Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22842 del 29/09/2017

Cassazione civile, sez. III, 29/09/2017, (ud. 26/06/2017, dep.29/09/2017),  n. 22842

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23017-2014 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TARANTO 116,

presso lo studio dell’avvocato STEFANO TURCHETTO, rappresentato e

difeso dall’avvocato PIETRO CHIODO giusta procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE (OMISSIS) in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è difeso per legge;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 954/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 30/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/06/2017 dal Consigliere Dott. BARRECA GIUSEPPINA LUCIANA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. – F.M., con atto di citazione notificato il 19 luglio 2005, convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Catanzaro, il Ministero della salute, chiedendo il risarcimento dei danni conseguenti al contagio con il virus HCV patito a seguito di trasfusioni di sangue infetto.

Si costituì il Ministero della salute, eccependo, in via preliminare, la prescrizione del diritto e, nel merito, chiedendo il rigetto della domanda.

All’esito dell’istruttoria, il Tribunale rigettò la domanda, ritenendo la prescrizione, e compensò le spese di lite.

2. – La pronuncia è stata appellata dalla F. e la Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza del 3 luglio 2013, confermando quella di primo grado, ha rigettato l’appello, con compensazione delle spese.

Ha osservato la Corte territoriale che l’appellante – a seguito dell’individuazione dell’infezione il 3 dicembre 1997; dell’anamnesi eseguita in quell’occasione ed in altre successive (cartella clinica del 27 ottobre 2000 e modello n. 55/03 del 3 marzo 2003); delle cure e dei ricoveri che ne seguirono- avesse, in quanto consapevole della trasfusione subita in passato, tutti gli elementi per far valere il proprio diritto risarcitorio. Perciò, ha confermato la decorrenza del termine di prescrizione quinquennale dal 3 dicembre 1997 e l’accoglimento della corrispondente eccezione del Ministero (già dichiarata dal primo giudice), reputando che fosse prescritto il diritto al risarcimento del danno per responsabilità extracontrattuale al momento di presentazione della domanda giudiziale, nel 2005.

3. – Contro la sentenza F.M. propone ricorso affidato a tre motivi.

Il Ministero della salute si difende con controricorso.

Il ricorso è stato trattato nella camera di consiglio del 26 giugno 2017.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. – Col primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2947 c.c., art. 2697 c.c., comma 2, e art. 2935 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “giusta interpretazione di cui alla sentenza della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 576/08″, perchè la Corte di merito avrebbe fatto decorrere la prescrizione dalla conoscenza della malattia mentre nessuna prova avrebbe offerto il Ministero sulla conoscenza da parte della danneggiata del nesso causale tra la malattia e le emotrasfusioni subite nel 1983, cioè ben quattordici anni prima della diagnosi del 1997, e della responsabilità del Ministero per omesso controllo e vigilanza sul plasma utilizzato.

1.1. – Col secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 2, e dell’art. 132c.p.c., comma 2, n. 4, e art. 118 disp. att. c.p.c., per essere la sentenza affetta dal vizio di motivazione apparente.

1.2. – Col terzo motivo si deduce nullità della sentenza impugnata per mancanza assoluta di motivazione e per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

2. – Il secondo e il terzo motivo sono infondati quanto alla denuncia di motivazione apparente, poichè la sentenza è adeguatamente motivata.

La motivazione dà conto delle ragioni della decisione, che segue i criteri interpretativi dettati dal precedente a Sezioni Unite n. 576/2008, citato nell’intestazione del primo motivo.

Sia in detto precedente, che in numerosi altri, questa Corte ha affermato che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto infezioni da virus HBV, HIV e HCV a causa di emotrasfusioni con sangue o emoderivati infetti è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma dell’art. 2935 c.c. e art. 2947 c.c., comma 1, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche.

E’ vero che in diverse sentenze si è affermato che al fine di cui sopra la decorrenza è coincidente con la proposizione della relativa domanda amministrativa (Sezioni Unite, sentenza 11 gennaio 2008, n. 576 e numerose altre successive). Tuttavia, si è più volte precisato che la data della presentazione della domanda in via amministrativa assume la funzione discriminante in relazione al risarcimento dei danni patiti dalla vittima, in contrapposizione al responso della Commissione medica ospedaliera di cui alla L. n. 210 del 1992, al quale non può essere attribuita valenza di riconoscimento del diritto.

