Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22927 del 21/10/2020

Cassazione civile sez. II, 21/10/2020, (ud. 07/07/2020, dep. 21/10/2020), n.22927

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – rel. Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9544/2016 proposto da:

F.R., F.P., F.A., elettivamente

domiciliate in ROMA, LUNGOTEVERE MELLINI 24, presso lo studio

dell’avvocato GIOVANNI GIACOBBE, che le rappresenta e difende giusta

procura speciale per Notaio;

– ricorrenti –

contro

A.A., I.R., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DI

PORTA PINCIANA 6, presso lo studio dell’avvocato GUIDO PARLATO, che

li rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUCIANA PARLATO,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4648/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 03/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

07/07/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.M. ebbe ad avviare lite avanti il Tribunale di Napoli nei confronti di A.A. e I.R. chiedendo fosse accertato che i terrazzi e manufatti siti a copertura dell’ultimo piano del palazzo ubicato in (OMISSIS) erano in sua proprietà e, non già, in signoria dei consorti convenuti.

Resistettero i consorti A. – I., contestando la pretesa attorea in quanto il terrazzo a copertura del loro appartamento, oggetto di causa, era in loro signoria per acquisto fatto dal precedente proprietario Ca.La., che chiamavano in causa in garanzia.

Anche la Ca. interveniva nella lite chiedendo il rigetto di ogni domanda proposta nei suoi confronti ed in particolar modo contestando la fondatezza della pretesa attorea.

A seguito della morte e dell’attrice e della chiamata in causa si costituivano i loro rispettivi eredi ed, all’esito della trattazione, il Giudice partenopeo, dapprima, estromise dalla causa gli eredi della Ca., quindi rigettò sia la domanda degli attori che quella riconvenzionale svolta dai convenuti, compensando le spese di lite tra le parti.

Proposero gravame i consorti I. – A. e resistettero gli eredi C., proponendo sia eccezione nuova che appello incidentale.

All’esito la Corte d’Appello di Napoli accolse l’appello principale riconoscendo i consorti A. – I. quali proprietari dei beni in contesa.

La Corte partenopea osservava come il cenno al terrazzo circostante, presente nella descrizione del lotto assegnato alla C. con la divisione del 1941, era da intendersi al solo “terrazzo in giro” ossia quello a piano con l’alloggio – per altro successivamente occupato con la realizzazione di nuove stanze – e non anche ai terrazzi, copertura degli appartamenti costituenti altri lotti, per giunta siti a dislivello.

La Corte distrettuale poi osservava come l’eccezione di usucapione svolta dalle eredi C. era bensì ammissibile – ratione temporis – ma priva di supporto probatorio.

F.R., A. e P., quali eredi di C.M., hanno proposto ricorso per cassazione fondato su tre motivi, illustrato anche con memoria. I consorti A. – I. si sono costituiti ritualmente a resistere con controricorso, pure illustrato con memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso proposto dalle eredi C. s’appalesa privo di fondamento e va rigettato.

Con il primo mezzo d’impugnazione svolto le ricorrenti denunziano violazione delle norme portate negli artt. 948,1362 c.c. e segg. e art. 1372 c.c., in relazione al rigetto della loro domanda di accertamento del diritto di proprietà sulle terrazze poichè il Collegio campano ha omesso di considerare che, in alcuni degli atti anteriori al contratto di loro acquisto, il terrazzo sovrastante l’appartamento dei resistenti era ritenuto richiamato quale parte del bene siccome pertinenza, mentre la divisione del 1941 operava espresso riferimento al terrazzo in relazione alla descrizione del lotto attribuito alla C. ed un tanto non risultava in relazione ai terrazzi di copertura degli alloggi assegnati agli altri condividenti.

Di conseguenza erroneamente la Corte partenopea aveva interpretato la volontà negoziale, presente nell’atto divisorio del 1941, alla luce di clausole contenute in contratti successivi, per giunta, intervenuti tra soggetti diversi rispetto ai titolari del bene pervenuto alle eredi C..

Infine le ricorrenti sottolineavano come l’interpretazione da loro offerta appariva più corrispondente, non solo al tenore letterale dell’atto contrattuale, ma anche ai canoni ermeneutici di legge.

