Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22849 del 12/08/2021

Cassazione civile sez. I, 12/08/2021, (ud. 06/05/2021, dep. 12/08/2021), n.22849

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MELONI Marina – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19262-2020 proposto da:

K.M., rappresentato e difeso dall’avv. MICHELE CAROTTA, e

domiciliato presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI n. 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 5464/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 02/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/05/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Venezia rigettava il gravame proposto da K.M. avverso l’ordinanza del 12.11.2018, con la quale il Tribunale di Venezia aveva rigettato il ricorso interposto dall’odierno ricorrente contro il provvedimento della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale che aveva respinto l’istanza di protezione, internazionale ed umanitaria, dal medesimo avanzata.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione K.M., affidandosi a tre motivi.

Il Ministero dell’Interno, intimato, ha depositato atto di costituzione ai fini della partecipazione all’udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c.; l’omesso esame di un fatto decisivo; la violazione dell’art. 116 c.p.c., del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 perché la Corte di Appello avrebbe violato i criteri legali di valutazione degli elementi istruttori vigenti in materia di protezione internazionale, ritenendo erroneamente non credibile il racconto fornito del richiedente, senza assolvere all’onere di collaborazione officiosa, con particolare riferimento alle condizioni del Paese di origine del predetto.

La censura è inammissibile.

Il ricorrente aveva narrato di aver preso parte ad una manifestazione politica, di esser stato arrestato, rilasciato su cauzione, e di essere poi fuggito per timore di essere nuovamente tratto in arresto. La Corte di Appello ha ritenuto non credibile il racconto, innanzitutto perché l’atto di appello non si confrontava in modo adeguato con le osservazioni della Commissione territoriale e del Tribunale in punto di contraddittorietà e genericità del racconto (cfr. pag. 4 della sentenza impugnata). Inoltre, la Corte distrettuale ha anche evidenziato che il richiedente non aveva spiegato come mai, avendo aderito da poco al movimento politico al quale egli aveva dichiarato di aderire, peraltro con ruoli marginali (sistemazione delle sedie ed affissione degli avvisi delle riunioni), egli sarebbe stato uno degli oratori in occasione della manifestazione durante la quale sarebbe stato arrestato (cfr. pag. 6). Infine, la Corte lagunare afferma che il documento depositato dal ricorrente, che lo definiva come “ricercato” era da un lato in contrasto con la narrazione, secondo cui il K. sarebbe stato arrestato e rilasciato su cauzione con obbligo di firma, e dall’altro lato di dubbia autentidtà, in quanto redatto in lingua inglese, il cui uso era stato vietato dall’ex dittatore Y.J. fin dal 2014 (cfr. ancora pag. 6).

La censura non si confronta con tali decisivi passaggi della motivazione e finisce, dunque, per risolversi nella mera invocazione della revisione delle valutazioni e del convincimento del giudice di merito tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., nonché la violazione dell’art. 115 c.p.c., D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2 e 14 e del D.Lgs n. 25 del 2008, art. 8 perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente omesso di riconoscere la protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. b) e c).

La censura è inammissibile.

Quanto al primo profilo, il riconoscimento della tutela sussidiaria prevista dalla lett. b) del richiamato art. 14 è legittimamente esclusa in presenza di un racconto personale ritenuto non credibile.

Quanto invece al secondo profilo, la sentenza impugnata esamina il contesto esistente nel Paese di provenienza del richiedente, indicando le C.O.I. consultate e dando atto delle specifiche notizie da esse tratte (cfr. pag. 7). Il giudice di merito, in particolare, dà atto del radicale mutamento della condizione del (OMISSIS) conseguente alla caduta del dittatore Y.J., avvenuta nel 2017, e delle attuali prospettive di ricostruzione della convivenza democratica. Il ricorrente censura la decisione senza citare fonti informative diverse da quelle utilizzate dal giudice di merito, rie’ indicare in modo specifico il profilo in relazione al quale queste ultime non sarebbero idonee, o conterrebbero informazioni non specifiche o non adeguatamente aggiornate, o comunque smentite da C.O.I. successive. Sul punto, occorre ribadire che “In tema di protezione internazionale, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla nera prospettazione, in termini generici, di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, sia pure sulla base del riferimento a fonti internazionali alternative o successive a quelle utilizzate dal giudice e risultanti dal provvedimento decisorio, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S.C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria” (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 26728 del 21/10/2019, Rv. 655559). Ove manchi tale specifica alllegazione, è precluso a questa Corte procedere ad una revisione della valutazione delle risultanze istruttorie compiuta dal giudice del merito. Solo laddove nel motivo di censura vengano evidenziati precisi riscontri idonei ad evidenziare che le informazioni sulla cui base il predetto giudice ha deciso siano state effettivamente superate da altre e più aggiornate fonti qualificate, infatti, potrebbe ritenersi violato il cd. dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice del merito, nella misura in cui venga cioè dimostrato che quest’ultimo abbia deciso sulla scorta di notizie ed informazioni tratte da fonti non più attuali. In caso contrario, la semplice e generica allegazione dell’esistenza di un quadro generale del Paese di origine del richiedente la protezione differente da quello ricostruito dal giudice di merito si risolve nell’implicita richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella prospettazione di una diversa soluzione argomentativa, entrambe precluse in questa sede.

In definitiva, va data continuità al principio secondo cui “In tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate” (v. Cass. Sez.1, Ordinanza n. 4037 del 18/02/2020, Rv. 657062).

La verificata indicazione, da parte della Corte distrettuale, delle C.O.I. consultate esclude, evidentemente, la sussistenza di qualsiasi profilo di apparenza della motivazione.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., l’omesso esame di un fatto decisivo e la violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8 e 32, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, D.P.R. n. 394 del 1999, artt. 11 e 29 perché la Corte territoriale avrebbe erroneamente escluso anche il riconoscimento della tutela umanitaria.

La censura è inammissibile.

La Corte di Appello dà atto che il ricorrente non aveva “nemmeno allegato” alcuno specifico percorso di integrazione socio-lavorativa in Italia, e questa affermazione non viene in alcun modo attinta dalla doglianza in esame. Il ricorrente, invero, dichiara di non aver mai svolto alcuna attività lavorativa in patria (cfr. pag. 21 del ricorso), mentre in Italia avrebbe “… avuto modo di lavorare dietro adeguato compenso, circostanza che fa auspicare in un continuo miglioramento delle sue condizioni di vita”. Con tale allegazione, il ricorrente riconosce che il suo percorso di integrazione socio-lavorativa in Italia è ancora in fase iniziale e non è approdato ad un livello significativo; né può aver rilievo, come elemento confermativo di una integrazione in Italia inesistente o ancora in fieri, la circostanza – negativa – di non aver mai lavorato in patria. In assenza, dunque, di elementi atti a confrontarsi con la motivazione del rigetto della protezione umanitaria espressa dalla Corte territoriale, anche la censura in esame si risolve in una mera istanza di riesame del merito.

In definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in difetto di notificazione di controricorso da parte del Ministero, intimato nel presente giudizio di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 6 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 agosto 2021

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