Infatti, l’orientamento di cui sopra si completa con l’affermazione che, ai fini della configurazione dell’exordium praescriptionis, il termine di presentazione della domanda di indennizzo ai sensi della L. n. 210 del 1992 è quello ultimo e più favorevole per il danneggiato, essendo evidente che, a quella data, si è conseguito un apprezzabile grado di consapevolezza (non essendo richiesta la certezza) sugli elementi costitutivi della fattispecie risarcitoria configurabile; però, la personalizzazione degli accertamenti di fatto sulla consapevolezza del danneggiato, già oggetto della citata giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, ben può rilevare in peius per il danneggiato, ove sia positivamente provato che egli abbia avuto od avrebbe potuto avere, usando l’ordinaria diligenza, consapevolezza del danno, del nesso causale con l’emotrasfusione e della colpa della controparte anche in tempo anteriore (cfr., tra le altre, alle cui motivazioni può qui bastare un mero richiamo: Cass. 14 giugno 2013, n. 14932; Cass. 30 agosto 2013, n. 19997; Cass. 22 gennaio 2014, n. 1228; Cass., ord. 25 febbraio 2014, n. 4503; Cass. 9 giugno 2014, n. 12927; Cass. 25 giugno 2014, n. 14378; Cass. 30 luglio 2014, n. 17403; Cass. 19 dicembre 2014, nn. 26917, 26918, 26919, 26920, 26922, 26923 e 26924).

2.1. – La Corte d’appello di Catanzaro ha svolto un adeguato accertamento in punto di fatto e ne ha tratto conclusioni corrette in diritto, sol che si consideri che, alla stregua dell’oramai consolidato orientamento giurisprudenziale di cui sopra, non è certo necessaria la prova della conoscenza effettiva della derivazione causale della malattia dalle trasfusioni di sangue infetto, essendo sufficiente la prova della conoscibilità, adoperando l’ordinaria diligenza e tenuto conto delle conoscenze scientifiche negli anni di riferimento (nel caso di specie, dicembre 1997).

3. – Le censure del primo motivo attinenti al vizio di violazione di legge sono infondate poichè è stato rispettato il riparto dell’onere della prova, non essendo stato affatto il Ministero esonerato dalla dimostrazione della conoscibilità da parte della danneggiata degli elementi costitutivi dell’illecito, sin dal 1997.

Piuttosto, si è trattato di un accertamento basato sulla prova presuntiva.

Quanto agli elementi di fatto considerati dal giudice (anche mediante il richiamo della sentenza di primo grado) per desumere la presunzione di conoscibilità del nesso causale da parte della danneggiata (unicità dell’evento che comportò la trasfusione nel 1983; ricovero per accertamenti e diagnosi della malattia nel 1997; cure ricoveri ed indagini di laboratorio successivi già negli anni 1998 – 1999; anamnesi riportate nelle cartelle cliniche), essi rispondono ai canoni di pluralità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 c.c. e consistono in eventi certi ed esterni all’ambito soggettivo della danneggiata, idonei a fondare la prova presuntiva.

In proposito, non può che essere ribadito che nella prova per presunzioni, ai sensi degli artt 2727 e 2729 c.c., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità; occorre, al riguardo, che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possono verificarsi secondo regole di esperienza (così, tra le altre, Cass. n. 22656/11).

2.3. Ogni altra censura, ed in specie quella di insufficienza e di contraddittorietà della motivazione, è inammissibile, poichè relativa al controllo da effettuarsi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Il testo della norma è stato sostituito con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134.

A norma dell’art. 54, comma 3, del medesimo decreto, questa disposizione si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del predetto decreto (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11 agosto 2012): quindi si applica alla sentenza impugnata, che è stata pubblicata il 3 luglio 2013.

Unico vizio denunziabile è l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti” (cfr. Cass. S.U. n. 8053/14 ed altre). La ricorrente non ha nemmeno chiaramente individuato questo fatto nell’illustrazione del terzo motivo, col quale è denunciato il vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Quanto alle vicende amministrative riguardanti la domanda avanzata per ottenere l’indennizzo ai sensi della L. n. 210 del 1992, – su cui confusamente la ricorrente ha insistito- la decisività va esclusa alla stregua della giurisprudenza sopra richiamata.

Il ricorso va perciò rigettato.

Sussistono giusti motivi di compensazione delle spese del giudizio di legittimità, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nel testo vigente prima della modifiche apportate dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, e succ. mod., dal momento che il giudizio è stato introdotto con atto di citazione notificato nel luglio 2005, quindi precedentemente l’entrata in vigore di dette modifiche, applicabili ai procedimenti instaurati successivamente al 1 marzo 2006 (ai sensi della L. citata, art. 2, comma 4, come modificato dal D.L. n. 273 del 2005, art. 39 quater, convertito nella L. n. 51 del 2006).

Avuto riguardo al fatto che il ricorso è stato notificato dopo il 31 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi della parte ricorrente riportati nella sentenza.

Motivazione Semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile, il 26 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA