Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22899 del 10/11/2016


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Cassazione civile sez. III, 10/11/2016, (ud. 22/09/2016, dep. 10/11/2016), n.22899

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16565-2014 proposto da:

C.I. E N.C. & C SNC, in persona dei soci

amministratori e legali rappresentanti N.I. e N.C.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G.G. BELLI 27, presso lo

studio dell’avvocato PAOLO MEREU, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato DAVIDE BADINELLI giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

FONDAZIONE ENASARCO, in persona del Presidente e legale

rappresentante pro tempore B.B., elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA FEDERICO CESI 72, presso lo studio dell’avvocato DAVIDE

PIRROTTINA, che la rappresenta e difende giusta procura speciale a

margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

BO.MA.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1424/2013 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 20/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/09/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l’Avvocato PAOLO MEREU;

udito l’Avvocato DAVIDE PIRROTTINA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per il rigetto del primo e secondo

motivo, accoglimento del terzo, quarto, quinto, assorbiti il sesto e

settimo.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Risultando inadempiente al pagamento dei canoni e degli oneri condominiali la Fondazione ENASARCO intimava al conduttore Bo.Ma., titolare dell’omonima ditta individuale e subentrato nel contratto di locazione stipulato in data 20.7.1991 in virtù di cessione dell’azienda della precedente conduttrice COFFEA s.a.s., lo sfratto per morosità citandolo per la convalida, ed instando per il rilascio dell’immobile e la condanna al pagamento dei canoni e degli oneri accessori scaduti. Il Bo. si opponeva, contestando il proprio inadempimento e proponendo domanda riconvenzionale di risarcimento danni per inadempimento della locatrice, chiamando altresì in causa la società cedente – nei cui confronti Enasarco aveva esteso la domanda di condanna al pagamento del dovuto – dalla quale chiedeva di essere manlevato da tutte le domande avversarie.

La sentenza del Tribunale di Brescia n. 121/2012 che pronunciava la risoluzione del contratto, condannando il cedente al rilascio e, unitamente alla cessionaria, al pagamento dei canoni e delle spese condominiali, era integralmente confermata dalla Corte d’appello di Brescia adita dalla appellante COFFEA s.n.c..

La Corte territoriale, con sentenza 20.12.2013 n. 1424, ha motivato il rigetto della impugnazione rilevando che: 1- la società cedente non aveva fornito prova del pagamento delle obbligazioni scadute, per le quali versava in mora, rimanendo in conseguenza preclusa la restituzione del deposito cauzionale condizionata a tale adempimento; 2- la eccezione di inadempimento, proposta da COFFEA s.n.c., in relazione a difetti delle “parti comuni” dell’edificio, doveva ritenersi nuova e comunque infondata, in quanto dal capitolato di prova orale – peraltro generico – risultava che le condizioni di degrado lamentate erano note e preesistevano alla stipula del contratto di locazione (nel quale non veniva denunziato alcun vizio della cosa), dovendo intendersi, pertanto, implicitamente rinunciata dalla conduttrice ogni successiva contestazione in merito; 3- le condotte materiali poste da terzi in violazione del regolamento condominiale, non implicavano inadempimento della locatrice, sia in quanto il contratto non prevedeva un obbligo di sorveglianza a carico della stessa, sia in quanto si risolvevano in molestie di fatto avverso le quali il conduttore disponeva di tutela propria ex art. 1585 c.c.; 4- dirimente era poi la mancanza di prova del danno patrimoniale subito dai lamentati inadempimento della locatrice.

La sentenza di appello non notificata è stata impugnata per cassazione da COFFEA s.n.c. con sette motivi.

Resiste con controricorso Fondazione ENASARCO.

Non ha svolto difese Bo.Ma..

COFFEA s.r.l. ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Primo motivo: vizio di violazione degli artt. 414 e 164 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La società ricorrente ha impugnato la sentenza di appello sul capo relativo al rigetto del motivo di gravame con il quale veniva dedotta la nullità dell’atto di chiamata in causa notificato da Bo.Ma. per difetto dei requisiti essenziali della indicazione del titolo e dell’oggetto della domanda proposta nei confronti della società cedente evocata in giudizio.

