Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22905 del 10/11/2016


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Cassazione civile sez. III, 10/11/2016, (ud. 22/09/2016, dep. 10/11/2016), n.22905

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3963/2015 proposto da:

S.Z.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA E. GIANTURCO,

11, presso lo studio dell’avvocato VALERIA RISPOLI, rappresentato e

difeso dall’avvocato EMILIANO MARCHISIO giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

FORM IMMOBILIARE SRL, in persona del legale rappresentante Dott.

F.F.G., elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZA GIUSEPPE

MAZZINI 27, presso lo studio dell’avvocato SIMONE PETRUCCI,

rappresentata e difesa dall’avvocato MASSIMO CAMMAROTA giusta

procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4153/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/09/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;

udito l’Avvocato EMILIANO MARCHISIO;

udito l’Avvocato MASSIMO CAMMAROTA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La s.r.l. Form Immobiliare intimò sfratto per morosità a S.Z.C., con contestuale citazione per la convalida, davanti al Tribunale di Roma, in relazione al contratto di locazione ad uso commerciale stipulato tra le parti.

Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda.

Il Tribunale accolse la domanda e dichiarò il contratto di locazione risolto per inadempimento del conduttore.

2. La pronuncia è stata appellata da S.Z.C. e la Corte d’appello di Roma, con sentenza del 19 giugno 2014, ha rigettato l’appello, confermando la sentenza del Tribunale e condannando l’appellante al pagamento delle ulteriori spese del grado.

Ha osservato la Corte territoriale, per quanto di interesse in questa sede, che era priva di fondamento la questione relativa all’applicabilità alla locazione in oggetto della L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 55, posto che, per “pacifica giurisprudenza”, la c.d. purgazione della mora è istituto non applicabile alle locazioni diverse da quella di abitazione.

In relazione agli altri motivi di gravame, la Corte romana ha aggiunto che il locatore aveva agito dichiarando di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa prevista dal contratto, secondo cui il mancato pagamento del singolo canone, decorsi venti giorni dalla scadenza, costituiva grave inadempienza e motivo di risoluzione di diritto del contratto medesimo. Si trattava, al riguardo, di clausola non vessatoria in quanto rispondente al dettato della legge e comunque approvata per iscritto dal conduttore; nel merito, poi, nessun dubbio si poneva circa l’esistenza dell’inadempimento, come emergeva dal tabulato dei pagamenti del canone di locazione, versato in ritardo in tutti i mesi da gennaio a giugno 2010.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Roma propone ricorso S.Z.C. con atto affidato a due articolati motivi.

Resiste la s.r.l. Form Immobiliare con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione della L. 27 luglio 1978, n. 392, artt. 5 e 55.

Il motivo che è formulato con una suddivisione interna in cinque punti – rileva che la Corte d’appello avrebbe errato, o comunque non adeguatamente motivato, in ordine alla ritenuta non applicabilità dell’istituto della purgazione della mora in rapporto alle locazioni diverse da quelle abitative. Vi sarebbe, su questo argomento, un dissenso nella giurisprudenza di legittimità, che dovrebbe legittimare la rimessione della questione alle Sezioni Unite; nella specie, la motivazione sull’esclusione non sarebbe adeguata, nè conforme al rapporto tra le due disposizioni richiamate, tanto più che il locatore ha continuato ad incassare i canoni anche dopo l’inizio della causa e non ha in alcun modo posto in esecuzione la sentenza di risoluzione del contratto.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione della L. n. 392 del 1978, artt. 5 e 55, sotto un diverso profilo.

La doglianza – formulata con una suddivisione interna in quattro punti – rileva che la sentenza in esame avrebbe erroneamente interpretato l’art. 5 del contratto di locazione, nel quale si stabilisce che il mancato pagamento del singolo canone dà diritto alla risoluzione; nella specie, infatti, non si tratterebbe di mancato pagamento, bensì di pagamento tempestivo di una parte del canone, poi corrisposto integralmente in un secondo momento. Oltre all’errata interpretazione, vi sarebbe anche una “violazione della disciplina sull’abuso di dipendenza economica (si richiama la L. 18 giugno 1998, n. 192), perchè qui si tratta solo di un ritardo nell’adempimento, sanato ben presto e non tale da integrare gli estremi di quell’inadempimento grave che dà diritto ad agire per la risoluzione del contratto.

3. I due motivi, da esaminare congiuntamente, sono entrambi privi di fondamento.

3.1. Osserva il Collegio, innanzitutto, che non vi è alcun dissidio nella giurisprudenza in ordine alla inapplicabilità dell’istituto della c.d. purgazione della mora alle locazioni non abitative, posto che sul punto si sono pronunciate le Sezioni Unite di questa Corte con la nota e risalente pronuncia 28 aprile 1999, n. 272. In quell’occasione fu stabilito che nel regime ordinario delle locazioni urbane fissato dalla L. n. 392 del 1978, la disciplina di cui all’art. 55, relativa alla concessione di un termine per il pagamento dei canoni locatizi scaduti e per la sanatoria del relativo inadempimento non opera in tema di contratti aventi ad oggetto immobili destinati ad uso diverso da quello abitativo. Il legislatore, infatti, nel dettare la disciplina della sanatoria in questione, non si è limitato a prevedere in genere che il conduttore convenuto per la risoluzione del contratto possa evitare tale effetto pagando, nell’ultimo termine consentitogli, tutto quanto da lui dovuto per canoni, oneri ed accessori, ma ha limitato la portata della sua previsione al solo ambito delle ipotesi di inadempimento da morosità descritte e prese in considerazione dall’art. 5 della stessa legge, di tal che è la stessa disposizione di cui all’art. 55 a delineare la limitazione del suo ambito di applicazione alle sole locazioni abitative.

Tale giurisprudenza, seguita, tra le altre, dalla più recente sentenza 31 maggio 2010, n. 13248, richiamata dalla Corte d’appello di Roma, va ulteriormente ribadita in questa sede.

3.2. Tanto premesso, è appena il caso di aggiungere che, nella specie, la sentenza impugnata, con un accertamento in fatto non sindacabile in questa sede, ha chiarito che il pagamento eseguito (almeno parzialmente) in ritardo integrava una clausola risolutiva espressa che, come tale, non rendeva neppure necessaria la valutazione sulla gravità dell’inadempimento; e, d’altra parte, una simile clausola, della quale il giudice di merito ha anche escluso il carattere vessatorio, appare in linea con la formulazione della L. n. 392 del 1978, art. 5, norma per di più dettata a proposito del regime delle locazioni ad uso di abitazione.

Del tutto fuor di luogo è, infine, il richiamo al regime dell’abuso di dipendenza economica.

4. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale pronuncia segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 6.800, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 22 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2016

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