Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2278 del 30/01/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. L Num. 2278 Anno 2018
Presidente: MAMMONE GIOVANNI
Relatore: BERRINO UMBERTO

Va/

SENTENZA

sul ricorso 16873-2012 proposto da:
DE MELIS FRANCO C.F. DMLENC58TO1H163B, in proprio e
nella qualità di ammnistratore della ART EDIL DI DE
MELIS & PAPA S.N.C. in liquidazione, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIALE GORIZIA 14 presso lo
STUDIO LEGALE ASSOCIATO SINAGRA-SABATINI-SANCI,
2017
3781

rappresentato

e

difeso

dall’avvocato

FIORELLA

DRAGANI, giusta delega in atti;
– ricorrente contro

I.N.A.I.L – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE

Data pubblicazione: 30/01/2018

CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO C.F. 01165400589, in
persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE
144, presso lo studio dell’avvocato ANDREA ROSSI, che
lo rappresenta e difende, giusta delega in calce alla

– resistente con mandato e sul ricorso successivo senza N.R.G.

PAPA PAOLO,

in proprio

e

nella

qualità

di

ammnistratore della ART EDIL DI DE MELIS & PAPA
S.N.C. in liquidazione, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIALE GORIZIA 14 presso lo STUDIO LEGALE
ASSOCIATO SINAGRA-SABATINI-SANCI, rappresentato e
difeso dall’avvocato FIORELLA DRAGANI, giusta delega
in atti;
– ricorrente successivo contro

I.N.A.I.L – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE
CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO C.F. 01165400589, in
persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE
144, presso lo studio dell’avvocato ANDREA ROSSI, che
lo rappresenta e difende, giusta delega in calce alla
copia notificata del ricorso;
– controricorrente al ricorso successivo –

avverso la sentenza n. 980/2011 della CORTE D’APPELLO

copia notificata del ricorso;

di

L’AQUILA,

depositata

il

14/12/2011

R.G.N.

1045/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 03/10/2017 dal Consigliere Dott. UMBERTO
BERRINO;

Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO che ha concluso
per inammissibilità e in subordine rigetto del
ricorso;
udito l’Avvocato LORENZO MINISCI per delega verbale
Avvocato FIORELLA DRAGANI;
udito l’Avvocato LETIZIA CRIPPA per delega verbale
Avvocato ANDREA ROSSI.

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore

Fatti di causa
L’INAIL ricorse al giudice del lavoro del Tribunale di Pescara per chiedere la
condanna della snc Art Edil di De Melis & Papa, in persona dei soci
amministratori Franco Melis e Paolo Papa, in solido fra loro, al rimborso di
quanto erogato in dipendenza di un gravissimo infortunio sul lavoro occorso a

violazione di norme poste a tutela della sicurezza sul lavoro.
Rigettata la domanda e proposta impugnazione da parte dell’Inail, la Corte
d’appello de L’Aquila (sentenza del 14.12.2011), ha accolto il gravame ed in
riforma della sentenza di primo grado ha condannato la società in solido coi
soci, questi ultimi anche in proprio, a pagare all’Inali la somma di C
726.136,09, dopo aver accertato che l’incidente si era verificato per colpa degli
appellati, i quali non si erano premurati di fissare l’argano in modo da evitare
quanto poi accaduto.
Per la cassazione della sentenza ricorrono Franco Melis e Paolo Papa con
quattro motivi.
Per l’Inail vi è delega, in calce al ricorso notificato, del legale rappresentante al
difensore dell’istituto.
Ragioni della decisione
1. Col primo motivo, dedotto per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 435
c.p.c., i ricorrenti assumono che nella memoria di costituzione in appello
avevano eccepito preliminarmente il superamento, da parte della difesa
dell’Inail, del termine di dieci giorni di cui all’art. 435 c.p.c. per la notificazione
dell’atto di impugnazione della sentenza di primo grado e a distanza di
numerosi mesi dall’emissione del decreto di fissazione dell’udienza, datato 3
agosto 2010, per cui, stante la perentorietà dello stesso termine, la Corte di
merito avrebbe dovuto dichiarare l’improcedibilità dell’appello.
2. Il motivo è infondato, non essendo quello di cui al secondo comma dell’art.
435 c.p.c. un termine perentorio ed essendo, invece, sufficiente solo il rispetto
dello spatium deliberandi previsto dal terzo comma dell’art. 435 c.p.c. tra la
notifica dell’atto di impugnazione all’appellato e la prima udienza di
discussione, necessario a quest’ultimo per potersi difendere adeguatamente.
Si è, infatti, statuito (Cass. Sez. Lav. n. 8685 del 31.5.2012) che “nel rito del

