Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22800 del 09/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 09/11/2016, (ud. 14/06/2016, dep. 09/11/2016), n.22800

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 750-2015 proposto da:

AGENZIA IMMOBILIARE M. DI F.M. & C. SNC, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata

presso la CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentata e

difesa dall’Avvocato MANLIO FILIPPO ZAMPETTI, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MA.NI., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PASUBIO 15,

presso lo studio dell’avvocato CARLO TARDELLA, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato GIANCARLO BALESTRA, giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SRL;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1048/2014 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA del

21/05/2014, depositata il 22/08/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONINO SCALISI;

udito l’Avvocato MANLIO FILIPPO ZAMPETTI, difensore del ricorrente,

che chiede l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato CARLO TARDELLA, difensore del controricorrente, che

chiede il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La società Agenzia Immobiliare M. di F.M. & C. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Bergamo, M.N. e la società GSP, chiedendo la condanna al pagamento della somma di Euro 14.040,00, ciascuno, a titolo di compenso mediatorio, calcolato nella misura del 3%, a carico di ciascuna parte di un contratto di compravendita avente ad oggetto un immobile abitativo a (OMISSIS), per il prezzo di Euro 390.000,00.

La Ma. si era dichiarata disposta a versare un compenso mediatorio in misura alquanto inferiore a quella dovuta, secondo gli usi del CCIA di Bergamo. Successivamente l’Agenzia Immobiliare aveva appreso che la Ma., unitamente al proprio fidanzato, avevano acquistato l’immobile in questione.

La venditrice restava contumace.

Si costituiva la Ma., la quale chiariva di essersi recata assieme ad un addetto dell’Agenzia immobiliare presso un cantiere ove erano in costruzione alcune unità immobiliari, ma di non avere avuto specifiche indicazione, in quanto le unità immobiliari erano ancora in fase ben lontana dal loro completamento. Successivamente rivoltasi alla società venditrice ed in particolare al sig. S., legale rappresentante della società venditrice, aveva concordato l’acquisto dell’immobile per la somma di Euro 390.000,00, di stipulare prima un contratto preliminare e successivamente il contratto definitivo. Pertanto, non essendosi giovata dell’attività di mediazione riteneva infondata la richiesta dell’Agenzia Immobiliare.

Il Tribunale di Bergamo, con sentenza n. 488 del 2012, accoglieva la domanda attrice e condannava la società CSP srl e la Ma.Ni. a pagare all’agenzia immobiliare l’importo di Euro 11.700,00, oltre Iva, maggiorato degli interessi legali dalla domanda al soddisfo, condannava, altresì, la società GSP srl e Ma. al pagamento delle spese del giudizio.

La Corte di Appello di Brescia, pronunciandosi su appello proposto da Ma.Ni. per diversi motivi e, tra gli altri, per errata configurabilità di un rapporto di mediazione tipica, costituitasi l’Agenzia Immobiliare di M., accoglieva l’appello e condannava l’Agenzia Immobiliare a restituire a Ma. le somme versate e non dovute con gli interessi di legge dalla domanda di restituzione al saldo, condannava l’appellante al pagamento delle spese del doppio grado del giudizio. Secondo la Corte bresciana, dai dati processuali non risultava che l’Agenzia immobiliare avesse messo in relazione le potenziali parti di un contratto di compravendita, non aveva acquisito alcuna proposta di acquisto proveniente dalla Ma. nè l’aveva trasmesso alla venditrice nè aveva sollecitato accettazione della mai acquisita, nè formulata, proposta di acquisto, nè, infine, aveva posto in contatto la Ma. con la venditrice. Epperò, l’Agenzia immobiliare, a carico della quale incombeva, ai sensi dell’art. 2697 c.c., la prova dei fatti costitutivi della pretesa, avrebbe dovuto dare la prova di avere svolto attività di mediazione.

La cassazione di questa sentenza, è stata chiesta dalla società Immobiliare M. di F.M. & C. snc. con ricorso affidato ad un solo motivo. Ma.Ni. ha resistito con controricorso. La società srl (OMISSIS), medio tempore fallita, in questa fase, non ha svolto attività giudiziale.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.= Con l’unico motivo del ricorso l’Agenzia immobiliare lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c..

Secondo la ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe errato: a) nel ritenere che non vi fosse coincidenza tra l’immobile, oggetto dell’attività di mediazione e quello divenuto poi oggetto del contratto preliminare, e del successivo definitivo, stipulato dalle parti; b) nel considerare dimostrato l’assunto della difesa Ma. di aver appreso dal capocantiere il nominativo del legale rappresentante della società venditrice, nonostante prova contraria acquisita agli atti del giudizio; c) nel ritenere che l’attrice non avesse fornito prova della pretesa dei diritto alla provvigione.

La rappresentazione fattuale operata dalla Corte distrettuale, come rappresentata in sentenza, sarebbe secondo il ricorrente, il risultato di una lettura distorta degli atti e delle risultanze istruttorie La Corte distrettuale: a) avrebbe ritenuto che l’immobile acquistato dalla Ma. non fosse quello che era stato visitato dalla stessa, per il tramite del mediatore, per una diversità di prezzo, tra quello indicato dal mediatore e quello riportato dal contratto preliminare, concluso tra la Ma. e la società costruttrice, non considerando che il prezzo inferiore di cui al preliminare concluso dalla Ma. era dovuto al fatto che l’immobile promesso in vendita veniva fatto risultare al rustico; b) sarebbe lacunosa e superficiale la motivazione con la quale la Corte avrebbe ritenuto che l’Agenzia immobiliare non aveva dimostrato che la seconda visita della sig.ra Ma. fosse avvenuta per il tramite del mediatore e avrebbe ritenuto, al contrario, dimostrato che la Ma. avesse ottenuto indicazione della società costruttrice, del legale rappresentante della società costruttrice e il numero di telefono di questi ultimo, direttamente dal capocantiere, non considerando che sia il rapporto di visita, sia il fax inviato alla società, indicherebbero con chiarezza che l’Agenzia immobiliare aveva comunicato alla società GSP srl, l’interessamento della Ma. ponendo, in tal modo, in rapporto, tra loro, le parti interessate. c) Comunque, sempre secondo la ricorrente, non risulterebbe fornita la dimostrazione dell’esistenza di una causa sufficiente ad interrompere il nesso causale tra l’attività del mediatore e la conclusione dell’affare.

