Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22907 del 21/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 21/10/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 21/10/2020), n.22907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE MASI Oronzo – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. CAVALLARI Dario – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3348-2011 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in Roma, viale Mazzini

119, rappresentata e difesa dall’Avv. Stefano Cappa e Francesco

Massimo Candreva;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

generale dello Stato, presso cui è elettivamente domiciliata in via

dei Portoghesi 12;

– controricorrente –

e

Direzione provinciale di (OMISSIS)

– intimata –

avverso la sentenza n. 83/31/13 della CTR di Torino, depositata il 14

giugno 2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/03/2020 dal relatore DARIO CAVALLARI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Giacalone

G., il quale ha concluso per il rigetto del ricorso;

uditi gli Avvocati F.M. Candreva per il ricorrente, il quale ha

chiesto l’accoglimento del ricorso, e l’Avvocatura generale dello

Stato, per la parte controricorrente, che ha insistito per il

rigetto;

letti gli atti del procedimento in epigrafe.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

P.F. e D.F.N., quali genitori della minore P.A., hanno impugnato un avviso di liquidazione di imposte relativo ad un atto di acquisto di immobili, in relazione al quale era stata ottenuta l’agevolazione prima casa limitatamente a due subalterni.

Con il menzionato avviso erano state recuperate la normali imposte di registro in luogo di quelle agevolate.

La CTP di Alessandria, con sentenza n. 109/01/11, ha respinto il ricorso.

P.A., divenuta maggiorenne, ha impugnato la decisione di primo grado.

La CTR di Torino, con sentenza n. 83/31/13, ha rigettato il gravame.

P.A. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di sei motivi.

L’Agenzia delle Entrate si è difesa con controricorso.

La Direzione provinciale di (OMISSIS) non ha svolto difese.

La sola contribuente ha depositato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, e l’omessa pronuncia del giudice di appello in quanto quest’ultimo non avrebbe esaminato la sua contestazione concernente il mancato rispetto, da parte dell’Amministrazione finanziaria, del termine di 60 giorni entro il quale la parte assoggettata ad una verifica fiscale poteva comunicare osservazioni e richieste.

Per l’esattezza, la citata L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, dispone che “Nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza”.

Tale termine, nella specie, ad avviso della ricorrente, sarebbe stato violato.

La doglianza è inammissibile, poichè non risulta che sia stata proposta in primo grado.

Neppure può accogliersi l’affermazione della ricorrente, secondo la quale l’eccezione in esame sarebbe rilevabile d’ufficio.

Infatti, in termini generali, l’eccezione in senso stretto, la cui proposizione per la prima volta in appello è vietata dalla norma, consiste nella deduzione di un fatto impeditivo o estintivo del diritto altrui ed èrappresentata da quelle ragioni delle parti sulle quali il giudice non può esprimersi se manchi l’allegazione ad opera delle stesse, con la richiesta di pronunciarsi al riguardo (Cass., Sez. 2, n. 14515 del 28 maggio 2019; Cass., Sez. 6-5, n. 6391 del 13 marzo 2013).

Nella specie, la circostanza della violazione del menzionato termine non poteva essere rilevata dalla CTP ove non dedotta, con la conseguenza che non veniva in rilievo un profilo rilevabile d’ufficio.

La contribuente non ha neppure indicato nel suo ricorso ove avrebbe rappresentato, in primo grado, la nullità in questione.

Nella memoria ex art. 378 c.p.c. (e, quindi, tardivamente) ha genericamente affermato che, nell’atto introduttivo di prime cure, avrebbe contestato la nullità insanabile dell’avviso notificato per violazione di norme imperative, del principio del contraddittorio e dell’obbligo di cooperazione tra amministrazione e contribuente.

Peraltro, ha omesso di riportare le espressioni utilizzate per richiamare l’infrazione del disposto della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, così non rispettando il principio di specificità del ricorso.

Inoltre, si osserva che la citata L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 1, stabilisce, che “Tutti gli accessi, ispezioni e verifiche fiscali nei locali destinati all’esercizio di attività commerciali, industriali, agricole, artistiche o professionali sono effettuati sulla base di esigenze effettive di indagine e controllo sul luogo”.

La disposizione concerne, quindi, gli immobili destinati ad un utilizzo economico e non le abitazioni, circostanza che, nel caso in esame, non risulta sia mai stata allegata.

2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione del D.M. n. 1072 del 1969, art. 8, poichè l’Amministrazione finanziaria avrebbe accertato il carattere di bene di lusso dell’immobile oggetto di causa basandosi sulle risultanze della perizia dell’UTE di (OMISSIS) e senza considerare che era stata contestata la ricorrenza dei requisiti di cui al D.M. n. 1072 del 1969, art. 8, punti F, I, L ed M, e che era stata richiesta una CTU.