Marino Piccirilli, dipendente della società con qualifica di operaio, causato dalla

lavoro, il termine di dieci giorni assegnato all’appellante dall’art. 435, comma
secondo, cod. proc. civ., per la notificazione del ricorso e del decreto di
fissazione dell’udienza non è perentorio e la sua inosservanza non comporta,
perciò, alcuna decadenza, sempre che, come precisato dalla Corte cost., ord.
n. 60 del 2010, resti garantito all’appellato uno “spatium deliberandi” non

approntare le sue difese, e purché non vi sia incidenza alcuna del
comportamento della parte, in mancanza di differimento dell’udienza, sulla
ragionevole durata del processo.”
Al riguardo si è ribadito (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 23426 del 16.10.2013)
che “nel rito del lavoro, la violazione del termine di dieci giorni entro il quale
l’appellante, ai sensi dell’art. 435, secondo comma, cod. proc. civ., deve
notificare all’appellato il ricorso, tempestivamente depositato in cancelleria nel
termine previsto per l’impugnazione unitamente al decreto di fissazione
dell’udienza di discussione, non produce alcuna conseguenza pregiudizievole
per la parte, perché non incide su alcun interesse di ordine pubblico
processuale o su di un interesse dell’appellato, sempre che sia rispettato il
termine che, in forza del medesimo art. 435, terzo e quarto comma, cod. proc.
civ., deve intercorrere tra il giorno della notifica e quello dell’udienza di
discussione.”
3. Col secondo motivo, dedotto per violazione e/o falsa applicazione degli artt.
442, 414 e 434 c.p.c., i ricorrenti imputano all’Inail di non aver saputo
individuare, ai fini del valido esperimento dell’azione di regresso nei confronti
dei soggetti ritenuti responsabili dell’infortunio occorso al dipendente Marino
Piccirilli, le norme di sicurezza antinfortunistica che sarebbero state dai
medesimi violate, né i profili di colpa della parte datoriale rispetto
all’accadimento di tale infortunio, non potendo configurarsi un’ipotesi di
responsabilità oggettiva, per cui il giudice di seconde cure avrebbe dovuto
dichiarare l’appello inammissibile in considerazione della genericità della
domanda.
4. Col terzo motivo, formulato per violazione e/o falsa applicazione dell’art.
445 c.p.c., i ricorrenti contestano la valenza data dalla Corte di merito, ai fini
della decisione, alla sentenza di patteggiamento intervenuta in sede penale a

2

inferiore a quello legale prima dell’udienza di discussione affinché questi possa

loro carico, senza aver valutato, come aveva invece fatto il primo giudice,
anche tutti gli altri elementi di prova facenti parte del compendio istruttorio.
5. Col quarto motivo, formulato per vizio di motivazione ex art. 360 n. 5
c.p.c., i ricorrenti lamentano il fatto che la Corte d’appello ha mostrato di
riconoscere piena attendibilità alle dichiarazioni testimoniali in ordine alla

