Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2293 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. II, 26/01/2022, (ud. 23/09/2021, dep. 26/01/2022), n.2293

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20813-2016 proposto da:

B.A.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

SIMETO, 12, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PASCONE, che lo

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

D.M.A., in persona dell’Amministratore di Sostegno,

rappresentato e difeso dall’Avvocato VINCENZO ENZO BRIENZA, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

nonché contro

B.D.F.P., D.M.R.,

B.N.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2591/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2021 dal Consigliere Dott. CHIARA BESSO MARCHEIS.

 

Fatto

PREMESSO

CHE:

1. D.M.A., rappresentata dal proprio amministratore di sostegno, proponeva domanda di annullamento di un contratto di vendita per dolo e/o violenza in proprio danno, in quanto – affetta da grave infermità mentale – era stata convinta a rilasciare una procura a vendere e una procura ad agire su un conto corrente bancario. Il Tribunale di Milano annullava il contratto di vendita per violenza psicologica, condannava tutti i convenuti, compreso B.A., alla cancellazione dell’iscrizione ipotecaria sull’immobile, condannava D.M.R. a restituire all’attrice Euro 96.428,79, condannava i convenuti al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. e alle spese di lite.

La sentenza n. 789/2014 era impugnata da B.A..

La Corte d’appello di Milano, con sentenza 22 giugno 2016, n. 2591, ha in parziale riforma della sentenza impugnata annullato il capo terzo della medesima “assolvendo B.A. dall’obbligo di cancellazione dell’iscrizione ipotecaria”.

Avverso la pronuncia B.A. ricorre per cassazione.

Resiste con controricorso D.M.A., che ha depositato memoria. La controricorrente eccepisce l’invalidità della procura, essendo priva di data certa e soprattutto della sottoscrizione della parte.

Gli intimati B.D.F.P., D.M.R. e B.N. non hanno proposto difese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

I. Preliminarmente, va rilevata la validità della procura conferita per la proposizione del ricorso. Quanto all’eccezione di mancanza di data certa, si precisa che la procura non è conferita su foglio separato, ma in calce al ricorso al cui termine si indica come data del medesimo quella della sua notificazione, così che va ritenuto adempiuto il requisito del conferimento della procura in data successiva alla pubblicazione del provvedimento impugnato (v. Cass. n. 13263/2020). Quanto invece alla mancanza della sottoscrizione della parte, va sottolineato che “ai fini dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, è irrilevante la mancanza della sottoscrizione della procura nella copia notificata del ricorso, essendo sufficiente che la sottoscrizione della parte sia contenuta – come nel caso in esame nell’originale del ricorso e sia seguita dall’autenticazione del difensore” (così Cass. n. 5323/2004).

II. Il ricorso è articolato in due motivi.

1) Il primo motivo denuncia “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1427 c.c. in ordine al concorso ad atti di violenza in danno di D.M.A. per carenza di legittimazione passiva di B.A.”: la Corte d’appello ha confermato la condanna “nei capi 6, 8, 9 nonostante l’assoluta carenza di prova del rapporto parentale e/o di coniugio del ricorrente con gli altri resistenti e l’indimostrata, quindi inesistente, partecipazione del ricorrente agli atti di violenza in danno di D.M.A.”, essendosi il ricorrente limitato “con estrema fiducia” a prestare la somma di Euro 218.000 all’acquirente dell’immobile.

Il motivo, che ripropone la censura fatta valere innanzi al giudice d’appello, è infondato. Circa l’assenza di parentela dell’appellante con B.D.P. e B.N. e circa la sua terzietà rispetto al rapporto contrattuale di compravendita, la Corte d’appello ha infatti rilevato come l’errore sulla parentela non fosse decisivo, avendo il Tribunale tratto la convinzione della partecipazione del ricorrente all’accordo contrattuale da altri elementi fattuali, quale il pagamento del prezzo avvenuto in sede di rogito attraverso l’emissione di un assegno bancario dell’importo di Euro 218.000 da parte del ricorrente, così sostituitosi al debitore nella realizzazione del rapporto obbligatorio; avendo pagato il prezzo dell’immobile mediante emissione di assegno a sua firma ed essendo subito dopo rientrato in possesso della medesima cifra mediante l’emissione di assegni di uguale importo tratti dal medesimo conto corrente della venditrice, il ricorrente non poteva non essere consapevole che grazie al suo rilevante apporto causale era stato possibile privare D.M.A. della proprietà del bene immobile, senza che dalla cessione fosse derivato alla medesima arricchimento alcuno.

2. Il secondo motivo contesta “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1427 c.c. in ordine alla nullità della promossa azione per violazione delle disposizioni dettate dal giudice tutelare presso il Tribunale di Milano”: nel corso del giudizio d’appello il ricorrente aveva eccepito che il giudice tutelare del Tribunale di Milano aveva autorizzato la proposizione dell’azione esclusivamente nei confronti di B.D. e dei suoi genitori B.N. e D.M.R., con esclusione pertanto del ricorrente, né varrebbe al riguardo l’istanza di autorizzazione accolta dal giudice tutelare in data 22 febbraio 2016, trattandosi di sanatoria inefficace per gli atti già compiuti nei confronti del ricorrente.

Il motivo non può essere accolto per difetto di specificità. Il ricorrente lamenta il mancato esame di un’eccezione rispetto alla quale manca riferimento alcuno nella sentenza impugnata, senza indicare in quale momento e con quale atto tale eccezione aveva fatto valere; si limita poi a fare riferimento all’autorizzazione al promovimento di azioni giudiziarie in favore di D.M.A. da parte del giudice tutelare senza tale autorizzazione trascrivere, così come non trascrive la successiva ratifica dell’attività svolta dall’amministratore di sostegno rispetto al promovimento dell’azione nei confronti del ricorrente. Va in ogni caso rilevato che, a differenza di quanto sostiene il ricorrente, il difetto di autorizzazione cui venga posto rimedio con un successivo rilascio comporta la sanatoria ex tunc del vizio ai sensi dell’art. 182 c.p.c., comma 2 (secondo il quale il giudice, quando rileva un difetto di autorizzazione, assegna un termine per il rilascio delle necessarie autorizzazioni e l’osservanza di tale termine sana i vizi con efficacia fin dal momento della prima notificazione della domanda).

II. Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio a favore della controricorrente che liquida in Euro 7.500 di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge.

Sussistono, D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale della sezione seconda civile, il 23 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

 

 

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