1.1.= Il motivo è inammissibile.

Infatti, va qui evidenziato che il tenore delle censure, richiama, invero, il testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nella versione anteriore alla riforma introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, norma, nel caso, non più applicabile, trattandosi di sentenza depositata il 22 agosto 2014, quindi dopo l’entrata in vigore della precitata novella, la quale ha introdotto una disciplina più stringente, limitata la possibilità della denuncia dei vizi di motivazione che consentono l’intervento della Corte di Cassazione solo al caso di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Il cambiamento operato dalla novella è netto, dal momento che dal previgente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, viene eliminato non solo il riferimento alla “insufficienza” ed alla “contraddittorieta”, ma addirittura la stessa parola “motivazione”. Può quindi affermarsi che la nuova previsione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, legittima solo la censura per “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, non essendo più consentita la formulazione di censure per il vizio di “insufficiente” o “contraddittorietà” della motivazione. Nè a diversa opinione può pervenirsi nella considerazione che la censura per “omessa, insufficiente o contraddittorietà della motivazione”, potrebbe trovare ingresso, dando prevalenza all’aspetto sostanziale più che a quello letterale e formale del mezzo e quindi prescindendo dalla inidoneità della, formulazione, ostandovi l’evidente prospettiva della novella, introdotta dal Legislatore al fine di ridurre l’area del sindacato di legittimità sui “fatti”, escludendo in radice la deducibilità di vizi della logica argomentazione (illogicità o contraddittorietà), che non si traducano nella totale incomprensibilità dell’argomentare. In buona sostanza, ciò che rileva, in base alla nuova previsione, è solo l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti, cioè la pretermissione di quei dati materiali, acquisiti e dibattuti nel processo, aventi portata idonea a determinare direttamente un diverso esito del giudizio.

1.2.= Ora, nel caso in esame, la Corte distrettuale non ha omesso di esaminare e valutare tutte le emergenze istruttorie e non ha tralasciato, neppure le circostanze cui si riferisce la stessa ricorrente e con ragionamento logico, plausibile e, comunque, coerente con i dati processuali ha ritenuto che la ricorrente cui incombeva l’onere ex art. 2697 c.c. della prova dei fatti costitutivi della propria pretesa non ha dimostrato di aver messo in relazione le due parti (la venditrice e la Ma.) così come vuole la normativa di cui all’art. 1754 c.c., nè che l’immobile acquistato dalla Ma. fosse esattamente quello visionato nel cantiere per il tramite del mediatore, in buona sostanza e in definitiva, la ricorrente non ha dimostrato di avere svolto l’attività di mediazione per cui chiedeva il compenso. Come ha avuto modo di chiarire, la Corte distrettuale: “in effetti non risulta (e neppure è stato compiutamente dedotto dall’attrice) che essa avesse posto le potenziali parti in relazione, come impone la chiara dizione dell’art. 1754 c.c.: l’attrice non acquisì alcuna proposta di acquisto proveniente dalla Ma., nè la trasmise alla venditrice, nè ne sollecitò l’accettazione, nè provvide a comunicare alla Ma. detta accettazione della mai acquisita e formulata proposta di acquisto nè infine, pose in contatto la Ma. con la venditrice.

1.3.= Tale conclusione, per altro, non sembra possa essere travolta dalle generiche affermazioni della ricorrente secondo cui la prova che la società Immobiliare avrebbe messo in contatto la società venditrice e la Ma. sarebbe data da un rapporto di visita, da un fax inviato alla società nonchè da quanto dichiarato dalla sig.ra Me. (impiegata dall’Agenzia Immobiliare M.), dato che, pur tralasciando di considerare che non vengono riportati i relativi contenuti (del fax, del rapporto di visita, della dichiarazione testimoniale), la sentenza impugnata ha escluso alla radice che l’Agenzia Immobiliare avesse dato la prova di aver messo le parti in relazioni tra di loro, e, a contrario, che la Ma. aveva, analiticamente, narrato, offrendo, ad abundantiam, dimostrazione di avere appreso dal carpentiere e, non certo dall’agenzia immobiliare, l’identità della venditrice, il nominativo del legale rappresentante e il numero di cellulare mediante il quale sarebbe stato possibile mettersi in relazione (come in concreto avvenne) col medesimo.

1.3.= A fronte delle chiare considerazioni della Corte distrettuale ed a fronte delle emergenze processuali, idonee e sufficienti a giustificare le conclusioni rassegnate con la sentenza impugnata, la ricorrente contrappone proprie valutazioni ma della maggiore o minore attendibilità di queste rispetto a quelle compiute dal giudice del merito non è certo consentito discutere in questa sede di legittimità, nè può il ricorrente pretendere il riesame del merito sol perchè la valutazione delle accertate circostanze di fatto, come operata dal giudice di secondo grado, non collima con le proprie aspettative e convinzioni, alla luce del nuovo art. 360 c.p.c., n. 5.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c., condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo.

Il Collegio dà atto che ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater sussistono i presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 3.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali ed accessori come per legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta civile- 2 della Corte di Cassazione, il 14 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2016

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