit., comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 15 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2017

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