Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22937 del 10/11/2016


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Cassazione civile sez. lav., 10/11/2016, (ud. 07/07/2016, dep. 10/11/2016), n.22937

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28641/2011 proposto da:

C.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

FLAMINIA 109, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE FONTANA, che

la rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente all’avvocato

VALERIO SPEZIALE, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

BANCO POPOLARE SOC. COOP., avente causa della EFIBANCA S.P.A. a

seguito di incorporazione C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

VIRGILIO 8, presso lo studio dell’avvocato ENRICO CICCOTTI, che la

rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente all’avvocato

GUGLIELMO BURRAGATO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8003/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/11/2010 R.G. N. 6452/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/07/2016 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito l’Avvocato FABIO FONZO per delega orale GIUSEPPE FONTANA;

udito l’Avvocato ENRICO CICCOTTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza resa pubblica il 27/11/2010, in riforma della pronuncia di prime cure, respingeva la domanda proposta da C.C. nei confronti di Efibanca s.p.a. intesa a conseguire declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatole in data (OMISSIS) con gli effetti reintegratori e risarcitori sanciti dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, nella versione di testo applicabile ratione temporis.

Confermava invece la pronuncia di rigetto della ulteriore domanda concernente il risarcimento del danno derivante dalla denunciata dequalificazione e dal comportamento persecutorio e vessatorio posto in essere da parte datoriale nei suoi confronti, fonte di gravi pregiudizi di ordine biologico, morale, esistenziale.

Nel pervenire a tali conclusioni la Corte distrettuale osservava, per quanto in questa sede interessa, che il ricorso introduttivo del giudizio era del tutto carente quanto alla deduzione delle ragioni di illegittimità del licenziamento, sicchè ogni rilievo al riguardo formulato in grado di appello dalla lavoratrice, integrava un novum del tutto inammissibile in quella sede processuale.

Quanto alle ulteriori domande risarcitorie formulate, confermava la statuizione di rigetto già emessa dal giudice di prima istanza, in considerazione della obiettiva carenza di ogni riscontro probatorio in ordine alle allegazioni recate in atto introduttivo del giudizio.

La cassazione di detta pronuncia è domandata da C.C. con sei motivi.

Resiste con controricorso il Banco Popolare Società Cooperativa, avente causa della Efibancas.p.a.

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ex art.378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denuncia nullità della sentenza per omesso esame della domanda di licenziamento in violazione dell’art. 112 c.p.c., ed in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, nonchè violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. e segg., ex art. 360 c.p.c., n. 3.

Si deduce che la Corte distrettuale sia incorsa in errore per aver omesso ogni esame circa la domanda di accertamento della illegittimità-ingiustificatezza del licenziamento. Si lamenta che la Corte abbia violato le regole che governano l’interpretazione degli atti processuali ed impongono al giudicante di considerare le finalità che intende conseguire il ricorrente, enucleabili da ogni parte dell’atto stesso.

Con il secondo motivo si deduce omessa, contraddittoria, insufficiente motivazione su di un punto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Si lamenta che il giudice dell’impugnazione abbia omesso di considerare che “tra i motivi d’illegittimità del licenziamento vi era anche la sua ingiustificatezza e tale profilo era sicuramente controverso oltre che decisivo nel corso del giudizio”.

Corollario di tale premessa è che, contestata l’assenza di giustificazione del provvedimento espulsivo, gravava sulla parte datoriale l’onere di allegare precise circostanze che denunciassero la sussistenza di una giustificazione. In tal senso si palesava il vizio di motivazione in cui era incorsa la pronuncia impugnata.

Con il terzo ed il quarto motivo si denuncia nullità della sentenza e/o violazione di legge in relazione agli artt. 156, 164 e 414 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e/o 4.

Si deduce, in sintesi, che quand’anche la Corte avesse riscontrato la descritta carenza in ordine agli elementi costitutivi del ricorso, avrebbe dovuto valutare il raggiungimento dello scopo dell’atto decidendo nel merito, con riferimento alla legittimità o meno del recesso aziendale. Qualora detta valutazione si fosse risolta con esito negativo, avrebbe dovuto applicare l’art. 164 c.p.c., comma 5, estensibile anche alle carenze di cui ai nn. 3 e 4 c.p.c., assegnando un termine perentorio per l’integrazione della domanda e fissando una nuova udienza di discussione.

Con il quinto e il sesto motivo la ricorrente denuncia violazione degli artt. 156, 164 e 414 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e/o 4.

Si duole che il giudice dell’impugnazione abbia respinto la domanda di risarcimento danni derivanti dal demansionamento e dal mobbing dedotti nel ricorso introduttivo del giudizio ex art. 414 c.p.c., in ragione della mancata allegazione dei fatti costitutivi della domanda, omettendo di fare applicazione della disciplina della nullità degli atti e di procedere all’integrazione degli stessi.

I motivi, da trattarsi tutti congiuntamente per presupporre la soluzione di questioni giuridiche tra loro strettamente connesse, sono privi di fondamento.