trattasi che, viceversa, il primo giudice aveva disatteso, senza che lo stesso
collegio abbia saputo fornire una motivazione logica e priva di contraddizioni a
sostegno della propria decisione di privilegiare l’esito del suddetto mezzo
istruttorio.
6. Il secondo, il terzo ed il quarto motivo, che per ragioni di connessione
possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati.
Invero, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, la Corte territoriale
ha mostrato di aver saputo ricavare dall’istruttoria, adeguatamente scrutinata
nel suo complesso attraverso il richiamo alle singole testimonianze, agli atti di
causa ed alla sentenza penale di patteggiamento, il convincimento, immune da
rilievi di legittimità, della colpevolezza della parte datoriale nella causazione
dell’evento, colpevolezza consistita sostanzialmente nell’avere i ricorrenti
trascurato l’adeguato fissaggio dell’argano elettrico, la cui caduta, in
conseguenza dell’improvviso cedimento del palo meccanico che fungeva da
puntello, causò l’infortunio che provocò lesioni gravissime al Piccirilli, il cui
indennizzo è stato poi oggetto di rivalsa da parte dell’Inail nei loro confronti in
qualità di responsabili della verificazione dell’incidente sul lavoro.
7. Né ha pregio l’assunto difensivo secondo cui l’Inail non avrebbe specificato
le norme di sicurezza in materia antinfortunistica che sarebbero state violate
nella fattispecie, in quanto, una volta che la parte ha esattamente indicato gli
elementi di fatto della vicenda infortunistica oggetto di causa, spetta al giudice
accertare la violazione o meno delle norme in materia di sicurezza sul lavoro
che possono radicare o meno la responsabilità della parte datoriale,
accertamento, questo, che la Corte di merito ha compiuto prima di pervenire
al convincimento della colpevolezza degli appellati in ordine all’infortunio
occorso al dipendente Piccirilli. Né è condivisibile la censura riflettente
l’utilizzazione degli esiti della sentenza penale di patteggiamento, atteso che la

dinamica ed alle cause della verificazione dell’infortunio sul lavoro di cui

Corte territoriale ha dato atto del fatto che una tale sentenza costituiva
semplicemente un elemento di cui bisognava, comunque, tener conto, tanto
che ha poi mostrato di aver vagliato attentamente tutti gli altri aspetti
dell’istruttoria nel suo complesso.
8. Né va dimenticato che il difetto di motivazione, nel senso di sua

motivo previsto dall’art. 360, comma primo, n. 5, cod. proc. civ., è
configurabile soltanto quando dall’esame del ragionamento svolto dal giudice
del merito e quale risulta dalla sentenza stessa impugnata emerga la totale
obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione
ovvero quando è evincibile l’obiettiva deficienza, nel complesso della sentenza
medesima, del procedimento logico che ha indotto il predetto giudice, sulla
scorta degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già, invece,
quando vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte
ricorrente sul valore e sul significato attribuiti dal giudice di merito agli
elementi delibati, poiché, in quest’ultimo caso, il motivo di ricorso si
risolverebbe in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei
convincimenti dello stesso giudice di merito che tenderebbe all’ottenimento di
una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità
del giudizio di cassazione (v. fra tante Cass. sez. lav. n. 2272 del 2/2/2007).
Inoltre, in tema di giudizio di cassazione, la deduzione di un vizio di
motivazione della sentenza impugnata conferisce al giudice di legittimità non il
potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al
suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza
giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal
giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le
fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di
controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive
risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la
veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o
all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla
legge). (v. al riguardo Cass. Sez. 3 n. 9368 del 21/4/2006 e Cass. sez. lav. n.
15355 del 9/8/04)

4

insufficienza, legittimante la prospettazione con il ricorso per cassazione del

Orbene, nel caso di specie, la Corte d’appello de L’Aquila ha fornito una
motivazione congrua ed immune da vizi di ordine logico-giuridico del proprio
convincimento sulla colpevolezza degli appellati in merito alla verificazione
dell’incidente che provocò lesioni gravissime al Piccirilli, travolto dalla caduta
dell’argano non adeguatamente fissato: invero, la stessa Corte ha fatto

prova testimoniale ed agli elementi del procedimento penale conclusosi con la
sentenza di patteggiamento, rilevando, altresì, l’insussistenza di fattori esterni
atti ad escludere il nesso di causalità tra la condotta omissiva dei medesimi
appellati e l’evento infortunistico occorso al loro dipendente.
9. In definitiva, il ricorso va rigettato.
Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza dei ricorrenti e vanno
liquidate come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna ognuno dei due ricorrenti al pagamento
delle spese nella misura di € 2200,00, di cui € 2000,00 per compensi
professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.
Così deciso in Roma il 3 ottobre 2017

riferimento agli esiti istruttori del giudizio di primo grado, alle risultanze della

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA