Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22788 del 20/10/2020

Cassazione civile sez. lav., 20/10/2020, (ud. 13/02/2020, dep. 20/10/2020), n.22788

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 57/2015 proposto da:

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, in

persona del Ministro pro tempore, MINISTERO ISTRUZIONE, UNIVERSITA’

E RICERCA – UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE PER L’ABRUZZO, AMBITO

TERRITORIALE PER LA PROVINCIA DI L’AQUILA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, rappresentati e difesi dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, presso cui Uffici domiciliano ex lege in ROMA,

alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– ricorrenti –

contro

D.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AMITERNO 3,

presso lo studio dell’avvocato STEFANO NOTARMUZI, rappresentato e

difeso dall’avvocato FEDERICO CINQUE;

– controricorrente –

avverso la sentenza definitiva n. 611/2013 del TRIBUNALE di L’AQUILA,

depositata il 18/12/2013 R.G.N. 645/2011;

avverso ordinanza definitiva n. 33/2014 CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 21/10/2014 R.G.N. 547/2014.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con la sentenza impugnata il Tribunale di L’Aquila definitivamente pronunciando in sede di prosecuzione del giudizio – dopo che il medesimo Tribunale con pronuncia non definitiva aveva respinto la domanda proposta da D.P., dipendente del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ed appartenente al personale ATA assunto con ripetuti contratti annuali a tempo determinato, intesa ad ottenere la declaratoria di illegittimità dell’apposizione dei termini e la conversione del rapporto accoglieva l’ulteriore domanda del D. e riconosceva il suo diritto alla progressione stipendiale in relazione al servizio prestato in forza di tali contratti;

2. la Corte d’appello di L’Aquila, con ordinanza ex art. 348 bis c.p.c., dichiarava inammissibile l’appello proposto dal Ministero avverso tale sentenza definitiva ritenendo che l’impugnazione non avesse una ragionevole probabilità di accoglimento;

3. il Tribunale fondava la statuizione in merito al computo dell’anzianità di servizio sul principio di non discriminazione sancito dalla clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato, trasfuso nella Direttiva 99/70/CE del 28 giugno 1999, che impone la disapplicazione del diritto interno;

riteneva, per il resto, la non applicabilità del disposto di cui alla L. n. 312 del 1980, art. 53, inteso come atto a riconoscere gli scatti biennali in favore del personale non di ruolo, considerando tale norma dettata per i soli insegnanti di religione non di ruolo (richiamando la sentenza della Corte Cost. n. 146/2013 che aveva fugato ogni dubbio di legittimità costituzionale della stessa ritenendo giustificato il diverso trattamento degli insegnanti di religione rispetto agli altri docenti non di ruolo);

4. per la cassazione della sentenza definitiva di primo grado ha proposto ricorso ex art. 348 ter c.p.c., il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sulla base di unico articolato motivo;

5. D.P. ha resistito con controricorso;

6. non sono state depositate memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con l’unico articolato motivo il MIUR denuncia violazione e falsa applicazione della direttiva del Consiglio 99/70/CE e dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato ivi allegato, del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 526,D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, artt. 6 e 10, D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 9, comma 18, come convertito con modif. dalla L. 12 luglio 2011, n. 106, art. 1, comma 2, L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4, art. 36 Cost., D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 36, D.Lgs. n. 297 del 194, art. 489, artt. 79 e 106 del c.c.n.l. comparto scuola del 29 novembre 2007 nonchè, per quanto possa occorrere, degli artt. 24 e 25 c.c.n.l. 2002-2005 che richiamano i c.c.n.l. precedenti e dell’art. 26 del c.c.n.l. 2006-2009 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3);

censura l’affermata violazione del principio di non discriminazione assumendo che: – i rapporti di lavoro a tempo determinato del settore scolastico sono assoggettati ad una normativa speciale di settore, sicchè agli stessi non si applica la disciplina generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001; – il principio di non discriminazione è correlato all’abuso del contratto a termine, che nella specie deve essere escluso in quanto il ricorso alla supplenza e alla stipula di contratti a termine del personale scolastico trova giustificazione in ragioni oggettive e non è maliziosamente finalizzato a consentire al datore di lavoro un risparmio di spesa; – non è ravvisabile l’insussistenza di ragioni oggettive atte a giustificare il diverso trattamento economico, poichè il ricorso a supplenze non deriva da una scelta discrezionale dell’amministrazione ma da esigenze obiettive di gestione del rapporto di lavoro nel particolare settore;

