Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22920 del 10/11/2016


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Cassazione civile sez. III, 10/11/2016, (ud. 14/10/2016, dep. 10/11/2016), n.22920

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10572/2014 proposto da:

V.S., D.M., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

ORTI DELLA FARNESINA 116, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO

COLICA, che li rappresenta e difende giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.R., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAPRANICA

78, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO MAZZETTI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONINO BONGIORNO

GALLEGRA giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

V.M., V.L.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 347/2013 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 12/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/10/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato ROBERTO COLICA;

udito l’Avvocato FEDERICO MAZZETTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto.

Fatto

I FATTI DI CAUSA

M.R. conveniva in giudizio nel 1991 il suocero V.G., perchè il tribunale accertasse che tutti i lavori di ristrutturazione di un rudere e di sistemazione del terreno adiacente di proprietà del V., per ben 750 milioni di Lire, fossero stati fatti a sua cura e spese, sulla base di una promessa del V. di intestare la proprietà a lui e alla moglie. Esercitava l’azione di indebito arricchimento, ex art. 2041 c.c..

Morto il V., si costituivano in giudizio nel 1996 gli eredi di questi, due dei quali, V.L. e M. (quest’ultima moglie del M.), si rimettevano a giustizia, mentre gli altri due, D.M. e V.S., contestavano le pretese del M..

Nel 2006 il tribunale accoglieva la domanda del M. seppure per un importo minore rispetto a quanto richiesto, condannando i convenuti in solido a corrispondergli 139.000,00 Euro ad indennizzo delle spese sostenute.

Proponevano appello principale V.S. e D.M., mentre il M., con l’appello incidentale, chiedeva che le spese del giudizio di primo grado e quelle di c.t.u. fossero poste a carico degli appellanti.

La Corte d’Appello di Genova, con la sentenza qui impugnata, in parziale accoglimento dell’appello principale dichiarava che le somme oggetto di condanna dovessero essere poste a carico degli eredi pro quota ereditaria e non in solido; respingeva l’appello incidentale del M..

V.S. e D.M. propongono cinque motivi di ricorso per cassazione nei confronti di M.R. e V.M. e L., per la cassazione della sentenza n. 347/2013, pronunciata dalla Corte d’Appello di Genova in data 12.3.2013, non notificata.

Resiste il M. con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., per aver la corte d’appello ritenuto tardivi i rilievi degli appellanti rispetto al fatto che il M. agisse anche per la quota di spettanza della moglie, che sarebbe stata prescritta. Sostengono di aver sollevato l’eccezione di prescrizione delle pretese della V.M. già nella loro comparsa di risposta del 1996, che riproducono senza indicare dove sia reperibile negli atti di causa, e che il M. avrebbe avuto diritto a recuperare soltanto il 50% del valore dei lavori effettivamente eseguiti, essendo in regime di comunione legale con la moglie, e considerato che il diritto della moglie al rimborso della sua quota per i lavori eseguiti si era comunque prescritto.

Con il secondo motivo i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 2730 2733, 2735 c.c.. Lamentano che la corte d’appello non abbia attribuito valore confessorio contro il M. ad una scrittura privata priva di data, sottoscritta dal V.G. e richiamata dallo stesso M. in atto di citazione, in cui il defunto V. riconosceva che i lavori erano stati eseguiti dal genero M. e dalla moglie di questi, sua figlia V.M..

Sostengono poi che l’atto di citazione stesso del M. integrerebbe una confessione, perchè riconoscerebbe il documento da lui stesso prodotto come autografo del suocero, e quindi ne riconoscerebbe la veridicità del contenuto, ovvero, nella interpretazione dei ricorrenti, che soltanto il 50% delle spese per i lavori sarebbe stato da lui sostenuto, mentre il residuo 50% sarebbe stato sostenuto dalla moglie. Sembrano sostenere quindi che la dichiarazione a firma del defunto convenuto V. integrerebbe una confessione dell’attore in quanto dallo stesso prodotta in giudizio.