Con la seconda doglianza le eredi C. deducono violazione di legge in relazione agli artt. 948,1362 c.c. e segg. e art. 1158 c.c., con riferimento all’accoglimento della domanda riconvenzionale di accertamento in capo ai consorti A. – I. del diritto di proprietà sul terrazzo sovrastante il loro appartamento, posto che la Corte distrettuale non ebbe a valutare, alla luce dei canoni legali ermeneutici, la portata della clausola, presente nel contratto d’acquisto da parte dei consorti I. – A., afferente il possesso del belvedere attribuito ad altri, sicchè era escluso dall’oggetto dalla consistenza del bene venduto con il contratto.

Inoltre la Corte territoriale non aveva tenuto conto dell’assenza di ogni cenno al terrazzo di copertura nel contratto di vendita del 1960 in favore della dante causa dei resistenti – soggetto estromesso dal giudizio -, siccome anche che, nel contratto di vendita dalla Ca. agli odierni resistenti nel 1989, nella descrizione del bene oggetto della cessione non era fatta menzione al terrazzo di copertura, significativa assenza non superata dalla mera dichiarazione delle parti – art. 2 – in cui si affermava che tra le pertinenze era da ricomprendere il terrazzo di copertura dell’alloggio ceduto.

Ancora il Collegio partenopeo aveva erratamente escluso la concorrenza di prova del possesso ad usucapionem del terrazzo belvedere da parte della C. posto che detto terrazzo era ricompreso nel lotto attribuito alla C. con l’atto divisionale del 1941 e mai era stato contestato che l’assegnataria non avesse goduto dei beni in sua signoria.

Le due censure, posto che attingono specularmente la medesima statuizione sostanziale – accertamento della titolarità del bene conteso -, possono esser trattate congiuntamente e sono prive di fondamento.

Difatti l’argomento critico svolto si compendia sostanzialmente nella prospettazione di un’opzione interpretativa della volontà negoziale, sottesa ai titoli di proprietà agitati in causa, alternativa rispetto a quella elaborata dalla Corte partenopea.

Il Collegio campano ha puntualmente preso in esame il contratto di divisione tra gli eredi dell’unico originario titolare del diritto di proprietà degli appartamenti siti all’ultimo piano dello stabile e della copertura degli stessi sulla quale erano, anche allora, già esistenti delle stanze.

E dall’esame partito di detto contratto, il Collegio partenopeo ha motivatamente tratto la conclusione che la volontà pattizia, nel operare cenno alla “terrazza in giro” quale parte del bene pertoccato alla C., era nel senso di attribuirle il terrazzo a livello con le stanze assegnatele erette sulla copertura dello stabile.

La Corte distrettuale poi ha osservato:

come la situazione originaria dei luoghi era stata modificata poichè detto terrazzo risulta, avvenuta la divisione, esser stato occupato dalla C. mediante l’ampliamento del suo originario alloggio;

come la stessa descrizione del bene assegnato mediante l’indicazione di confini lumeggiava la limitazione del terrazzo assegnato rispetto alla maggior latitudine del lastrico di copertura dello stabile in signoria esclusiva al dante causa;

come il lastrico solare di copertura dell’alloggio oggi in signoria ai consorti resistenti, in natura, si trova anche a dislivello rispetto al terrazzo pertinente all’alloggio delle eredi C. – v’è in sentenza precisa descrizione -.

A fronte di dette puntuali motivazioni del decisum presenti nella sentenza impugnata, le ricorrenti si limitano a dedurre che l’apprezzamento fatto dai Giudici partenopei non si fonda sul corretto utilizzo dei canoni ermeneutici legali poichè avrebbero utilizzato anche clausole portate in contratti successivi e tra altri soggetti per apprezzare la volontà contrattuale espressa nell’atto divisionale del 1941 e non avrebbero, invece, tenuto in debito conto dato fondamentale tratto dal contratto del 1989 con il quale proprio gli odierni resistenti acquistarono l’alloggio in loro signoria.

L’argomentazione svolta a sostegno delle critiche portate non colgono nel segno poichè il Collegio partenopeo ha apprezzato la volontà pattizia espressa nel contratto di divisione del 1941 sulla scorta degli elementi desumibili dallo stesso e comparando la descrizione della consistenza del bene pertoccato a C.M. all’epoca con la situazione dei luoghi presente.

