Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22819 del 29/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 29/09/2017, (ud. 11/05/2017, dep.29/09/2017),  n. 22819

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23598/2014 proposto da:

B.G.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

VARRONE 9, presso lo studio dell’avvocato STEFANO MARANELLA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GENNARO LETTIERI

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

BO.MA., G.G., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA SAVOIA, 80, presso lo studio dell’avvocato ELETTRA BIANCHI,

rappresentati e difesi dall’avvocato ANTONIO PIMPINI giusta procura

in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

D.G.A., P.B.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 642/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 16/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/05/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA.

Fatto

RILEVATO

Che:

– con la sentenza qui impugnata, pubblicata il 16 giugno 2014, la Corte di Appello di L’Aquila ha accolto parzialmente l’appello proposto da Bo.Ma. e G.G. nei confronti del notaio B.G.B., oltre che di D.A.G. (in sentenza indicato anche come D.G.A.) e P.B., avverso la sentenza del Tribunale di Teramo depositata il 4 marzo 2010. Con questa era stata rigettata la domanda risarcitoria avanzata dai coniugi Bo. – G. contro il notaio per inadempimento contrattuale o, comunque, per fatto illecito, conseguenti a non veritiere attestazioni circa iscrizioni e trascrizioni pregiudizievoli pendenti su un immobile loro promesso in vendita (con contratto preliminare risultante da due scritture private del 13 febbraio 1991) dai coniugi D.A. – P., nonchè alla violazione del dovere di custodia dell’acconto del futuro prezzo di vendita (ammontante a Lire 70.000.000), che gli attori asserivano di avere consegnato al notaio perchè, conformemente a quanto convenuto nel suddetto preliminare, lo custodisse fino alla stipulazione del contratto definitivo;

– la Corte d’appello ha confermato la sentenza di primo grado di rigetto della domanda relativa alle attestazioni sulle formalità pregiudizievoli, ma, per quanto qui ancora rileva, in parziale riforma, ha ritenuto l’inadempimento del notaio all’obbligazione di custodia assunta con la ricezione della somma; in particolare, ha ricostruito i fatti nel senso che ricevuto l’importo dai promissari acquirenti, a titolo di acconto sul prezzo, ma con l’obbligo di trattenerlo e di consegnarlo ai promittenti venditori soltanto al momento della stipula dell’atto pubblico di compravendita (con funzione di garanzia, in quanto nel preliminare era stata dedotta come condizione risolutiva l’eventuale impossibilità di cancellare le formalità pregiudizievoli) – il notaio non restituì la somma ai promissari acquirenti malgrado non si fosse poi addivenuti alla stipula del definitivo;

– accolto perciò il corrispondente motivo di gravame, la Corte di merito ha condannato il notaio B. al pagamento solidale in favore di G. e Bo. della somma di Euro 36.151,98, oltre accessori; ha rigettato la domanda subordinata di manleva rivolta dal B. nei confronti di D.A. e P., reputando insufficiente la prova che il notaio avesse loro trasferito la somma ricevuta dai promissari acquirenti o l’avesse utilizzata per estinguere posizioni debitorie pregresse dei medesimi promittenti venditori; ha compensato le spese di lite tra costoro ed il B. ed ha condannato quest’ultimo al pagamento delle spese dei due gradi in favore di G. e Bo.;

– avverso la sentenza il notaio Dott. B.G.B. propone ricorso con quattro motivi;

– Bo.Ma. e G.G. si difendono con controricorso;

– gli altri intimati non svolgono attività difensiva;

– fissata la trattazione del ricorso in Camera di consiglio ai sensi dall’art. 375 c.p.c., comma 2, il pubblico ministero non ha depositato conclusioni scritte; la parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– col primo motivo, si deduce violazione dell’art. 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., nonchè “illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine all’esistenza di un contratto di deposito tra i coniugi G. ed il notaio B.”, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5;

– il ricorrente censura la sentenza impugnata “per il malgoverno delle prove e per la violazione dei canoni ermeneutici nell’interpretazione dei contratti”, sostenendo che il giudice si sarebbe fermato all’interpretazione letterale del preliminare senza considerare le vicende successive ed il comportamento delle parti; si sofferma, in particolare, sulla dichiarazione aggiunta al preliminare in data 8 aprile 1991 e sottoscritta dal venditore D.A. (con la quale sarebbe stata “abrogata” per accordo tra parti la clausola del contratto che indicava il notaio come custode); soggiunge che la motivazione in punto di ricostruzione dei fatti sarebbe illogica e contraddittoria;

– col secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 228 c.p.c. e difetto di motivazione, perchè, secondo il ricorrente, il giudice d’appello avrebbe invertito l’onere della prova, reputando sufficiente a dimostrare gli assunti degli attori il contratto preliminare – che non era stato sottoscritto dal notaio nè lo vincolava – e male interpretando la risposta del B. all’interrogatorio formale, così come il contenuto della comparsa di risposta (per di più imputabile al suo procuratore);

– i motivi non meritano di essere accolti;