Con il terzo motivo i ricorrenti deducono la sussistenza del vizio di omessa pronuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c., non avendo la corte d’appello pronunciato sul fatto che il credito per cui si agisce sarebbe imputabile solo al 50% al M. e per il restante 50% alla moglie, in comunione legale.

Con il quarto motivo deducono omessa pronuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c., sul punto della prescrizione del credito di V.M.: recuperano sotto il diverso profilo dell’omessa pronuncia l’eccezione di prescrizione del credito di V.M., al solo scopo di far accertare che al M. sarebbe spettato non oltre il 50% delle spese sostenute in quanto il residuo 50% sarebbe spettato alla moglie, la quale non ne aveva mai fatto richiesta e pertanto la pretesa doveva ritenersi prescritta.

I primi quattro motivi possono essere trattati congiuntamente in quanto connessi, e sono infondati.

Ciò che non troppo chiaramente sostengono i ricorrenti è di aver eccepito fin dalla loro costituzione in giudizio il difetto di legittimazione esclusiva del M..

Se anche ciò fosse vero, la proposizione della questione sarebbe comunque tardiva, come correttamente rilevato dalla corte d’appello, in quanto avvenuta a cinque anni di distanza dalla introduzione del giudizio di primo grado. L’eventuale eccezione di difetto di legittimazione attiva era stata infatti tardivamente proposta, in quanto avrebbe dovuto essere formulata nella comparsa di risposta all’atto introduttivo del giudizio (come è noto, l’erede ha facoltà di intervenire ma accetta il giudizio allo stato degli atti, e quindi con le preclusioni già maturate), laddove la linea difensiva originaria del V., fondata sulla contestazione delle opere eseguite, non metteva in discussione la legittimazione del M. ad agire per recuperare tutte le spese sostenute.

La linea difensiva dei ricorrenti, secondo la quale il M. avrebbe diritto, se del caso, solo al 50% delle spese sostenute, in quanto il residuo 50% sarebbe stato caso mai di pertinenza della moglie, come risultante dalla scrittura privata del defunto suocero da lui stesso prodotta in giudizio, e la relativa pretesa sarebbe anche prescritta, è contenuta nella loro comparsa di risposta del 1996 e quindi questo come gli altri temi nuovi che introducono i ricorrenti sono stati ritenuti tardivi nè possono essere esaminati nel merito in questa sede.

Si aggiunga che l’esistenza di un regime di comunione legale non impedisce al creditore in comunione di agire per l’intero a tutela del credito caso della comunione. Una volta entrato nel suo patrimonio, il credito se rientra in quelli dell’art. 177 c.c., andrà poi ad accrescere l’oggetto della comunione.

Quanto alla prescrizione del 50% della pretesa creditoria, in quanto spettante alla moglie del controricorrente, il motivo sarebbe in ogni caso infondato, in quanto l’eccezione di prescrizione vale a paralizzare la pretesa di qualcuno (in questo caso, la V.): ove questo qualcuno non abbia mosso alcuna pretesa, il maturarsi della prescrizione non può essere utilizzato surrettiziamente in via di accertamento autonomo al fine di ottenere la riduzione del credito nei cui confronti l’eccezione non viene proposta.

Con il quinto motivo infine i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione degli artt. 542, 581, 752, 754 e 756 c.p.c.. Impugnano la sentenza nel punto in cui ha condannato gli eredi pro quota, senza precisare l’ammontare delle rispettive quote.

Il motivo è infondato.

Come posto in luce dai controricorrenti, i ricorrenti hanno chiesto in effetti che la condanna degli eredi fosse eventualmente parziaria e non solidale, ma poi non hanno nè chiesto che il giudice di merito della azione ex art. 2041 c.c., provvedesse ad individuare le rispettive quote ereditarie, nè hanno indicato le rispettive quote di pertinenza, e pertanto non sussiste il denunciato vizio di omessa pronuncia. Del resto, i ricorrenti non indicano neppure dove questa domanda – determinazione incidentale di quote ereditarie in giudizio di indebito arricchimento – sarebbe stata formulata.

Il ricorso va complessivamente rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza del ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

Rigetta il ricorso. Pone a carico dei ricorrenti le spese di lite sostenute dai controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e contributo spese generali.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 14 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2016

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