La parte resistente eccepisce la infondatezza e la inammissibilità della censura in quanto: a) la eventuale nullità dell’atto di citazione di terzo dovrebbe comunque intendersi sanata ex art. 156 c.p.c., comma 3, per raggiungimento dello scopo, avendo COFFEA s.n.c. spiegato compiute difese nel merito avverso la pretesa di manleva del Bo.; b) il giudice di prime cure, nei rapporti tra Bo. e COFFEA s.n.c. aveva accolto la eccezione pregiudiziale proposta da quest’ultima in base alla clausola compromissoria stipulata nel contratto di cessione di azienda in data 29.1.2004, e tale statuizione non era stata impugnata in appello, dovendo ritenersi passata in giudicato, con la conseguenza che la censura era priva di interesse.

Il motivo è inammissibile sotto un duplice profilo.

Come emerge dallo stesso ricorso per cassazione (pag. 6), il Tribunale di Brescia aveva definito in primo grado la controversia tra il Bo. e COFFEA s.n.c. dichiarando “il difetto di giurisdizione, con riferimento alle domande formulate tra il convenuto principale e la terza chiamata, in favore dell’organo arbitrale”. Tale statuizione della sentenza di primo grado non risulta impugnata in grado di appello. La Corte territoriale ha inteso (egualmente) esaminare nel merito il motivo di gravame con il quale COFFEA s.n.c. insisteva nella eccezione di nullità dell’atto di chiamata in causa, che la società cedente aveva formulato, in via gradata, rispetto alla eccezione pregiudiziale di difetto di giurisdizione accolta in prime cure.

La decisione del Giudice di appello viene ora impugnata dalla ricorrente sostenendo che l’atto di chiamata in causa notificato dal Bo. a COFFEA s.n.c. mancasse del requisito della esposizione dei fatti e delle ragioni di diritto volte a fondare la domanda, in quanto non forniva indicazioni circa i motivi della pretesa di manleva.

E’ appena il caso di osservare che i requisiti di validità dell’atto introduttivo sono funzionali alla corretta instaurazione del contraddittorio, sicchè laddove il convenuto si sia costituito in giudizio, non limitandosi ad eccepire il vizio di nullità dell’atto introduttivo (afferente nella specie, secondo la società ricorrente, alle indicazioni di cui all’art. 414 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4)) ma svolgendo compiute difese nel merito e chiedendo il rigetto della domanda formulata nei suoi confronti, viene di fatto a sanare il vizio dell’atto per raggiungimento dello scopo ex art. 156 c.p.c., comma 3 o piuttosto ad escludere lo stesso vizio di invalidità “ab origine”, avendo dimostrato di avere compreso quale fosse il “thema controversum” introdotto dalla domanda in relazione ad entrambi gli elementi della “causa petendi” e del “petitum” formale e sostanziale, ipotesi questa che ricorre nella specie avendo chiesto COFFEA s.n.c., costituendosi in primo grado, la reiezione delle domande formulate da ENASARCO e Bo. nei suoi confronti e la condanna, sia del Bo. al pagamento delle somme da quello ancora dovute in forza dell’atto di cessione d’azienda, sia di ENASARCO al risarcimento dei danni per inadempimento degli obblighi ex art. 1585 c.c. (cfr. ricorso pag. 3), dimostrando, pertanto, di avere ben chiaro quali fossero i rapporti giuridici sui quali si fondavano le contrapposte pretese.

La questione sulla fondatezza del motivo di ricorso concernente la nullità dell’atto di chiamata in causa è da intendersi, comunque, recessiva rispetto al pregiudiziale rilievo della inammissibilità della censura articolato in relazione ad un duplice profilo. Il motivo deve ritenersi inammissibile:

a) per difetto di autosufficienza ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo del tutto omesso la società ricorrente di descrivere compiutamente il “fatto processuale” quanto allo stesso contenuto dell’atto di chiamata in causa (cui era allegato anche l’atto di citazione per convalida di sfratto e la istanza di emissione del provvedimento ingiuntivo anche nei confronti di COFFEA s.n.c.) del quale viene denunciata la invalidità strutturale. Ed infatti il vizio di legittimità dedotto dalla ricorrente con riferimento al parametro dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve piuttosto essere ricondotto nell’alveo dei vizi processuali ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 “che si sostanziano nel compimento di un’attività deviante rispetto alla regola processuale rigorosamente prescritta dal legislatore. E’ quel che accade, appunto, quando si tratta di stabilire se sia stato o meno rispettato il modello legale d’introduzione del giudizio che richiede una modalità di formulazione della domanda idonea, alla corretta instaurazione del contradditorio”, con la conseguenza che, se alla Corte “compete percepire direttamente e pienamente quel fatto, apprezzarne la portata ed individuarne il significato e la concreta idoneità a produrre effetti nel processo”, tale potere di accesso diretto agli atti del processo “non comporta certo il venir meno della necessità di rispettare le regole poste dal codice di rito per la proposizione e lo svolgimento di qualsiasi ricorso per cassazione, ivi compreso quello con cui si denuncino errores in procedendo”, non venendo meno “l’onere per la parte di rispettare il principio di autosufficienza del ricorso, da intendere come un corollario del requisito della specificità dei motivi d’impugnazione, ora tradotto nelle più definite e puntuali disposizioni contenute nell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4,…” (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 8077 del 22/05/2012). Dalle scarne indicazioni fornite nel motivo di ricorso in ordine al contenuto dell’atto di citazione di terzo, risulta che la domanda di manleva del Bo. ineriva al contratto di cessione d’azienda stipulato con COFFEA s.n.c. ed era supportata dalla allegazione dell’atto di citazione per convalida della intimazione di sfratto con il quale la Fondazione ENASARCO aveva chiesto la emissione di provvedimento ingiuntivo per il pagamento dei canoni e degli oneri accessori insoluti anche nei confronti della COFFEA s.n.c. quale “garante in via sussidiaria” (ricorso pag. 2), ma appare evidente come tali lacunose e parziali indicazioni non siano idonee a fornire una compiuta descrizione del “fatto processuale” indispensabile per verificare la conformità o meno dell’atto di chiamata di terzo allo schema legale

di cui all’art. 414 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4) (peraltro da quanto emerge da tali parziali indicazione, come rilevato anche dalla Corte d’appello, l’atto di chiamata in causa assolveva tanto alla indicazione del rapporto tra la ditta cessionaria e la società cedente posto a fondamento della domanda, quanto del petitum – richiesta di manleva -, diversa questione essendo, evidentemente, quella della fondatezza o meno della domanda).