2. il motivo non è fondato, osservandosi, in conformità con Cass. n. 22558/2016; Cass. n. 27387/2016; Cass. n. 165/2017; Cass. n. 290/2017, (alle cui motivazioni ci si riporta integralmente in quanto del tutto condivise), che il Ministero ricorrente sovrappone e confonde il principio di non discriminazione, previsto dalla clausola 4 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (concluso il 18 marzo 1999 fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale – CES, CEEP e UNICE – e recepito dalla Direttiva 99/70/CE), con il divieto di abusare della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo, laddove i due piani debbono, invece, essere tenuti distinti, essendo il primo principio teso a “migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato garantendo il rispetto del principio di non discriminazione” e il divieto volto a “creare un quadro normativo per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato”;

3.1. l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste, quindi, a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto, giacchè detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che costituiscono “norme di diritto sociale dell’Unione di particolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutela” (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa C- 177/14, Regojo Dans, punto 32);

3.2. la clausola 4 dell’Accordo quadro è stata più volte oggetto di esame da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha affrontato tutte le questioni rilevanti nel presente giudizio rilevandone il carattere incondizionato idoneo alla disapplicazione di qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte di Giustizia 15.4.2008, causa C-268/06, Impact; 13.9.2007, causa C-307/05, Del Cerro Alonso; 8.9.2011, causa C-177/10 Rosado Santana) ed affermando la esclusione di ogni interpretazione restrittiva, non potendo la riserva in materia di retribuzioni contenuta nell’art. 137 n. 5 del Trattato (oggi 153 n. 5), “impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorchè proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (Del Cerro Alonso, cit., punto 42);

3.4. la CGUE ha evidenziato che le maggiorazioni retributive che derivano dalla anzianità di servivo del lavoratore costituiscono condizioni di impiego ai sensi della clausola 4, con la conseguenza che le stesse possono essere legittimamente negate agli assunti a tempo determinato solo in presenza di una giustificazione oggettiva (Corte di Giustizia 9.7.2015, in causa C177/14, Regojo Dans, punto 44, e giurisprudenza ivi richiamata) e che a tal fine non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista da una norma generale ed astratta, di legge o di contratto, nè rilevando la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione fra impiego di ruolo e non di ruolo, perchè la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguano le modalità di lavoro e che attengano alla natura ed alle caratteristiche delle mansioni espletate (Regojo Dans, cit., punto 55 e con riferimento ai rapporti non di ruolo degli enti pubblici italiani Corte di Giustizia 18.10.2012, cause C302/11 e C305/11, Valenza; 7.3.2013, causa C393/11, Bertazzi);

3.5. l’interpretazione delle norme Eurounitarie è riservata alla Corte di Giustizia, le cui pronunce hanno carattere vincolante per il giudice nazionale – che può e deve applicarle anche ai rapporti giuridici sorti e costituiti prima della sentenza interpretativa – e valore di ulteriore fonte del diritto della Unione Europea, non nel senso che esse creino ex novo norme comunitarie, bensì in quanto ne indicano il significato ed limiti di applicazione, con efficacia erga omnes nell’ambito dell’Unione (si veda in tal senso Cass. 8 febbraio 2016, n. 2468);

3.6. correttamente, pertanto, la sentenza impugnata ha richiamato le statuizioni della Corte di Lussemburgo per escludere la conformità al diritto Eurounitario delle clausole dei contratti collettivi nazionali per il comparo scuola, succedutisi nel tempo, in forza delle quali per il personale docente ed educativo non di ruolo era escluso il riconoscimento della anzianità di servizio, previsto per gli assunti a tempo indeterminato in base ad un sistema di progressione stipendiale secondo fasce di anzianità;

3.7. anche in questa sede il Ministero, pur affermando l’esistenza di condizioni oggettive a suo dire idonee a giustificare la diversità di trattamento, ha fatto leva su circostanze che prescindono dalle caratteristiche intrinseche delle mansioni e delle funzioni esercitate, le quali sole potrebbero legittimare la disparità, insistendo, infatti, sulla natura non di ruolo del rapporto di impiego e sulla novità di ogni singolo contratto rispetto al precedente, ossia su ragioni oggettive che legittimano il ricorso al contratto a tempo determinato e che rilevano ai sensi della clausola 5 dell’Accordo Quadro, da non confondere, per quanto sopra si è già detto, con le ragioni richiamate nella clausola 4, che attengono, invece, alle condizioni di lavoro che contraddistinguono i due tipi di rapporto in comparazione, in ordine alle quali nulla ha dedotto il ricorrente;

4. il ricorso va, pertanto, rigettato;

5. la regolamentazione delle spese segue la soccombenza;

6. non può trovare applicazione nei confronti dell’Amministrazione dello Stato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, atteso che la stessa, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, è esentata dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. 29 gennaio 2016, n. 1778).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il Ministero ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2020

 

 

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