Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22959 del 29/09/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 29/09/2017, (ud. 16/05/2017, dep.29/09/2017),  n. 22959

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria G. C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17848-2016 proposto da:

M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato ANGELA CODECA’;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 57/2016 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 12/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/05/2017 dal Consigliere Dott. VALITUTTI ANTONIO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

Che:

M.A. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, illustrati con memoria, avverso la sentenza della Corte d’appello di Bologna n. 57/2016, depositata il 12 gennaio 2016, con la quale è stato accolto il ricorso proposto dal Ministero dell’Interno avverso la sentenza di prime cure che aveva concesso all’istante il premesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6;

l’intimato non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

la Corte di merito ha ritenuto: a) la mancanza di credibilità e di attendibilità delle dichiarazioni del ricorrente, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 (Cass. 24/09/2012, n. 16221); b) la mancanza di prova di un pericolo specifico, attuale e personale dell’istante, evidenziando tra l’altro come la pretesa morte di un militare dal ricorrente indicato come un suo cugino – che sarebbe stato coinvolto in un fallito colpo di stato – era avvenuta ben sette anni prima dell’arrivo di M.A. in Italia, e, stando alle dichiarazioni del medesimo, i suoi parenti vivevano tranquillamente in Gambia, sebbene avessero partecipato alla stessa cerimonia funebre nella quale l’istante sarebbe stato arrestato;

l’iter logico seguito dalla Corte territoriale per giungere a tale convincimento – riservato alla sua valutazione discrezionale, salvi eventuali vizi di motivazione non denunciati – non viola i principi sottesi al disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, nè al disposto del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, avendo il giudice di merito rettamente valutato come la situazione sussistente in Gambia non possa legittimare il diritto alla tutela residuale umanitaria, in mancanza di un pericolo attuale cui sia esposto il richiedente, e non avendo la Corte fondato il suo giudizio sulla mancata ottemperanza dell’istante all’onere della prova;

Ritenuto:

che:

pertanto, il ricorso debba essere rigettato, senza alcuna statuizione sulle spese, attesa la mancata costituzione dell’intimato ed escluso il doppio contributo, risultando il ricorrente ammesso al gratuito patrocinio.

PQM

 

Rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione Semplificata.

Così deciso in Roma, il 16 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2017

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