– sono inammissibili nella parte in cui denunciano il vizio di motivazione poichè il testo attuale dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non consente più il controllo della logicità della motivazione, essendo limitato all’ipotesi prevista specificamente dalla norma – qui non ricorrente nè dedotta – mentre la motivazione non può dirsi mancante nè apparente se non quando sia assolutamente inidonea allo scopo, ponendosi al di sotto del c.d. minimo costituzionale (cfr. Cass. S.U. n. 8053/14 ed altre);

– la motivazione fornita dalla Corte d’appello in punto di interpretazione, non solo del contratto preliminare del 13 febbraio 1991, ma anche della dichiarazione dell’8 aprile 1991, è completa e coerente, non sindacabile nel merito in sede di legittimità;

– la decisione, inoltre, non risulta affatto in violazione dei canoni ermeneutici contrattuali, sicchè le corrispondenti censure si rivelano infondate, in quanto il giudice non si è fermato all’interpretazione dei negozi, ma ha valutato il comportamento complessivo della parti;

– nemmeno ha ritenuto che il notaio fosse vincolato dal contratto stipulato tra terzi soggetti; piuttosto ha reputato che fosse vincolato nei confronti dei promissari acquirenti per aver assunto, a seguito del deposito della somma presso di lui, un’obbligazione di custodia, alle condizioni concordate verbalmente (non essendo necessario l’atto scritto, come sembra supporre il ricorrente);

– il giudice si è avvalso dei documenti sottoscritti dalle parti a soli fini di riscontro probatorio; agli stessi fini ha valutato le ammissioni del notaio (valorizzandole soltanto quanto al fatto materiale dell’avvenuta ricezione della somma);

– la ricostruzione dei fatti che ne è risultata non è ridiscutibile in sede di legittimità;

– infine, non vi è stata violazione delle regole di riparto dell’onere della prova perchè, una volta ritenuto affidato l’incarico di custodire l’importo corrisposto a titolo di saldo prezzo fino alla stipulazione del contratto definitivo, sarebbe stato onere del convenuto dare la prova di un accordo modificativo raggiunto con i promissari acquirenti ovvero la prova della sopravvenuta effettiva utilizzazione della somma per estinguere un debito dei promittenti venditori garantito da ipoteca sull’immobile, come ritenuto dal giudice;

– i primi due motivi di ricorso vanno perciò rigettati;

– col terzo motivo si deduce nullità della sentenza per vizio nel procedimento; carenza assoluta di motivazione circa il rigetto della domanda di manleva, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, perchè questo rigetto sarebbe privo di supporto motivazionale, tanto che la sentenza non consentirebbe al ricorrente di comprendere se il rigetto sia dovuto ad un difetto di forma (mancanza di appello incidentale o mancata riproposizione della domanda ai sensi dell’art. 346 c.p.c.) o di sostanza;

– il motivo è infondato;

– il giudice ha dato atto di un orientamento della giurisprudenza per il quale – per poter delibare la domanda di manleva – sarebbe stato necessario che l’appellato avesse proposto appello incidentale, ma l’ha superato quando ha affermato che la domanda, “ancorchè ammissibile”, non avrebbe potuto essere accolta per mancanza di prova, per le ragioni dettagliatamente esposte in sentenza (alla pag. 9, cui è sufficiente fare rinvio);

– rispetto a queste ragioni, il ricorrente si sarebbe potuto adeguatamente difendere nel merito, sicchè risultano infondate sia la censura di vizio del procedimento che quella di carenza assoluta di motivazione;

– il terzo motivo va rigettato;

col quarto motivo è dedotta violazione degli artt. 91 c.p.c. e segg., ed omessa motivazione sugli importi liquidati a titolo di spese legali a carico del ricorrente ed a favore degli appellanti;

– secondo il ricorrente, detti importi non troverebbero riscontro nei parametri ministeriali del D.M. n. 55 del 2014, nè terrebbero conto del fatto che gli attori, avendo proposto tre domande di cui una soltanto è stata accolta, sono risultati soccombenti rispetto alle altre due;

– il motivo è inammissibile;

– quanto agli importi liquidati dal giudice a titolo di compensi, è onere del ricorrente dare atto dei criteri di liquidazione che ritiene di porre, in concreto, a base della censura, tenuto conto dei parametri di riferimento astrattamente applicabili;

– nel ricorso sono invece riportati dei valori assoluti, ai quali il giudice, per le singole voci, non si sarebbe attenuto, senza che sia in alcun modo argomentato come si sarebbe dovuti addivenire a siffatta liquidazione, tra i valori minimi ed i massimi, e comunque senza censurare specificamente la violazione dei parametri massimi, avuto riguardo allo scaglione di riferimento (tanto più che i controricorrenti deducono l’avvenuto rigoroso rispetto dei parametri medi);

– parimenti inammissibili sono gli ulteriori rilievi del ricorrente, in quanto attengono all’esercizio di poteri discrezionali del giudice;

– in conclusione, il ricorso va rigettato;

– le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, in favore dei controricorrenti, in Euro 4.100,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2017

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