b) rimanendo precluso l’accesso della censura al sindacato di legittimità, in conseguenza del giudicato – implicito – formatosi sulla statuizione espressa relativa alla questione pregiudiziale dipendente. La risoluzione della questione inerente la nullità dell’atto di citazione del terzo si pone, infatti, in relazione di implicazione necessaria rispetto alla decisione che ha accolto la eccezione di “difetto di giurisdizione” dell’AGO (cronologicamente successiva alla decisione di primo grado è la pronuncia – overruling – di questa Corte Sez. U, Ordinanza n. 24153 del 25/10/2013 che in considerazione della natura giurisdizionale dell’attività svolta dagli arbitri, qualifica come “questione di competenza” e non di giurisdizione quella concernente la devoluzione della materia controversa ad un arbitrato rituale, traendone la logica conclusione dalla inappellabilità della statuizione solo sulla competenza, in quanto impugnabile soltanto con il regolamento necessario ex art. 42 c.p.c. Conf. Corte cass. Sez. 1, Sentenza n. 17908 del 13/08/2014; id. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 22748 del 06/11/2015; id. Sez. 6 – 1, Sentenza n. 23176 del 12/11/2015) proposta da COFFEA s.n.c. in relazione all’oggetto della controversia con il Bo. la cui risoluzione era demandata ad arbitri in virtù della clausola compromissoria stipulata nel contratto di cessione d’azienda. Ed infatti in tanto il Giudice di merito ha esaminato e pronunciato sulla eccezione pregiudiziale (di competenza) in quanto ha previamente individuato l’oggetto della domanda proposta dal chiamante, in relazione alla causa petendi ed al petitum, e dunque implicitamente rigettando la eccezione di nullità dell’atto di citazione del terzo per difetto dei requisiti di cui all’art. 414 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4. Ne segue che il giudicato formatosi – per mancata impugnazione – sulla questione dipendente decisa con statuizione espressa di diniego di giurisdizione (recte competenza) dell’AGO, determina anche il giudicato implicito sulla questione presupposta, attinente alla conformità dell’atto di chiamata in causa allo schema legale dell’art. 414 c.p.c., in conformità al principio enunciato da questa Corte secondo cui, qualora il giudice decida esplicitamente su una questione, risolvendone in modo implicito un’altra, rispetto alla quale la prima si ponga in rapporto di dipendenza, e la decisione venga impugnata sulla questione risolta espressamente, non è possibile sostenere che sulla questione risolta implicitamente si sia formato un giudicato implicito, in quanto l’impugnazione sulla questione dipendente preclude la formazione di tale giudicato, il quale suppone il passaggio in giudicato della decisione sulla questione dipendente espressamente decisa (cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 10027 del 29/04/2009 – per cui non è configurabile il giudicato implicito in relazione alle questioni pregiudiziali all’esame del merito ovvero a quelle concernenti la proponibilità dell’azione quando, intervenuta la decisione sul merito della domanda, la parte soccombente abbia impugnato la statuizione di merito, atteso che il giudicato implicito presuppone il passaggio in giudicato della decisione sulla questione dipendente decisa espressamente -; id. Sez. 3, Sentenza n. 13833 del 09/06/2010: id. Sez. U, Sentenza n. 1764 del 26/01/2011 -per cui la mancata impugnazione, della statuizione espressa dipendente, costituisce sintomo di un comportamento incompatibile con la volontà di far valere in sede di impugnazione la questione pregiudiziale (che dà luogo ad un capo autonomo della sentenza e non costituisce un mero passaggio interno della decisione di merito, come si desume dall’art. 279 c.p.c., comma 2, nn. 2 e 4), in tal modo verificandosi il fenomeno dell’acquiescenza per incompatibilità, con le conseguenti preclusioni sancite dall’art. 324 c.p.c. e art. 329 c.p.c., comma 2-). Ne segue che in difetto di impugnazione da parte di COFFEA s.n.c. del capo della decisone di primo grado concernente la questione “dipendente” del diniego di giurisdizione (competenza) – insussistendo peraltro la legittimazione ad impugnare in difetto della soccombenza -, la censura svolta con il primo motivo del ricorso per cassazione rimane paralizzata dal rilievo del giudicato implicito interno formatosi sulla questione presupposta.

Secondo motivo: vizio di violazione dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La ricorrente denuncia la violazione della regola del riparto dell'”onus probandi” in quanto il Giudice di appello avrebbe ritenuto per provato l’ammontare del credito per canoni e spese condominiali vantato da Fondazione ENASARCO, senza tener conto che COFFEA s.n.c., nella memoria di costituzione in primo grado in data 18.2.2011, aveva contestato la quantificazione dell’importo del credito.

Il motivo è infondato.

Nella esposizione del motivo di ricorso, la società deduce di aver contestato nella memoria di costituzione in primo grado l’importo del credito vantato dalla locatrice, e che pertanto il prospetto contabile depositato in giudizio dalla locatrice ENASARCO, non consentiva di ritenere raggiunta la prova del credito, giusta la giurisprudenza della Corte secondo cui, in tema di locazione di immobili urbani, qualora il conduttore, convenuto in giudizio per il mancato pagamento di oneri condominiali, contesti che il locatore abbia effettivamente sopportato le spese di cui chiede il rimborso o ne abbia effettuato una corretta ripartizione, incombe al locatore stesso, ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., dare la prova dei fatti costitutivi del proprio diritto, i quali non si esauriscono nell’aver indirizzato la richiesta prevista dalla L. n. 392 del 1978, art. 9 necessaria per la costituzione in mora del conduttore e per la decorrenza del bimestre ai fini della risoluzione, ma comprendono anche l’esistenza, l’ammontare e i criteri di ripartizione del rimborso richiesto (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 6403 del 01/04/2004; id. Sez. 3, Sentenza n. 20348 del 28/09/2010).

