Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22864 del 09/11/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. VI, 09/11/2016, (ud. 15/09/2016, dep. 09/11/2016), n.22864

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17999-2015 proposto da:

M.G., M.M., M.E.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA LORENZO IL MAGNIFICO 115,

presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO DE SANCTIS, che li

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

CNP UNICREDIT VITA SPA, in persona del Responsabile dell’Ufficio

Legale e Societario e Procuratrice speciale, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA LUCREZIO CARO 62, presso lo studio

dell’avvocato CARLO DI VITA, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato LAURA CAPODICASA giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

BANCA DI ROMA SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3440/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 21/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato Fabrizio De Sanctis difensore dei ricorrenti che si

riporta agli scritti;

udito l’Avvocato Laura Capodicasa difensore della controricorrente

che si riporta agli scritti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il consigliere relatore ha depositato, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., la seguente relazione:

“1. Secondo quanto dedotto nel ricorso, nell’anno 2001 la sig.ra N.I. stipulò un contratto di mutuo con la società Banca di Roma.

La Banca di Roma a sua volta stipulò con la società Roma Vita s.p.a. un contratto di assicurazione sulla vita di N.I., con addebito del premio a carico di quest’ultima, e pagamento dell’indennizzo a beneficio dei di lei eredi. Tale contratto di assicurazione prevedeva tuttavia che l’indennizzo fosse “vincolato” a beneficio della banca e ad estinzione degli eventuali crediti di questa nei confronti della mutuataria.

2. Deceduta la sig.a N.I. nel (OMISSIS), i di lei eredi M.G., M.M. e M.E. domandarono alla società assicuratrice il pagamento dell’indenno contrattualmente dovuto, ma si videro opporre un rifiuto, fondato sull’assunto che la siga N.I. fosse morosa nel pagamento del premio scaduto il (OMISSIS).

3. Adducendo i fatti di cui sopra, M.G., M.M. e M.E. convennero dinanzi al Tribunale di Viterbo, sezione di Civita Castellana, sia la Fineco Vita (nuova ragione sociale dell’assicuratore), sia la Banca di Roma, chiedendo:

– la condanna dell’assicuratore al pagamento dell’indennizzo;

– la condanna della Banca alla restituzione delle rate di mutuo pagate dagli eredi della mutuataria dopo il decesso di quest’ultima.

A fondamento della domanda gli attori deducevano che la propria dante causa N.I. aveva dato mandato alla banca di provvedere al pagamento dei premi prelevando il relativo importo dal suo conto corrente (c.d. “RID”), sicchè il mancato pagamento dei premi assicurativi non le poteva essere imputato.

4. Il Tribunale di Viterbo con sentenza 5.3.2010 n. 21 dichiarò la risoluzione per inadempimento dell’assicuratore del contratto di assicurazione; condannò l’assicuratore al pagamento in favore degli attori di Euro 300.000 oltre accessori; condannò la Banca di Roma alla restituzione in favore degli attori delle rate di mutuo incassate dopo la morte di N.I..

5. La sentenza fu impugnata dalla Fineco Vita; la banca rimase contumace in appello.

La Corte d’appello di Roma con sentenza 21.5.2014 n. 3440 accolse il gravame e rigettò “tutte le domande” (così nel dispositivo) proposte dagli appellanti, condannandoli alle pese.

Ritenne la Corte d’appello che, non avendo gli attori mai provato di avere effettivamente pagato il premio dovuto all’assicuratore, non potessero esigere l’indennizzo.

Tale sentenza è stata impugnata per cassazione da M.G., M.M. e M.E., con ricorso fondato su sei motivi.

Ha resistito la sola CNP Unicredit Vita s.p.a., nuova ragione sociale della Fineco Vita s.p.a..

6. Col primo motivo di ricorso i ricorrenti deducono che la Corte d’appello avrebbe violato con la propria decisione l’art. 1460 c.c.. Spiegano che, avendo l’assicurata N.I. ordinato alla Banca mutuante di addebitare automaticamente e permanentemente l’importo del premio sul proprio conto corrente, il mancato incasso del premio da parte dell’assicuratore era contrario a buona fede, e spettava comunque all’assicuratore dimostrare di “aver azionato la riscossione del credito”.

6.1. Il motivo è manifestamente infondato.

Il pagamento del premio è condizione di efficacia del contratto di assicurazione. Se dunque l’assicuratore, convenuto per il pagamento dell’indennizzo, eccepisce il mancato pagamento del premio, è onere dell’assicurato dimostrare che il pagamento sia avvenuto, secondo la regola di cui all’art. 1218 c.c..