Talune considerazioni di ordine preliminare si impongono in ordine alla rituale formulazione delle doglianze.

Occorre al riguardo rimarcare che il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleata dal codice di rito (cfr. ex aliis: Cass. 28/11/2014 n. 25332: Cass. 22/9/2014 n. 19959; Cass. 7/1/2014 n. 91, che rileva altresì come il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non equivalga alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in un nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Ne consegue che, ove la parte abbia dedotto un vizio di motivazione, la Corte di cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito).

Per quanto poi attiene al solo requisito della specificità dei motivi del ricorso in cassazione, è consolidato il principio secondo cui nel giudizio di legittimità, il ricorrente che censuri la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, quali quelle processuali, deve specificare, ai fini del rispetto del principio di autosufficienza, gli elementi fattuali in concreto condizionanti gli ambiti di operatività della violazione (cfr. in tali termini fra le tante Cass. 13/05/2016 n. 9888 cui adde Cass. 27/05/2011 n. 11731, secondo cui poichè l’interesse ad impugnare con il ricorso per cassazione discende dalla possibilità di conseguire, attraverso il richiesto annullamento della sentenza impugnata, un risultato pratico favorevole, è necessario, anche in caso di denuncia di un errore di diritto a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 3, che la parte ottemperi al principio di autosufficienza del ricorso (correlato all’estraneità del giudizio di legittimità all’accertamento del fatto), indicando in maniera adeguata la situazione di fatto della quale chiede una determinata valutazione giuridica, diversa da quella compiuta dal giudice “a quo”, asseritamente erronea).

Alla stregua dei principi sopraenunciati appaiono affetti da profili di inammissibilità quei motivi con i quali viene contestualmente censurato il vizio di omessa pronuncia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e di violazione di legge in relazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si viene infatti nel caso in esame a concretizzare una negazione della regola di chiarezza posta dall’art. 366 c.p.c., n. 4, mostrando di non tenersi conto dell’impossibilità della prospettazione di una medesima questione sotto profili fra loro non compatibili.

Vizio questo che appare evidente solo che si pensi che i primi due motivi di impugnazione – tra loro, come si è detto, incompatibili sul piano logico perchè l’uno esclude l’altro vengono poi supportate indistintamente sulla base di identiche ragioni in fatto ed in diritto.

Per di più il primo motivo, con il quale si stigmatizza l’impugnata sentenza per l’omessa pronuncia in ordine alla domanda intesa a conseguire l’accertamento della illegittimità del licenziamento – nel contempo denunziandosi l’interpretazione resa in sede di gravame dell’atto introduttivo della lite in violazione dei canoni interpretativi codicistici – si presenta privo del requisito della specificità.

Ed invero la Corte territoriale – con una motivazione succinta ma esaustiva delle problematiche oggetto del thema decidendum – ha evidenziato come in primo grado non fosse stata sollevata dalla C. alcuna ragione in relazione alla quale il licenziamento dovesse considerarsi illegittimo, sicchè le specifiche doglianze sollevate in sede di gravame costituivano una nuova deduzione non ammessa nel grado di appello.

Contro tale puntuale e decisiva considerazione non vale addurre da parte del ricorrente che il solo riferimento nel ricorso alla illegittimità del licenziamento fosse sufficiente per esaminare nel merito le concrete ed effettive ragioni per le quali la C. fosse stata licenziata, dal momento che, come emerge chiaramente dal dictum del giudice d’appello, nel ricorso di primo grado della lavoratrice manca la causa petendi, che costituisce l’elemento fattuale sulla cui base va poi qualificata in diritto la legittimità o meno del disposto licenziamento.

A non difformi conclusioni è dato pervenire, altresì, quanto alle ulteriori doglianze (motivi terzo, quarto, quinto e sesto) con le quali la ricorrente denuncia la violazione di una serie di disposizioni di legge con contestuale enunciazione di violazioni riconducibili all’error in judicando ovvero all’error in procedendo, assegnando al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle critiche formulate, al fine di decidere successivamente su di esse, non compatibile con il ruolo ad esso assegnato.

Ciò premesso, non può prescindersi dal rilievo che i motivi si palesano, comunque, privi di fondamento.

La effettiva portata delle questioni sollevate con i primi quattro motivi, risiede, in estrema sintesi, nella denunziata erronea esegesi dell’atto introduttivo del giudizio disposta dal giudice dell’impugnazione, al quale si imputa un’errata lettura del ricorso laddove ha negato la esplicazione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fondava la domanda intesa a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento, e l’omessa pronuncia in relazione al contenuto di detta domanda, anche tenuto conto della sanatoria di ogni ragione di nullità, per effetto del raggiungimento dello scopo dell’atto.

Al di là delle già assorbenti considerazioni in precedenza svolte, è opportuno rammentare che affinchè si configuri il vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un’espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto, ciò non verificandosi allorquando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione. E, quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia è ravvisabile una statuizione implicita di rigetto (vedi in tali sensi, ex plurimis, Cass. 4/10/2011 n. 20311, Cass. 18/6/2014 n. 13866).