Il rilievo critico formulato nei confronti della statuizione impugnata non ha pregio, atteso che il Giudice di appello non si è limitato a considerare il prospetto contabile depositato in giudizio dalla locatrice, ma è pervenuto a ritenere raggiunta la prova del credito alla stregua della complessiva valutazione dei fatti accertati, per come allegati e contestati dalle parti: 1) a fronte dell’analitico calcolo delle singole voci di credito contenuto nel prospetto contabile ha, infatti, rilevato che COFFEA s.n.c. aveva svolto una contestazione del tutto “generica”; 2) in ordine agli oneri accessori L. n. 392 del 1978, ex art. 9 ha rilevato che l’obbligo di pagamento degli stessi emergeva direttamente dalla clausola di cui all’art. 16 del contratto di locazione stipulato il 20.7.1991 (circostanza che trova ulteriore delucidazione nel controricorso ENASARCO in cui, alla pag. 11, viene riprodotto l’estratto della predetta clausola: “…unitamente al canone di locazione, trimestralmente il conduttore verserà all’ente la somma di Lire 2.312.894 in conto gestione servizi ed oneri accessori condominiali”).

La esigenza di una contestazione “specifica” da parte del soggetto convenuto in giudizio per il pagamento dei canoni e degli oneri accessori, oltre ad assolvere alla funzione di immediata e corretta delimitazione del “thema controversum”, in applicazione del principio di ordine processuale del “dare loqui” imposto ai difensori (art. 88 c.p.c.) ed alle parti (l’art. 115 c.p.c., comma 1, nel testo riformato dalla L. n. 69 del 2009, che è venuto a specificare, traendone le conseguenze, la prescrizione di condotta – cui deve attenersi il convenuto – già prevista nell’art. 166 c.p.c. e art. 416 c.p.c., comma 3), rinviene il proprio fondamento nella stessa regola del riparto dell’onere probatorio così come definita dalle SS.UU. di questa Corte, secondo cui “in tema di prova dell’inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento” (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 13533 del 30/10/2001; giurisprudenza successiva consolidata), con la conseguenza che, nel caso di specie, il Giudice di appello ha fatto corretta applicazione della regola indicata laddove, individuati nello stesso contratto di locazione – depositato in giudizio dalla locatrice – i criteri di determinazione degli importi del canone locativo e delle spese accessorie, dovuti dal conduttore, nonchè le scadenze temporali di esigibilità dei relativi crediti, ha deciso sulla domanda di condanna all’adempimento, rilevando che i soggetti obbligati ai sensi dell’art. 36, comma 1, legge equo canone non avevano fornito alcuna prova della regolare esecuzione delle prestazioni del pagamento dei canoni scaduti (risalenti fino ai cinque anni precedenti) e degli oneri accessori (risalenti fino ai due anni precedenti), accogliendo la eccezione di prescrizione del conduttore-cessionario e della società cedente l’azienda limitatamente ai crediti insoluti pregressi.

Il principio di diritto relativo alla regola di riparto può dunque essere ulteriormente precisato affermando che, nel giudizio in cui si controverta sul mancato pagamento di oneri accessori L. n. 392 del 1978, ex art. 9 il locatore che agisca per l’adempimento assolve all’onere della prova – che sullo stesso grava ai sensi dell’art. 2967 c.c. – qualora produca in giudizio il titolo contrattuale dal quale risulti l’importo periodico dovuto dal conduttore per le predette voci, o comunque la indicazione del criterio di calcolo che consenta di pervenire, attraverso una semplice operazione aritmetica, alla determinazione di tali importi; diversamente, nel caso in cui gli oneri accessori non siano già predeterminati in contratto ma debbano essere calcolati in base ai criteri di riparto adottati in sede di bilancio preventivo e consuntivo deliberato dalla assemblea dei condomini, e siano dovuti dal conduttore “a rimborso” dei pagamenti effettuati dal locatore, l’onere della prova del credito gravante sul locatore dovrà ritenersi assolto – in caso di contestazione da parte del conduttore delle singole voci dovute o della inesatta applicazione dei criteri di ripartizione ed erroneità dei conteggi, o della inesistenza delle spese sostenute dal locatore – se siano prodotte in giudizio le delibere condominiali approvative dei criteri di riparto delle spese ed i documenti dimostrativi degli esborsi effettivamente sostenuti e richiesti a rimborso.