La circostanza che il debitore (l’assicurato) avesse dato mandato permanente alla banca di provvedere al pagamento non costituisce di per sè prova dell’esatto adempimento, e non è comunque opponibile all’assicuratore, che è terzo rispetto al rapporto tra il cliente e la banca. In ogni caso, dell’operato della banca che tardasse od omettesse il pagamento del premio, violando il mandato del cliente, quest’ultimo risponde nei confronti del terzo, ai sensi dell’art. 1228 c.c..

7. Col secondo motivo di ricorso i ricorrenti deducono che la sentenza d’appello ha erroneamente riformato la decisione di primo grado anche nella parte in cui aveva condannato la Banca di Roma.

7.1. Il motivo è manifestamente fondato.

Va premesso che i ricorrenti hanno ritenuto di non impugnare, come avrebbero potuto e dovuto, la sentenza per ultrapetizione nella parte in cui ha riformato la condanna della Banca nonostante non fosse stato proposto appello sul punto (vizio dunque non più rilevabile d’ufficio in questa sede).

Resta tuttavia il fatto che, dinanzi alla deduzione attorea dell’inadempimento della banca, consistito nel non avere provveduto al pagamento tempestivo del premio, esponendo così l’assicurata alla perdita del diritto all’indennizzo, sarebbe stato onere dell’istituto di credito dimostrare di avere adempiuto a tale obbligo, ovvero che l’inadempimento non dipese da propria colpa.

8. I motivi dal terzo al sesto restano assorbiti.

9. si propone pertanto l’accoglimento del secondo motivo di ricorso e la cassazione con rinvio della sentenza impugnata; il rigetto del primo motivo e l’assorbimento degli altri”.

2. La parte ricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2, con la quale ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3. Il Collegio condivide le osservazioni contenute nella relazione, con le precisazioni ed integrazioni che seguono.

4. Per quanto attiene il primo motivo di ricorso, esso è manifestamente infondato.

Qui ci troviamo al cospetto d’un assicurato che non ha provato di avere pagato il premio, e non ha provato che l’inadempimento sia dipeso da causa a lui non imputabile. Ineccepibile, dunque, il rigetto della domanda di pagamento dell’indennizzo nei confronti dell’assicuratore.

4.1. Le deduzioni svolte dalla ricorrente nella propria memoria, con le quali si insiste per l’accoglimento del primo motivo di ricorso, non possono essere condivise.

L’allegazione secondo cui al momento di scadenza del premio assicurativo erano presenti sul conto dell’assicurata fondi sufficienti per il pagamento pone una questione di fatto, la cui sussistenza è stata esclusa dal giudice di merito, con accertamento non sindacabile in questa sede. La questione è tuttavia irrilevante, perchè la mora debendi sarebbe stata esclusa solo dal pagamento del premio, non certo dalla presenza di fondi per pagarlo.

4.2. I ricorrenti deducono altresì che nel caso di specie la correntista N.I. non aveva affatto impartito alla banca l’ordine di pagare il terzo creditore (ovvero l’assicuratore), ma aveva invece “autorizzato” quest’ultimo a prelevare il premio dovutogli direttamente sulla provvista giacente in banca. Ne traggono la conseguenza che, se l’assicuratore non si è preoccupato di riscuotere il premio, imputet siti.

Tali deduzioni sembrano trascurare alcune regole basilari del diritto delle obbligazioni.

Il pagamento dell’obbligazione pecuniaria è atto satisfattivo unilaterale, che non può che essere compiuto dal debitore o da un suo incaricato (salvo il caso di adempimento del terzo, che qui non viene in rilievo). Anche quando il debitore demandi il pagamento dell’obbligazione ad un terzo, l’adempimento esige pur sempre un atto di volontà di quest’ultimo. Non è concepibile in iure che un pagamento possa avvenire per effetto della semplice volontà del creditore, e senza la cooperazione del debitore o del suo incaricato.

Sicchè, se l’incaricato del debitore non adempie, il debitore sarà sempre tenuto a rispondere del suo operato verso il creditore insoddisfatto, ai sensi dell’art. 1228 c.c..

5. Si applichino ora i suddetti principi al caso di specie.

L’assicurata N.I. concordò con l’assicuratore che i premi assicurativi sarebbero stati addebitati in conto corrente.

Un patto di questo tipo non potrebbe mai essere eseguito, in assenza di un ordine rivolto alla banca di pagare i premi assicurativi alla società assicuratrice.

