Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22882 del 04/11/2011

Cassazione civile sez. un., 04/11/2011, (ud. 04/10/2011, dep. 04/11/2011), n.22882

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Primo presidente f.f. –

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente di sezione –

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente di sezione –

Dott. MERONE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. TIRELLI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

R.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI CORONARI

99, presso lo studio dell’avvocato FOTI ANTONIO, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato RUFFIER GIUSEPPE, per delega in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE DI CASSAZIONE, CONSIGLIO

DELL’ORDINE DI NOVARA, CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE;

– intimati –

avverso la decisione n. 142/2010 del CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE,

depositata il 25/10/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/10/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO MERONE;

uudito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

IANNELLI Domenico, che ha concluso per l’accoglimento, p.q.r., del

ricorso.

Fatto

L’avv. R.M. ricorre per la cassazione della sentenza indicata in epigrafe, con la quale il Consiglio Nazionale Forense (CNF) gli ha inflitto la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione forense per cinque mesi, ritenendolo colpevole di due dei tre originari capi di incolpazione formulati a suo carico dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Novara. In sintesi, l’avv. R., secondo il CINF si sarebbe reso responsabile della violazione degli artt. 16 e 37 del Codice Deontologico Forense (CDF), per avere svolto attività di mediazione ed avere prestato assistenza professionale in situazione di conflitto di interessi.

A sostegno dell’odierno ricorso, l’avv. R. prospetta quattro motivi di cassazione della sentenza impugnata.

Diritto

Il ricorso non può trovare accoglimento.

1. Con il primo motivo viene denunciata la violazione del R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 56 in combinato disposto con l’art. 295 c.p.c., per la mancata sospensione del procedimento disciplinare in pendenza di un processo penale. Il ricorrente denuncia anche la contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata che, pur dando atto della pendenza del processo penale, assume poi che non v’è prova della stessa.

Il motivo è inammissibile per carenza di autosufficienza perchè non riferisce come e quando l’istanza di sospensione è stata presentata e quale fosse l’oggetto dell’azione penale. Peraltro, la censura è anche infondata nel merito perchè il giudice disciplinare ha rilevato che le indicazioni dell’incolpato “relative alle vicende in sede penale si sono limitate alla mera enunciazione di essere state presentate denunce all’autorità di polizia giudiziaria, senza ulteriori accenni al successivo corso ed esito di tali iniziative” (p. 8 della motivazione). Comunque, il CNF ha correttamente concluso che pur se fosse stato iniziato un procedimento penale, manca la prova che riguardasse gli stessi fatti oggetto del procedimento disciplinare, prova che avrebbe legittimato la sospensione di quest’ultimo. Quindi, non c’è violazione di legge e non c’è motivazione contraddittoria. Non c’è violazione di legge perchè in mancanza della prova della identità dei fatti oggetto dei due processi non vi era obbligo di sospensione e non c’è contraddittorietà della motivazione perchè l’affermata carenza probatoria riguarda il contenuto del processo penale e non la sua pendenza.

2. Il secondo motivo è inammissibile perchè nuovo.

2.1. Il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli art. 16 e 37 c.d.f. eccependo, per la prima volta che l’art. 16 citato vieta la mediazione soltanto a partire dalle modifiche apportate al CDF nel 2006, mentre i fatti in contestazione sarebbero del 2005.

Dalla sentenza impugnata non risulta che la questione sia stata già prospettata ed il ricorrente non denuncia una omessa pronuncia. Il ricorso non riferisce come e quando la questione sarebbe stata sollevata nel giudizio di merito e, quindi, il motivo è carente di autosufficienza. Nè si può ipotizzare che la questione sia di mero diritto, dal momento che per aderire alla tesi del ricorrente occorre una indagine di fatto che accerti che l’episodio si sia verificato prima del 2006. Il motivo tende a dimostrare, ma tardivamente ed inammissibilmente, che i fatti sarebbero anteriori alla riforma.

Anche l’eccezione che l’attività svolta non sarebbe stata di mediazione ma di mera consulenza giuridica, tende ad una rivalutazione di merito inammissibile in questa sede.

2.2. Il ricorrente eccepisce inoltre che non sarebbe incorso in alcun conflitto di interessi, nella trattativa che vedeva interessati, da una parte, la persona (sua cliente) che poi lo ha denunciato (tale sig.ra B.D.) e, dall’altra parte, una società che faceva capo alla moglie ed alla suocera (capo 3 della incolpazione).

La tesi difensiva è che la sig.ra B. non aveva ricevuto alcun danno dalla situazione di conflitto potenziale. L’eccezione è nuova e comunque irrilevante perchè, come ha correttamente rilevato il giudice disciplinare, l’illecito si consuma con il verificarsi della situazione che mette a rischio il rapporto fiduciario tra avvocato e cliente. L’art. 37 c.d.f. mira ad evitare situazioni che possano far dubitare della correttezza dell’operato dell’avvocato e, quindi, perchè si verifichi l’illecito, è sufficiente che potenzialmente l’opera del professionista possa essere condizionata da rapporti di interesse con la controparte. Facendo riferimento alle categorie del diritto penale, l’illecito contestato all’avv. R. è un illecito di pericolo e non di danno. Quindi l’asserita mancanza di danno è irrilevante perchè il danno effettivo non è elemento costitutivo dell’illecito contestato.

3. Con il terzo motivo/denunciando vizi di motivazione, il ricorrente assume che sarebbe mancata una adeguata valutazione degli elementi costitutivi delle fattispecie di illecito (sussistenza dell’elemento psicologico, volontarietà della condotta, ecc.), anche in relazione alla insussistenza di alcun pregiudizio alla dignità ed al prestigio della classe forense; lamenta l’ambiguità dei fatti contestati e la mancata valutazione della richiesta di riduzione della sanzione in considerazione della giovane età dell’incolpato.

Si tratta di censure evidentemente di merito e carenti sotto il profilo dell’autosufficienza.

4. Con il quarto ed ultimo motivo, il ricorrente eccepisce la maturazione del termine di prescrizione, perchè i fatti risalirebbero al luglio 2005. La questione della collocazione temporale dei fatti attiene al merito e viene qui sollevata per la prima volta. Quindi si tratta di censura inammissibile e comunque infondata. Infatti, la censura non tiene conto dell’effetto interruttivo degli atti del procedimento disciplinare (Cass. 26182/2006).

5. Conseguentemente, il ricorso va rigettato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 4 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2011

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