Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22931 del 29/09/2017


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Cassazione civile, sez. I, 29/09/2017, (ud. 14/07/2017, dep.29/09/2017),  n. 22931

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – rel. Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4302/2016 proposto da:

C.H., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Carso n.

23, presso lo studio dell’avvocato Angelelli Mario Antonio, che lo

rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione

Internazionale, Ministero dell’Interno;

– intimati –

avverso la sentenza n. 61/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 18/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/07/2017 dal Cons. Dott. GENOVESE FRANCESCO ANTONIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale ZENO

Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato A. Salerni, con delega, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Torino ha respinto il gravame proposto dal signor C.H., cittadino turco di etnia curda, contro l’ordinanza – pronunciata ex art. 702-ter c.p.c., dal Tribunale di quella stessa città – che ha disatteso le sue domande di riconoscimento dello status di rifugiato politico o di altra misura di tutela internazionale volta a fargli conseguire il rilascio del permesso di soggiorno in Italia.

1.1. Secondo il giudice distrettuale, per quello che ancora rileva in questa sede, la domanda avanzata dal C. doveva essere respinta in quanto le circostanze di fatto allegate a sostegno della sua narrazione (in particolare: la propria iscrizione ad un partito, il BTB, oggetto di persecuzione da parte del regime turco – ma che non risultava in realtà esistente e del quale egli ignorava anche il programma politico -; i presunti fatti di tortura subiti, con tagli cagionati da fili elettrici, per costringerlo a rivelare dove si nascondevano i partigiani del PKK e due suoi fratelli aderenti a quell’organizzazione – ma il cui corpo non avrebbe rivelato, se non segni relativi a piccole ferite compatibili con incidenti sul lavoro -; l’assenza di maltrattamenti o di altri episodi negativi accaduti nel corso dell’espletamento del servizio militare; le presunte modalità di controllo sulle persone e sui luoghi eseguite dai militari turchi, poco verosimili) avrebbero mostrato, nonostante un’istruttoria particolarmente attenta, soltanto l’inattendibilità delle dichiarazioni del richiedente l’asilo.

1.2. Nella specie, anche le considerazioni relative alla situazione generale della Turchia, per quanto oggetto di possibili qualificazioni negative, non sarebbero state collegate alla posizione specifica del richiedente nè suffragate da elementi idonei.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il signor C.H., con un unico mezzo di impugnazione, illustrato anche con memoria.

3. La causa già assegnata alla camera di consiglio della sesta sezione civile è stata rimessa all’udienza pubblica di questa sezione, con ordinanza interlocutoria n. 2985 del 2017.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso (Violazione o falsa applicazione di norme di diritto (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3; conv. di Ginevra 28 luglio 1951 e protocollo rifugiati; direttiva n. 2004/83/CE del consiglio: art. 360 c.p.c., n. 3) il ricorrente lamenta che la Corte territoriale non abbia valutato la credibilità del richiedente alla luce dei parametri stabiliti del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e non abbia regolato il caso secondo i principi dell’onere della prova stabilito dalle fonti richiamate.

1.1. In particolare, la Corte non avrebbe tenuto conto che il dichiarante avrebbe solo ampliato la sua narrazione, già svolta davanti alla Corte territoriale, senza che ciò costituisca un sintomo di un racconto non credibile; così come l’errore di denominazione circa l’appartenenza al partito politico potrebbe essere il frutto di un difetto di espressione; mentre i segni delle torture subite sarebbero state attestate da un certificato medico.

1.2. Inoltre, la richiesta di protezione si estendeva a tutte le sue forme e quindi anche alla richiesta di protezione umanitaria, rispetto alla quale la Corte avrebbe errato ritenendola come abbandonata.

1.3. Infine, il ricorrente richiama anche il contesto politico del suo Paese, che – in questi ultimi tempi – si sarebbe ulteriormente deteriorato.

2. Il ricorso è inammissibile.

2.1. Infatti, le censure svolte con il ricorso per cassazione consistono in una richiesta di rinnovazione del giudizio sulle allegazioni e le prove, allo scopo di pervenire alla diversa valutazione dell’attendibilità del dichiarante.

2.2. Orbene, questa Corte (Sez. 6-1, Ordinanza n. 16202 del 2012) ha certamente affermato che “in tema di protezione internazionale, la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente deve essere svolta alla stregua dei criteri stabiliti nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (verifica dell’effettuazione di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; deduzione di un’idonea motivazione sull’assenza di riscontri oggettivi; non contraddittorietà delle dichiarazioni rispetto alla situazione del paese; presentazione tempestiva della domanda; attendibilità intrinseca), non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, e l’acquisizione delle informazioni sul contesto socio – politico del paese di rientro deve avvenire in correlazione con i motivi di persecuzione o di pericoli dedotti, sulla base delle fonti di informazione indicate nel D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ed in mancanza, o ad integrazione di esse, mediante l’acquisizione di altri canali informativi, dando conto delle ragioni della scelta” ma, nel caso di specie, la valutazione giudiziale è stata effettuata in modo rispettoso dei principi richiamati.

2.3. Infatti, sono stati valutati e tenuti in considerazione i riscontri alle dichiarazioni rese ma questi hanno dato un esito negativo (o valutato come negativo) e in ordine a circostanze decisive (quella relativa all’adesione ad un partito politico, che si è rivelato inesistente; quella riguardante i presunti segni di torture, ritenute invece compatibili con incidenti sul lavoro) ai fini dell’accoglimento delle richieste.

2.4. Nè, nella specie, può dirsi mancato un obbligo di cooperazione (secondo i principi enunciati da Sez. 6-1, Sentenza n. 7333 del 2015), peraltro neppure ipotizzato da parte del ricorrente.

2.5. In ogni caso, anche riguardo all’ultima delle domande proposte, nulla si dice riguardo agli elementi relativi all’affermazione dell’abbandono della domanda di protezione umanitaria (riscontrata dalla Corte territoriale nella fase di gravame) ed alla sua diversa probabilità di accoglimento.

3. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, senza che a tale esito segua una condanna alle spese di questa fase del giudizio, atteso che l’Amministrazione non vi ha svolto difese.

PQM

 

Dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2017

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