Che tale ordine fosse un atto libero e volontario, ovvero l’adempimento di un obbligo impostole dal contratto di assicurazione, nulla rileva: nell’uno come nell’altro caso il pagamento esigeva pur sempre un atto volitivo da parte dell’istituto di credito.

Sicchè, una volta mancata la prova dell’avvenuto pagamento del premio, nel rapporto tra assicuratore ed assicurato nulla rilevava se ciò fosse avvenuto per negligenza del debitore ( N.I.) o della sua banca: nell’uno come nell’altro caso la debitrice ne doveva rispondere verso l’assicuratore, ai sensi – rispettivamente – degli artt. 1218 o 1228 c.c..

Va da sè che, non essendo mai stata dimostrata la mora credendi dell’assicuratore, il mancato pagamento del premio ha inevitabilmente prodotto gli effetti di cui all’art. 1924 c.c..

6. Il secondo motivo di ricorso (il cui contenuto è già stato riassunto nella relazione sopra trascritta) è inammissibile per difetto di interesse. I ricorrenti, infatti, si dolgono della sentenza impugnata nella parte in cui avrebbe “annullato la condanna della banca”.

Tuttavia deve escludersi che la sentenza impugnata contenga una statuizione di questo genere.

E’ noto che la portata precettiva dei provvedimenti giurisdizionali va stabilita non già estrapolandone singoli passaggi, ma considerandone complessivamente l’intero contenuto.

Nel caso di specie:

(a) la società Banca di Roma s.p.a. non ha proposto impugnazione e non ha partecipato al giudizio di appello;

(b) nell’intera motivazione della sentenza impugnata non vi è alcun cenno alle ragioni per le quali la condanna della banca nei confronti dei ricorrenti dovesse essere riformata.

E’ dunque evidente che la sentenza d’appello, là dove statuisce (p. 6, punto “1” del dispositivo) di accogliere l’appello e, “in totale riforma della senterza impugnata, rigetta(re) tutte le domande proposte da G., M. ed M.E.”, vada inteso nel senso che le statuizioni “riformate” e le domande “rigettate” siano quelle attinenti ai rapporti tra gli credi di N.I. e la società assicuratrice, non certo quelli tra i primi e la Banca di Roma s.p.a..

Se così non fosse, infatti, la sentenza sarebbe radicalmente nulla per mancanza di motivazione, oltre che per avere deciso su un appello mai proposto: sicchè il canone interpretativo c.d. dell’interpretazione utile impone di ritenere non riformato, perchè mai appellato, il capo della sentenza di primo grado contenente la condanna della Banca di Roma in favore degli odierni ricorrenti.

7. Con i restanti motivi di ricorso i ricorrenti lamentano l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha rigettato la loro domanda nei confronti della società assicuratrice, sul presupposto che:

-) il rigetto della domanda sarebbe “immotivato” (terzo motivo);

-) la Corte d’appello ha trascurato di esaminare il “fatto decisivo” rappresentato dall’ordine di addebito permanente dei premi in conto corrente, impartito dall’assicurata alla banca (quarto motivo);

-) la Corte d’appello avrebbe violato gli artt. 115 e 116 c.p.c., per non avere valutato tutte le prove a disposizione (quinto motivo);

-) la Corte d’appello avrebbe invertito l’onere della prova, perchè era onere dell’assicuratore dimostrare di “aver azionato il meccanismo di riscossione del premio” (sesto motivo).

7.1. Tutti i motivi sono manifestamente infondati in quanto:

-) la motivazione nella sentenza impugnata esiste ed è chiara; nè può costituire mancanza di motivazione l’omesso esame d’una fonte di prova;

-) per le ragioni già esposte, l’avere impartito un ordine permanente di addebito alla banca non esclude l’inadempimento dell’assicurato verso l’assicuratore, giusta la previsione dell’art. 1228 c.c.;

-) la valutazione delle prove compiuta dal giudice di merito non è sindacabile in sede di legittimità;

-) quel che più rileva, il creditore che trascuri di riscuotere il proprio credito può andare incontro alle conseguenza delle mora credendi solo se questa sia fatta constare nelle forme di legge.

8. Le spese del presente giudizio vanno a poste a carico dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

9. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

la Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c.:

(-) dichiara inammissibile il secondo motivo di ricorso;

(-) rigetta gli altri motivi;

(-) condanna M.G., M.M. e M.E., in solido, alla rifusione in favore di CNP Unicredit Vita s.p.a. delle spese del presente giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 10.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di M.G., M.M. e M.E., in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte di cassazione, il 15 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA