Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22945 del 21/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 21/10/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 21/10/2020), n.22945

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – rel. Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

Dott. SAIEVA Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12522/13 R.G. proposto da:

M.M., rappresentato e difeso, in virtù di procura

speciale a margine del ricorso, dagli avv.ti Gennaro Esposito e

Salvatore Rianna, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv.

Maria Assunta Iasevoli, in Roma, via Baldo degli Ubaldi, n. 330;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

e nei confronti di:

EQUITALIA POLIS S.P.A., in persona del legale rappresentante;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania n. 305/45/12 depositata in data 15 novembre 2012

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14 gennaio

2020 dal Consigliere Dott.ssa Condello Pasqualina Anna Piera.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Mariano M. proponeva appello avverso la sentenza della Commissione provinciale di Napoli con la quale era stato rigettato il ricorso dallo stesso proposto avverso la cartella di pagamento n. (OMISSIS), notificata da Equitalia Sud s.p.a., emessa a seguito di controllo automatizzato del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36-bis.

Nell’originario ricorso il contribuente aveva eccepito che le somme richieste scaturivano dalla ripresa a tassazione di importi derivanti dal mancato riconoscimento di perdite d’impresa in contabilità ordinaria portate in diminuzione dal reddito per i periodi di imposta 2002 e 2003, indicate al rigo RF 43, ma non riportate al rigo RF e, in ogni caso, che l’importo da recuperare era inferiore a quello preteso.

La Commissione tributaria regionale, con la sentenza in questa sede impugnata, ha ritenuto parzialmente fondato l’appello.

In particolare, ha rilevato che correttamente l’Agenzia delle entrate aveva dedotto che neppure in sede di appello il contribuente aveva prodotto documentazione idonea alla ricostruzione delle perdite assunte, ma non dichiarate, ed ha pertanto confermato, sul punto, la decisione di primo grado, sottolineando la genericità dei motivi di gravame con i quali il contribuente si era limitato ad affrontare la questione della detraibilità, ai fini Irpef, delle perdite in contabilità, senza provare con adeguata documentazione la non debenza delle somme iscritte a ruolo.

Prendendo atto che l’Agenzia delle Entrate aveva provveduto allo sgravio, per l’importo di Euro 9.000,00, riconoscendo l’avvenuto pagamento di sei pagamenti ai fini I.V.A., non conteggiati in detrazione nell’importo richiesto con la cartella impugnata, riduceva l’importo della stessa cartella.

Ricorre per la cassazione della suddetta decisione Mariano M., con un articolato motivo, cui resiste l’Agenzia delle entrate mediante controricorso.

Equitalia Polis s.p.a. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con un unico motivo il ricorrente deduce, con tre diversi profili di doglianza, nullità della sentenza per omesso esame di un punto decisivo e carenza assoluta di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4), omessa motivazione su fatto controverso e decisivo (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e violazione e falsa applicazione di norme di diritto.

Sostiene che i giudici di secondo grado assumono che egli non abbia prodotto la documentazione tesa a dimostrare la ricostruzione delle perdite non dichiarate, ma non affrontano la questione della detraibilità, ai fini Irpef, delle perdite in contabilità; tale omessa pronuncia, ad avviso del ricorrente, inficia la sentenza, considerato che in primo ed in secondo grado aveva prodotto il modello unico 2003 ed il modello unico 2004, in cui risultavano annotate le perdite d’impresa conseguite in contabilità ordinaria, il cui mancato appostamento nelle successive dichiarazioni aveva comportato il versamento di somme non dovute.

I suddetti documenti, non contestati dall’Ufficio, comprovavano l’esistenza delle perdite, con la conseguenza che i giudici di merito avrebbero dovuto, in applicazione del principio di non contestazione di cui all’art. 115 c.p.c., accogliere il ricorso.