Con i motivi tre, quatto e cinque la ricorrente deduce il vizio di omesso esame di un fatto decisivo e controverso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nonchè il vizio di violazione degli artt. 1575 e 1581 c.c., in relazione all’art. 1453 c.c. (terzo motivo), degli artt. 2729 e 2697 c.c. (quarto motivo) e dell’art. 1460 c.c. (quinto motivo).

La premessa alla esposizione dei motivi svolta dalla ricorrente al fine di dimostrare che le ragioni poste a fondamento della decisione di prime cure non si “sovrappongono” a quelle poste a fondamento della decisione di appello, e consentono pertanto la proposizione del vizio di omessa motivazione, è del tutto superflua, in quanto il giudizio di appello risulta introdotto con ricorso depositato ai sensi dell’art. 434 c.p.c. in data 13.7.2012 (cfr. sentenza appello, premesse in fatto, pag. 6), non si applica l’art. 348 ter c.p.c., comma 5 (che preclude la censura per vizio di legittimità relativo ad omessa motivazione, in caso di cd. “doppia conforme”), e tale norma processuale, introdotta dal D.L. n. 83 del 2012 conv. in L. n. 134 del 2012, si applica, ai sensi dell’art. 54, comma 2, “ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (ndr: dall’11.9.2012)”, come ribadito anche da questa Corte (cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 26860 del 18/12/2014). Trova, invece, applicazione al ricorso per cassazione il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformato dal medesimo D.L. n. 83 del 2012 conv. in L. n. 134 del 2012, atteso che l’art. 54, comma 3, del D.L., nel disporre la disciplina transitoria, individua il termine iniziale di applicazione con riferimento alla data dell’11.9.2012 di pubblicazione della sentenza (e la sentenza di appello della Corte bresciana risulta depositata il 20.12.2013).

Tanto premesso, la ricorrente censura la sentenza impugnata:

– per aver errato nel ritenere “nuova” la eccezione d’inadempimento proposta da COFFEA s.n.c. per omessa manutenzione da parte della locatrice dei locali di “uso comune”

– per aver ritenuto indimostrato il danno, sul presupposto errato della non riconducibilità causale dello stesso alla impossibilità di esercitare altrove la licenza commerciale (cagione del danno) ed alla difettosa gestione del Centro commerciale da parte di ENASARCO per non avere considerato che l’inadempimento dell’obbligazione ex artt. 1575 e 1581 c.c., contestato ad ENSARCO, riguardava fatti violativi dell’originario contratto di locazione.

Occorre subito sgombrare il campo dalla imprecisa formulazione delle censure che denunciano, in ordine a ciascuna medesima statuizione, cumulativamente un errore di fatto e di un errore di diritto, non essendo consentita la prospettazione di una medesima critica in relazione a vizi di legittimità coesistenti logicamente incompatibili, quali la violazione di norme di diritto, che suppone correttamente accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, ed il vizio di motivazione, che invece quegli stessi elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione (cfr. Corte cass. Sez. 1, Sentenza n. 19443 del 23/09/2011).

Nella specie la ricorrente, nella esposizione dei motivi, si sofferma esclusivamente sulla individuazione dei “fatti omessi” dal Giudice di appello, dovendo pertanto ritenersi svolte le censure esclusivamente in relazione al vizio di omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Tanto premesso, la nuova norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – applicabile al presente giudizio “ratione temporis” – che costituisce il parametro del sindacato di legittimità del vizio motivazionale delimita l’errore di fatto all'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Il controllo del vizio di legittimità (in precedenza esteso anche al processo logico argomentativo fondato sulla valutazione dei fatti allegati assunti come determinanti in esito al giudizio di selezione e prevalenza probatoria, potendo essere censurata la motivazione della sentenza, oltre che per “omessa” considerazione di un fatto controverso e decisivo dimostrato in giudizio, anche per “insufficienza” e per “contraddittorietà” della argomentazione) rimane, pertanto, circoscritto alla verifica del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – secondo cui tale requisito minimo non risulta soddisfatto esclusivamente qualora ricorrano quelle stesse ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si risolvono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità. Al di fuori delle ipotesi indicate (attinenti alla “esistenza” del requisito motivazionale del provvedimento giurisdizionale) residua ormai soltanto l’omesso esame di un “fatto storico” controverso, che sia stato oggetto di discussione ed appaia “decisivo” ai fini di una diversa decisione, non essendo più consentito impugnare la sentenza per criticare la sufficienza del discorso argomentativo giustificativo della decisione adottata sulla base di elementi fattuali acquisiti al rilevante probatorio ritenuti dal Giudice di merito determinanti ovvero scartati in quanto non pertinenti o recessivi (cfr. Corte cass. SS.UU. in data 7.4.2014 n. 8053; id. Sez. 3, Sentenza n. 11892 de/ 10/06/2016).