Orbene, non può tralasciarsi di considerare che, nello specifico, la Corte distrettuale non è incorsa in alcun error in procedendo riconducibile alla denunciata omessa pronuncia in ordine alla illegittimità del licenziamento irrogato.

Con incedere argomentativo del tutto congruo sotto il profilo logico, e corretto sotto il versante giuridico, il giudice dell’impugnazione ha infatti dedotto – come già rammentato in precedenza sotto un diverso profilo – che “nel ricorso introduttivo del giudizio di primo grado non una sola parola è stata spesa – da parte della difesa della C. – in ordine alle motivazioni per le quali il licenziamento intimato sarebbe illegittimo. Unica formulazione è quella delle conclusioni nelle quali ella chiede la declaratoria di illegittimità e la reintegrazione, sulla base di motivazioni mai espresse. La C. non ha formulato alcuna contestazione, nè generica, nè specifica in ordine alla illegittimità del licenziamento, con la logica conseguenza che le doglianze relative all’illegittimità del licenziamento costituiscono una nuova deduzione, non ammessa nel grado di appello. In buona sostanza è la stessa difesa appellata che col proprio comportamento processuale si è preclusa la possibilità di far valere la illegittimità del licenziamento. Conseguentemente allo stato è preclusa la possibilità di formulare nuove contestazioni in ordine all’illegittimità del licenziamento”.

In altri termini, la Corte territoriale non è incorsa nel vizio denunciato, avendo proceduto al puntuale scrutinio del contenuto dell’atto introduttivo, nell’ambito delle prerogative ad essa ascritte, riscontrando la mancata indicazione delle ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento della domanda, e richiamando il principio di “circolarità di oneri di allegazione, di contestazione e di prova”… “sicchè, qualora (il ricorrente) censuri la legittimità dei provvedimenti adottati dal datore di lavoro, deve indicare i profili di illegittimità ravvisati, atteso che l’onere della prova che incombe sul datore di lavoro, va comunque contenuto nei limiti della ragionevolezza, e non può essere esteso a tutte le condizioni legittimanti l’esercizio del potere, ivi comprese quelle che non siano state in alcun modo contestate”.

Gli approdi ai quali è pervenuta la Corte distrettuale sono coerenti con i principi che scandiscono il procedimento di primo grado e che – è bene ribadirlo ancora una volta individuano anche nel processo del lavoro – analogamente a quanto stabilito per il giudizio ordinario dal disposto dell’art. 163 c.p.c., n. 4 – nella esposizione dei fatti e degli elementi di diritto che sorreggono la domanda, un elemento indefettibile della stessa.

E i corollari di detti principi si identificano nelle ulteriori ricadute processuali scaturenti dalla necessità che il ricorso introduttivo sia corredato da una soglia minima di allegazioni relative alla causa petendi, definite dell’art. 420 c.p.c., comma 1, in base al quale la modificazione della domanda è consentita solo in presenza di gravi motivi e previa autorizzazione del giudice, non riscontrabili nella fattispecie scrutinata.

In proposito, va altresì considerato che se, di norma, l’interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti, dà luogo ad un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, detto principio non trova applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato un vizio riconducibile alla denuncia di un “error in procedendo”, essendo riservato in tal caso alla Corte di cassazione il potere-dovere di procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali (vedi Cass. 10/10/2014 n. 21421, Cass. 22/7/2009 n. 17109).

Nell’ottica descritta questa Corte ritiene che il giudizio espresso dai giudici dell’impugnazione risulti ancora una volta del tutto immune da censure, avendo costoro colto l’assoluta carenza di allegazione della causa petendi nel ricorso introduttivo del giudizio, del tutto privo di tale elemento costitutivo della domanda.

La sentenza va dunque confermata perchè trova altresì conforto nel disposto dell’art. 437 c.p.c., secondo cui non sono ammesse domande nuove, nè modificazioni della domanda già proposta, sia con riguardo sia al “petitum” che alla “causa petendi”, neppure nell’ipotesi di accettazione del contraddittorio ad opera della controparte, sicchè non è consentito addurre in grado di appello, a sostegno della propria pretesa, fatti diversi da quelli allegati in primo grado, anche quando il bene richiesto rimanga immutato, essendo nella fase di appello precluse le modifiche (salvo quelle meramente quantitative) che comportino anche solo una “emendatio libelli”, permessa solo all’udienza di discussione di primo grado, previa autorizzazione del giudice e della ricorrenza dei gravi motivi previsti dalla legge (vedi ex plurimis, Cass. 29/07/2014 n. 17176, Cass. 27/7/2009 n. 17457, Cass. 8/10/2007 n. 21017).

In conclusione, anche i motivi quinto e sesto posti a base delle richieste della C. – e concernenti la domanda di risarcimento danni derivanti dal demansionamento e dal mobbing dedotti nel ricorso introduttivo del giudizio – vanno disattesi per presentare le medesime carenze riscontrate nei motivi precedenti, sicchè l’intero ricorso va rigettato.

Il governo delle spese del presente giudizio di legittimità segue, infine, il principio della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 7 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2016

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