2. Le censure sono infondate.

2.1. Va innanzittutto escluso il denunciato vizio di assoluta carenza di motivazione o di omessa pronuncia.

Va rammentato che il vizio di motivazione apparente della sentenza ricorre quando il giudice, in violazione di un preciso obbligo di legge, costituzionalmente imposto (art. 111 Cost., comma 6), ometta di esporre i motivi di fatto e diritto della decisione, di specificare e illustrare le ragioni che sorreggono la decisione, chiarendo su quali prove ha fondato il proprio convincimento, consentendo in tal modo di verificare se abbia giudicato iuxta alligata et probata.

La sanzione di nullità colpisce, quindi, non solo le sentenze che risultino del tutto prive di motivazione dal punto di vista grafico o che presentino una “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U, n. 8053 del 7/4/2014), ma anche quelle che contengono una motivazione meramente apparente, nel senso che, dietro la parvenza di una giustificazione della decisione assunta, la motivazione non consenta “di comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da essi al risultato enunciato (Cass. n. 4448 del 25/2/2014), non assolvendo in tal modo alla finalità sua propria, che è quella di esternare il ragionamento che partendo da certe premesse pervenga, con un ragionamento logico, a spiegare il risultato delle conclusioni raggiunte sulla res decidendi (Cass. Sez. U, n. 22232 del 3/11/2016).

Questa Corte ha più volte ribadito che la motivazione è solo apparente quando, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture (Cass. Sez. U, n. 22232 del 2016, cit.; Cass., sez. 6-5, ord. n. 14927 del 15/6/2017).

La motivazione della sentenza impugnata non rientra in una delle gravi anomalie sopra individuate, avendo i giudici di appello parzialmente respinto l’appello affermando che il contribuente non aveva offerto prova dell’esistenza delle perdite d’impresa, in tal modo chiaramente esplicitando il percorso argomentativo seguito per addivenire al loro convincimento.

2.2. Neppure possono ravvisarsi le ulteriori doglianze denunciate.

La Commissione regionale ha fondato la decisione sull’osservazione che il contribuente in nessuna fase del giudizio di merito ha prodotto documentazione atta a dimostrare la ricostruzione delle perdite appostate nei modelli unici 2003 e 2004, svolgendo in tal modo un accertamento di fatto che non è sindacabile in questa sede, atteso che anche con il ricorso per cassazione il contribuente si è limitato a riproporre argomentazioni e difese già esposte nei precedenti gradi di giudizio, e, quindi, già sottoposte al vaglio dei giudici di merito, al solo fine di ottenere una ricostruzione fattuale diversa da quella prospettata dai giudici regionali.

Conseguentemente, il richiamo contenuto nel ricorso per cassazione al principio generale secondo cui “… ove il contribuente fruisca di un credito di imposta per un deteminato anno e lo esponga nella dichiarazione annuale, se omette di riportarlo nella dichiarazione relativa all’anno successivo non perde il diritto alla detrazione…” è del tutto inconferente, in quanto non coglie la ratio decidendi della pronuncia che, in ragione dell’accertato difetto di prova delle perdite d’impresa assunte dal contribuente, riconosce la debenza delle somme iscritte a ruolo.

2.3. Parimenti infondata è la dedotta violazione del principio di non contestazione previsto dall’art. 115 c.p.c., atteso che, sebbene il principio di non contestazione operi anche nel processo tributario (Cass. n. 1540 del 24/1/2007), in tale ambito tale principio deve, tuttavia, essere coordinato con quello, correlato alla specialità del contenzioso, secondo cui la mancata specifica presa di posizione dell’Ufficio sui motivi di opposizione alla pretesa impositiva svolti dal contribuente non equivale ad ammissione dei fatti posti a fondamento di essi, nè determina il restringimento del thema decidendum ai soli motivi contestati, posto che esso concerne esclusivamente il piano probatorio dell’acquisizione del fatto non contestato, ove il giudice non sia in grado di escluderne l’esistenza in base alle risultanze ritualmente assunte nel processo (Cass. n. 2196 del 6/2/2015; Cass., sez. 5, n. 7127 del 13/03/2019).

3. In conclusione, il ricorso va rigettato.

In applicazione dei criteri della soccombenza, il ricorrente va condannato al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano come in dispositivo.

Nulla deve disporsi per le spese nei confronti di Equitalia Polis s.p.a. essendo rimasta intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 14 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2020

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