Orbene la Corte d’appello ha fondato la propria motivazione su tre “rationes decidendi”:

a) la novità della contestazione d’inadempimento mossa alla locatrice per la gestione delle parti comuni;

b) la genericità ed, in parte, anche inconcludenza delle contestazioni d’inadempimento (relativamente a quest’ultimo aspetto, la Corte territoriale ha evidenziato: 1-come la stessa società conduttrice era tenuta a reagire, in quanto legittimata attivamente in via esclusiva ex art. 1585 c.c., ad eventuali violazioni di fatto, da parte di terzi, del regolamento condominiale; 2-come la vigilanza e sorveglianza del Centro commerciale non costituisse obbligazione contrattuale cui era tenuta la locatrice; 3-come la COFFEA s.n.c. non avesse fornito alcuna prova delle conseguenze pregiudizievoli derivate dagli altri fatti di inadempimento insufficienza delle opera di pulizia; problemi tecnici ai bagni, illuminazione, porte automatiche del Centro commerciale -, in quanto la mera impossibilità di trasferire altrove l’esercizio della licenza commerciale non era danno imputabile alla locatrice);

c) la implicita rinuncia della società a far valere “difetti della cosa” determinati da una situazione di degrado ed omessa manutenzione che era anteriore alla stipula del contratto locativo e quindi conosciuta alla conduttrice.

Ne segue che la sentenza risulta dotata di un impianto argomentativo che soddisfa i requisiti minimi costituzionali di validità della motivazione, e che non viene inficiato dalla errata affermazione, contenuta nella sentenza, secondo cui COFFEA s.n.c. non avrebbe formulato (fin dal primo grado) contestazioni nei confronti della locatrice circa la gestione delle parti comuni dell’edificio, atteso che la Corte d’appello ha comunque esaminato l’intero materiale documentale e probatorio fornito dalla società (in particolare la nota 29.1.2004 con la quale COFFEA s.n.c. comunicava ad ENASARCO la riserva di agire in giudizio per i danni subiti in relazione “allo stato di generale abbandono del Centro” e per le molestie di fatto da parte di terzi) e lo ha sottoposto alla valutazione di merito pervenendo al giudizio di inconcludenza probatoria, sia per genericità delle contestazioni (generale stato di degrado ed abbandono del Centro commerciale, non altrimenti specificato), sia desumendo dallo stesso capitolato di prova orale, dedotto da COFFEA s.n.c. (e riportato integralmente nelle conclusioni precisate dalle parti in grado di appello: cfr. sentenza impugnata, pag. 3-4), che la situazione di degrado lamentata preesisteva già alla stipula del contratto di locazione del 1991, in quanto risalente all’anno 1990, e doveva pertanto ritenersi conosciuta dalla società che, al tempo della stipula, non aveva formulato osservazioni al riguardo, implicitamente manifestando, quindi, la volontà di accettare la cosa locata e le parti comuni dell’edificio nello stato in cui si trovavano, ritenendole idonee alle proprie esigenze. In relazione a tale accertamento in fatto la ricorrente non ha allegato alcun “fatto storico decisivo” idoneo a dimostrare che lo stato di degrado e di inefficienza delle parti comuni del Centro commerciale era sopravvenuto alla conclusione del contratto e doveva quindi essere ascritto a condotte inadempienti della locatrice.