Quanto poi alla circostanza che nel contratto del 1989 ai consorti A. – I. espressamente non venne trasferita la porzione del terrazzo denominato “belvedere” poichè in possesso a soggetti diversi rispetto alla venditrice, è dato fattuale che la Corte territoriale utilizza proprio per affermare – sempre anche sulla scorta della descrizione fisica del beni – che la restante parte del terrazzo a copertura era oggetto del contratto di vendita.

Dunque la Corte partenopea ha, da un lato, precisamente individuato la consistenza del ” terrazzo in giro ” oggetto della specifica menzione nella descrizione del ben pertoccato alla C. nel 1941 e, dall’altro, accertato che questo non comprendeva il terrazzo sovrastante l’appartamento, oggi in signoria ai resistenti, poichè pertinenza del loro bene, secondo la volontà pattizia del 1941, eccezion fatta per la porzione denominata “belvedere”.

Quanto poi all’argomento critico svolto in relazione al rigetto della – ritenuta ammissibile – eccezione riconvenzionale di usucapione proposta solo in appello – difetto di prova del possesso ultraventennale – lo stesso appare fondato su un paralogismo.

Difatti non viene contestata l’affermazione dei Giudici napoletani che in causa le eredi F. non abbiano versata prova a sostegno dell’eccezione svolta, bensì si opina che, avendo pacificamente la C. sempre posseduto il bene pertoccatole in sede di divisione, allora era dato fattuale pacifico che la stessa dal 1941 godeva anche del terrazzo oggetto di causa.

Una volta, però, escluso che il terrazzo era ricompreso nel bene pertoccato a C.M., tale ragionamento non assume rilievo poichè era appena necessario fornire la prova che la C. godette anche di detto terrazzo quale parte del suo bene.

In definitiva le censure si fondano esclusivamente sull’offerta di opzione interpretativa alternativa rispetto a quello elaborata dalla Corte distrettuale presentata siccome più rispondente ai dati fattuali e contrattuali presenti in atti, ma un tanto non configura il vizio di legittimità di violazione o falsa applicazione di legge poichè in presenza di ricostruzioni parimenti plausibili non è dato a questa Corte operare un inammissibile apprezzamento del merito della lite.

Con la terza ragione di doglianza le eredi C. lamentano vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per contraddittoria od omessa motivazione ovvero omesso esame di fatto decisivo, in quanto la Corte distrettuale non ha adeguatamente esaminato la questione sottoposta al suo giudizio in forza dei titoli negoziali di acquisto dei rispettivi benì immobili in capo alle parti in causa e nemmeno ha data risposta adeguata alle contestazioni mosse dalle ricorrenti.

In primo luogo deve la Corte osservare come l’attuale formulazione della disposizione ex art. 360 c.p.c., n. 5, indicata quale fattispecie di vizio di legittimità, non consenta più la proposizione di censura fondata su vizio di motivazione per sua insufficienza potendo solo esser oggetto di denunzia la nullità conseguente all’omessa motivazione.

In secondo luogo – come per altro le stesse ricorrenti riconoscono – il Giudice non è tenuto alla pedissequa confutazione delle argomentazioni difensive spese dalla parte una volta che ha esposto ragionamento che – anche implicitamente – le supera, sicchè non costituisce vizio di legittimità la mera omessa considerazione di tutte le difese svolte dalla parte.

Infine anche il cenno alla mala valutazione dei documenti afferenti la descrizione dello stato dei luoghi, siccome conformati nel tempo, si riduce ad apodittica critica dell’apprezzamento di un dato fattuale illustrato, con puntuale motivazione, dal Collegio partenopeo.

In definitiva la censura s’appalesa siccome inammissibile.

Al rigetto dell’impugnazione segue la condanna solidale delle F. – eredi C. – alla rifusione in favore dei consorti A. – I., in solido fra loro, delle spese di questo giudizio di legittimità liquidate in Euro 5.000,00 oltre Euro 200,00 per esborsi, accessori di legge e rimborso forfetario ex tariffa forense, siccome precisato in dispositivo.

Al rigetto dell’impugnazione segue l’obbligo delle ricorrenti al pagamento dell’ulteriore contributo unificato.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna in solido fra loro le ricorrenti F. al pagamento in favore dei resistenti consorti I. – A. delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.200,00 oltre accessori di legge e rimborso forfetario secondo tariffa forense nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte delle ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza di Camera di consiglio, il 7 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2020

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