Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22843 del 09/11/2016


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Cassazione civile sez. I, 09/11/2016, (ud. 28/09/2016, dep. 09/11/2016), n.22843

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVALO Salvatore – Presidente –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1855/2012 proposto da:

C.A., (c.f. (OMISSIS)), C.S. (c.f. (OMISSIS)), in

proprio e nella qualità di eredi di C.G.T.,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA BARNABA TORTOLINI 13, presso

l’avvocato MARIO ETTORE VERINO, rappresentate e difese dall’avvocato

ENRICO BULFONE, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

PROVINCIA DI UDINE, in persona del Presidente pro tempore,

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

MASSIMILIANO AITA, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

COMUNE DI UDINE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 583/2010 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 13/12/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/09/2016 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C. SAMBITO;

udito, per le ricorrenti, l’Avvocato BULFONE che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato AITA che ha chiesto il

rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale 1 e 2, assorbito il 3; ricorso intervenienti

inammissibile.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 26-28 marzo 2008, C.A., S. e G.T. convennero in giudizio avanti alla Corte d’Appello di Trieste il Comune di Udine e l’omonima Provincia, proponendo opposizione avverso la stima dei tecnici della porzione di un terreno agricolo, in catasto a F. (OMISSIS) mapp. (OMISSIS), di loro proprietà, espropriato con Decreto 15 dicembre 2006, per la realizzazione di un centro residenziale di accoglienza per portatori di handicap, deducendo che il fondo aveva potenzialità edificatorie, per la sua contiguità a comparti edificatori e perchè urbanizzato.

Analoghe domande svolsero, con separati atti d’intervento depositati il 17.7.2008, C.C. e F. nonchè M.R., anch’esse proprietarie di terreni agricoli, in catasto a F. (OMISSIS) mapp. (OMISSIS), in parte espropriati, mediante il medesimo decreto.

Con sentenza depositata il 13.12.2010, la Corte d’Appello adita, dopo aver rilevato l’irritualità delle domande delle intervenienti, che, quali proprietarie di terreni diversi da quelli degli opponenti avrebbero dovuto svolgere separate opposizioni, rigettò tutte le domande, ritenendo irrilevanti le dedotte potenzialità edificatorie, trattandosi di terreni agricoli, da indennizzare mediante applicazione dei VAM, nella specie di valore inferiore a quello depositato dall’espropriante.

Per la cassazione di tale sentenza, hanno proposto ricorso C.A. e S., anche quali eredi di C.G.T., C.C. e F. nonchè M.R. con sette motivi, ai quali la Provincia di Udine ha resistito con controricorso. Il Comune di Udine non ha svolto difese. Le ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va, anzitutto, esaminata l’eccezione d’inammissibilità del ricorso, sollevata dalla Provincia, per inesistenza della notifica, perchè eseguita l’una presso la cancelleria della Corte d’Appello di Trieste, invece che presso lo studio professionale del difensore, ubicato nell’ambito del distretto di detta Corte, in violazione dell’art. 330 c.p.c. e R.D. n. 37 del 1934, art. 82 e perchè effettuata anche al legale rappresentante della Provincia, presso la sede, invece che presso il procuratore costituito, secondo il disposto dell’art. 330 c.p.c., comma 3, nella specie applicabile. 1.1. Il motivo è infondato. Le Sezioni Unite di questa Corte, con la recente sentenza n. 14917 del 2016, hanno affermato che l’inesistenza della notificazione del ricorso per cassazione è configurabile, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, oltre che in caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un’attività priva degli elementi costituitivi essenziali idonei a rendere riconoscibile un atto qualificabile come notificazione (attività di trasmissione, svolta da un soggetto qualificato, e di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento, esclusi soltanto i casi in cui l’atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente), mentre ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale ricade nella categoria della nullità. In particolare, il luogo in cui la notificazione del ricorso per cassazione viene eseguita non attiene agli elementi costitutivi essenziali dell’atto, sicchè “i vizi relativi alla individuazione di detto luogo, anche qualora esso si riveli privo di alcun collegamento col destinatario, ricadono sempre nell’ambito della nullità dell’atto, come tale sanabile, con efficacia ex tunc, o per raggiungimento dello scopo, a seguito della costituzione della parte intimata (anche se compiuta al solo fine di eccepire la nullità), o in conseguenza della rinnovazione della notificazione, effettuata spontaneamente dalla parte stessa oppure su ordine del giudice ai sensi dell’art. 291 c.p.c.”. Sanatoria, nella specie, avvenuta, per effetto della costituzione della controricorrente.