La doglianza è infondata.

La CTR non ha fondato la sua valutazione solo sulla perizia dell’UTE che, peraltro, ben avrebbe potuto essere utilizzata dal giudice di appello come prova atipica quale elemento sul quale fondare il proprio convincimento (Cass., Sez. 5, n. 14418 del 25 giugno 2014), ma pure sulle risultanze della prima perizia del geometra C..

Pertanto, non sussiste la violazione prospettata dalla ricorrente, in quanto il giudice di appello ha, con una valutazione di merito non sindacabile nella presente sede, ritenuto che la citata perizia C. confermasse il contenuto di quella dell’UTE di (OMISSIS), non giustificando sua pronuncia alla luce della sola perizia dell’Ufficio.

Quanto alla mancata CTU, si rileva che, nel processo tributario, la consulenza tecnica d’ufficio è mezzo istruttorio – e non prova vera e propria – sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, nel cui potere discrezionale rientra la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario, potendo motivare l’eventuale diniego anche implicitamente, con argomentazioni desumibili dal contesto generale e dal quadro probatorio unitariamente considerato (Cass., Sez. 5, n. 25253 del 9 ottobre 2019).

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la carente, illogica ed erronea motivazione in ordine alla ricorrenza dei requisiti di cui al D.M. n. 1072 del 1969, art. 8, poichè la CTR avrebbe errato nell’attribuire ad una perizia redatta in sede tutelare un contenuto di carattere tributario che non possedeva ed avrebbe male interpretato, così da omettere la necessaria motivazione, l’affermazione, contenuta nella prima perizia del geometra C., che vi erano “finiture di ottimo pregio quali pavimenti di marmo ed elementi architettonici importanti”.

La doglianza è inammissibile.

In seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione, con riferimento alle sentenze pubblicate (e non, come erroneamente afferma la ricorrente, agli appelli proposti) dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del menzionato decreto n. 83 del 2012 (menzionato art. 54, comma 3), le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, poichè il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia (fra le molte, Cass., Sez. 3, n. 23940 del 12 ottobre 2017).

Pertanto, sono inammissibili le contestazioni concernenti la carenza, l’illogicità e l’erroneità della motivazione della decisione.

Quanto alla dedotta omessa motivazione, si rileva che, in realtà, la CTR si è limitata a valutare il contenuto della prima perizia del geometra C., trattandosi di un documento depositato agli atti, per poi utilizzarlo per confermare il contenuto della relazione dell’UTE (OMISSIS).

La doglianza della contribuente è, quindi, inammissibile, perchè non affronta la questione del rapporto fra la prima perizia C. e quella dell’Ufficio e in quanto tenta semplicemente di ottenere, in sede di legittimità, una nuova interpretazione di un documento (la prima perizia C.) differente da quella del giudice di merito e più favorevole alla sua tesi difensiva, senza indicare quali criteri ermeneutici sarebbero stati violati, il che non è, però, consentito (Cass., Sez. 6-5, n. 29404 del 7 dicembre 2017).

Neppure può darsi rilievo alla mancata considerazione, nella sentenza della CTR, della seconda perizia del geometra C..

Il giudice del merito fonda la sua decisione altresì sull’elaborato dell’UTE di (OMISSIS) e l’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonchè la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass., Sez. 1, n. 16056 del 2 agosto 2016).

4. Il quarto, il quinto ed il sesto motivo, con i quali la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.M. n. 1072 del 1969, art. 5, dell’art. 2699 c.c. ed il difetto di motivazione della decisione non devono essere esaminati perchè l’avvenuto rigetto dei primi tre motivi rende irrilevanti le contestazioni concernenti la decisione della CTR in ordine all’applicabilità, nella specie, del D.M. n. 1072 del 1969, art. 5 ed all’accertamento della superficie dell’immobile.

5. Il ricorso è, quindi, respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

Sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, il comma 1 quater, dell’obbligo, per la ricorrente, di versare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata, trattandosi di ricorso per cassazione la cui notifica si è perfezionata dopo la data del 30 gennaio 2013 (Cass., Sez. 6-3, n. 14515 del 10 luglio 2015).

P.Q.M.

La corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna la ricorrente a rifondere le spese di lite alla controricorrente, che liquida in Euro 3.000,00, oltre spese prenotate a debito;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della V Sezione Civile, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2020

 

 

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