La Corte territoriale ha altresì escluso che la intrasferibilità della licenza commerciale in luogo diverso dal Centro commerciale, potesse integrare una conseguenza dannosa derivante dall’inadempimento contestato dalla locatrice, in quanto imposta dallo stesso titolo amministrativo, ed ha inoltre affermato che, in ogni caso, COFFEA s.n.c. non aveva offerto alcuna prova dei danni patrimoniali subiti. Anche tali statuizioni non sono state idoneamente censurate dalla ricorrente che non ha indicato fatti storici decisivi e che il Giudice di merito avrebbe del tutto omesso di considerare: l’argomento secondo cui la intrasferibilità della licenza commerciale aveva determinato un minor valore dell’azienda ceduta, non scalfisce affatto la ricostruzione operata dal Giudice di appello, venendo al contrario a confermare che la intrasferibilità della licenza (imposta dal titolo amministrativo) non poteva ex se considerarsi “conseguenza dannosa” imputabile alla condotta asseritamente inadempiente della locatrice (art. 1223 c.c.), ma costituiva un mero antefatto inidoneo ex se a dimostrare la esistenza di un danno: ed è appena il caso di osservare come il richiamo operato dalla ricorrente ai precedenti giurisprudenziali di legittimità che non pongono limiti all’accertamento del danno anche in via presuntiva, non fa assurgere al rilevante probatorio quella che è una mera ed indimostrata allegazione del minore corrispettivo realizzato dalla cessione d’azienda a causa dello stato di degrado delle parti comuni del Centro commerciale.

I motivi tre, quattro e cinque, debbono ritenersi, pertanto infondati.

Con il sesto motivo la ricorrente deduce il vizio di violazione dell’art. 91 c.p.c. per avere la Corte d’appello condannato COFFEA s.n.c. alle spese del grado a favore dell’appellato Bo. nonostante questi avesse aderito alle difese svolte con l’atto di impugnazione dalla società appellante nei confronti di ENASARCO.

Il motivo è infondato.

La Corte territoriale ha correttamente applicato il principio di soccombenza nella disciplina della liquidazione delle spese, laddove ha considerato che l’atto impugnazione era stato notificato, dalla appellante COFFEA s.n.c., anche nei confronti di Bo.Ma., non soltanto quale litisconsorte processuale – essendo stato parte nel giudizio di primo grado – ma deducendo uno specifico motivo di gravame che investiva il rapporto controverso tra la società cedente ed il cessionario d’azienda, insistendo la appellante a richiedere la dichiarazione di nullità dell’atto di chiamata in causa con il quale il Bo. aveva evocato in giudizio COFFEA s.n.c. per essere dalla stessa manlevato dalle pretese di ENASARCO.

La Corte territoriale ha ritenuto infondato detto motivo di gravame e conseguentemente ha condannato alla rifusione delle spese del grado la società appellante soccombente sulla questione della nullità dell’atto d citazione per chiamata in causa.

Non ritiene il Collegio di doversi pronunciare sul settimo motivo, con il quale viene dedotto il vizio di nullità della sentenza per violazione – sembra doversi comprendere – dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), tenuto conto che la esposizione si risolve in una sorta di riassunto dei precedenti motivi di ricorso, già esaminati: la ricorrente peraltro si limita alla mera affermazione, del tutto anapodittica, secondo cui dalla motivazione della sentenza impugnata non sarebbe possibile ricostruire un corretto ragionamento logico-giuridico, questione che è stata esaminata con lo scrutinio dei motivi tre, quattro e cinque, e ritenuta infondata.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna della parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità in favore della parte resistente Fondazione ENASARCO, come liquidate in dispositivo.

Sussistono i presupposti per l’applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 che dispone l’obbligo del versamento per il ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato nel caso in cui la sua impugnazione sia stata integralmente rigettata, essendo iniziato il procedimento in data successiva al 30 gennaio 2013 (cfr. Corte cass. SU 18.2.2014 n. 3774).

PQM

La Corte:

– rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alla rifusione, in favore di Fondazione ENASARCO, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 10.200,00 per compensi, Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario spese generali e gli accessori di legge;

– dichiara che sussistono i presupposti per il versamento della somma prevista dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 22 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2016

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