2. Con i primi tre motivi, tutte le ricorrenti deducono: a) la violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 42 e 117 Cost, in rapporto al D.P.R. n. 327 del 2001, art. 40, comma 2, alla luce della sentenza n. 181 del 2011 della Corte Costituzionale, per avere la Corte d’Appello valutato il dovuto in riferimento ai VAM, ritenuti applicabili, senza considerare le caratteristiche intrinseche dei fondi documentate in atti, nè argomentare al riguardo; b) la nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 112 c.p.c., non avendo la sentenza tenuto conto della domanda con cui si chiedeva l’indennità connessa alla diminuzione di valore della residua proprietà, versandosi in un’ipotesi di espropriazione parziale; c) violazione dell’art. 91 c.p.c., nonchè vizio di motivazione. I giudici del merito, che pure avevano dato incarico al loro consulente di valutare l’indennità di espropriazione non la hanno poi determinata in conformità al valore riconosciuto (Euro 5,00/mq), limitandosi ad applicare i VAM, e, così, pervenendo erroneamente ad una loro condanna alla spese.

2.1. Disattesa l’eccezione d’inammissibilità dei motivi, per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, essendo possibile la deduzione congiunta nell’ambito di un motivo di ricorso di vizi di violazione di legge e difetto di motivazione, qualora lo stesso, come nella specie, esponga le ragioni in diritto e gli argomenti di fatto inerenti alle corrispondenti censure, i primi due motivi vanno esaminati congiuntamente, attenendo all’unica questione relativa alla determinazione della giusta indennità di espropriazione, e vanno accolti per le seguenti considerazioni.

2.3. Occorre rilevare che, per effetto dell’invocata sentenza della Corte costituzionale n. 181 del 2011, emessa a completamento del processo di conformazione del diritto interno ai principi posti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il sistema indennitario è, ormai, svincolato dalla disciplina delle formule mediane (dichiarata incostituzionale con sentenze n. 348 e 349 del 2007) e dei parametri tabellari, di cui della L. n. 359 del 1992, art. 5-bis, comma 4 e della L. n. 865 del 1971, art. 16, commi 5 e 6 e risulta, invece, agganciato al valore venale del bene. Il serio ristoro che l’art. 42 Cost., comma 3, riconosce al sacrificio della proprietà per motivi d’interesse generale, si identifica con il giusto prezzo nella libera contrattazione di compravendita, id est col valore venale del bene, posto che la dichiarazione d’incostituzionalità dei menzionati criteri ha fatto rivivere il criterio base di indennizzo, posto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39, riconosciuto applicabile ai casi già soggetti al pregresso regime riduttivo (Cass. n. 11480 del 2008; n. 14939 del 2010; n. 6798 del 2013; n. 17906 del 2014), ed ora sancito dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37, comma 1, come modificato dalla L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 90.

2.4. Va, peraltro, aggiunto che non è venuta meno la distinzione tra suoli edificabili e non edificabili, che è imposta dalla disciplina urbanistica in funzione della razionale programmazione del territorio -anche ai fini della conservazione di spazi a beneficio della collettività e della realizzazione di servizi pubblici – e che l’inclusione dei suoli nell’uno o nell’altro ambito va effettuata in ragione del criterio dell’edificabilità legale, posto dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3, tuttora vigente, e recepito nel T.U. espropriazioni di cui al D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37. In base a tale criterio, un’area va ritenuta edificabile solo quando la stessa risulti tale classificata al momento della vicenda ablativa dagli strumenti urbanistici (Cass. 7987/2011; 9891/2007; 3838/2004; 10570/2003; sez. un. 172 e 173/2001; Corte Cost. sentenze n. 348 e 349/2007), e, per converso, le possibilità legali di edificazione vanno escluse tutte le volte in cui per lo strumento urbanistico vigente all’epoca in cui deve compiersi la ricognizione legale, la zona sia stata concretamente vincolata ad un utilizzo meramente pubblicistico (verde pubblico, attrezzature pubbliche, viabilità ecc.), in quanto dette classificazioni apportano un vincolo di destinazione che preclude ai privati tutte quelle forme di trasformazione del suolo che sono riconducibili alla nozione tecnica di edificazione, da intendere come estrinsecazione dello ius aedificandi connesso al diritto di proprietà, ovvero con l’edilizia privata esprimibile dal proprietario dell’area (Cass. 14840/2013; 2605/2010; 21095 e 16537/2009), con l’ulteriore precisazione che, all’interno della categoria suoli inedificabili (in cui vanno, pacificamente, ricompresi quelli espropriati), rivestono valore a fini indennitari le possibilità di utilizzazioni intermedie tra l’agricola e l’edificatoria (parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti ecc.), sempre che siano assentite dalla normativa vigente sia pure con il conseguimento delle opportune autorizzazioni amministrative.

2.5. Escluso, pertanto, che possa trovare applicazione il criterio dei VAM, cui si è riferita la Corte territoriale nel rigettare la domanda, va, ancora, osservato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in presenza di una procedura espropriativa che non riguardi l’intera proprietà del soggetto inciso va applicato il meccanismo di calcolo differenziale di cui della L. n. 2359 del 1865, art. 40 ed oggi del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 33, in costanza dei seguenti due presupposti: a) che la parte residua del fondo sia intimamente collegata con quella espropriata da un vincolo strumentale ed obiettivo, tale da conferire all’intero immobile il carattere di un’unità economica e funzionale; b) che il distacco di una parte di esso abbia influito, oggettivamente (can esclusione, dunque, di ogni valutazione soggettiva), in modo negativo sulla parte residua. 2.6. Ove detta indagine risulti affeiniativa, alla parte espropriata è, quindi, dovuta un’unica indennità, ricavata dalla differenza tra il giusto prezzo che l’immobile avrebbe avuto prima dell’espropriazione ed il giusto prezzo della parte residua dopo l’espropriazione stessa, in modo da ristorare l’intera diminuzione patrimoniale subita dal soggetto passivo del provvedimento ablativo, ivi compresa la perdita di valore della porzione residua, non essendo, invero, concepibile, in presenza di un’unica vicenda espropriativa, l’attribuzione di distinte somme, imputate l’una a titolo di indennità di espropriazione e l’altra a titolo di risarcimento del danno per il deprezzamento subito dai residui terreni (cfr. da ultimo, Cass. n. 11504 del 2014). 2.7. Tale risultato potrà esser conseguito dal giudice di rinvio mediante calcolo differenziale, oppure accertando e calcolando detta diminuzione di valore, mediante il computo delle singole perdite, ovvero aggiungendo al valore dell’area espropriata quello delle spese e degli oneri che, incidendo sulla parte residua, ne riducono il valore.

3. Ogni ulteriore profilo, nonchè i motivi quarto, quinto e sesto e settimo, relativi alle sole intervenienti (omessa pronuncia sulla domande proposte in via preliminare da dette parti; difetto di motivazione; violazione e falsa applicazione della L. n. 890 del 1982, art. 7, comma 2; artt. 139 153, 157 e 160 c.p.c.; violazione e falsa applicazione della L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 4) restano assorbiti, dovendo evidenziarsi che l’impugnata sentenza, pur rilevando l’irritualità dell’intervento, ha, ciononostante, provveduto a rigettare nel merito l’opposizione delle intervenienti, com’è evidente dall’indicazione dei dati catastali delle porzioni espropriate in danno delle stesse, così, implicitamente ritenendo ammissibili sia l’intervento che la domanda indennitaria, senza che in parte qua la controricorrente abbia formulato alcuna censura, sia pur subordinata.

4. Il giudice del rinvio provvederà, anche, a liquidare le spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte, accoglie il primo ed il secondo motivo del ricorso, assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Trieste, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2016

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