Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22772 del 20/10/2020

Cassazione civile sez. I, 20/10/2020, (ud. 28/09/2020, dep. 20/10/2020), n.22772

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 9867/2019 r.g. proposto da:

K.A., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Iacopo

Casini Ropa, con cui elettivamente domicilia in Jesi, Corso

Matteotti n. 21, presso lo studio del predetto avvocato;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Ancona, depositata in

data 21.12.2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/9/2020 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Ancona ha rigettato l’appello proposto da K.A., cittadino del (OMISSIS), nei confronti del Ministero dell’Interno, avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di Ancona, con la quale erano state respinte le domande di protezione internazionale ed umanitaria avanzate dal richiedente.

La Corte di merito ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato in (OMISSIS); ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese di origine, perchè timoroso delle ritorsioni degli usurai in seguito alla contrazione di un debito nei confronti di quest’ultimi.

La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, per la mancata allegazione di atti concretamente persecutori in danno del richiedente che, peraltro, neanche aveva dimostrato di aver richiesto inutilmente la protezione statuale, a fronte del denunciato pericolo derivante dalle violenze degli usurai ed anche perchè il racconto della vicenda non era complessivamente attendibile; b) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, perchè il ricorrente non aveva dimostrato un saldo radicamento nel contesto sociale italiano e perchè non era stata allegata dal richiedente una condizione di soggettiva vulnerabilità.

2. La sentenza, pubblicata il 21.12.2018, è stata impugnata da K.A. con ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1 Convenzione di Ginevra, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e segg. e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, nonchè vizio di travisamento dei fatti e di insufficiente e contraddittoria motivazione.

2. Il secondo mezzo denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, nonchè vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di omesso esame di un fatto decisivo.

3. Con il terzo motivo il ricorrente articola vizio di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, nonchè vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di omesso esame di fatto decisivo.

4. Il quarto motivo denuncia violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, nonchè vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione e ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto decisivo.

5. Il ricorso è inammissibile.

5.1 Già il primo motivo è inammissibile.

5.1.1 La prima parte delle censure contenute nel motivo in esame si compone di generiche osservazioni implicanti valutazione di merito, in ordine alla ricorrenza dei presupposti applicativi dell’invocata protezione internazionale e sussidiaria, senza però intercettare la ratio decidendi posta a sostegno del diniego della richiesta protezione, e cioè la mancanza di atti concretamente persecutori in danno del richiedente e comunque la mancanza di credibilità del racconto.

5.1.2 Per il resto la censura invoca, a sostegno dell’impugnazione, solo valutazioni generiche sull’istituto della cooperazione istruttoria, senza in alcun modo enucleare eventuali preposizioni contenute nella motivazione impugnata che si pongano in contrasto con le norme di cui si allega la violazione.

5.2 Anche il secondo motivo è formulato in modo inammissibile, quanto alla doglianza relativa al diniego della richiesta di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c.

5.2.1 Con il motivo in esame il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione da parte del giudice di merito del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, sostenendo (peraltro, in modo generico) che la sentenza impugnata aveva esaminato la domanda di protezione sussidiaria formulata ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. (c), senza avvalersi dei propri poteri officiosi per accertare la sussistenza nel Paese di origine del richiedente d’una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, e comunque senza indicare da quali fonti avesse tratto le informazioni poste a fondamento della propria decisione.

5.2.2 Il motivo è inammissibile perchè, nei termini in cui è formulato, non consente a questa Corte di stabilirne l’astratta rilevanza e, di conseguenza, di valutare se sussista l’interesse a proporlo, ai sensi dell’art. 100 c.p.c..

Il ricorrente, infatti, nell’illustrazione del motivo si limita a dedurre che il Giudice di merito non ha indicato da quali fonti di informazione (c.d. COI Country of Origin Informations) ha tratto le proprie conclusioni, ma non indica mai, nemmeno genericamente, a quali diverse conclusioni quel Giudice sarebbe dovuto pervenire, se avesse esaminato fonti attendibili ed aggiornate; nè indica quale sarebbero potute essere le fonti “attendibili ed aggiornate”, dimostrative della sussistenza di una situazione di violenza indiscriminata nella regione di sua provenienza; nè, infine, ne riassume o trascrive il contenuto.

Tale omissione impedisce di apprezzare l’astratta rilevanza dell’error in iudicando denunciato dal ricorrente.

5.2.3 Infatti, se è vero che la mancata indicazione nella sentenza di merito delle COI utilizzate dal giudicante ai fini del decidere impedisce di stabilire se questi abbia rispettato il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, è altresì vero che questa, come qualsiasi altra violazione di legge, in tanto può condurre alla cassazione della sentenza impugnata, in quanto possa ragionevolmente presumersi che l’esito del giudizio sarebbe stato diverso, se il giudice avesse applicato correttamente la legge.

Pertanto chi intenda denunciare, in sede di legittimità, la violazione da parte del giudice di merito dell’obbligo di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per consentire a questa Corte di valutare la decisività della censura ha sempre l’onere di allegare che esistono COI aggiornate ed attendibili dimostrative dell’esistenza, nella regione di sua provenienza, di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato; di indicarle; di riassumerne o trascriverne il contenuto, nei limiti strettamente necessari al fine di evidenziare che, se il giudice di merito ne avesse tenuto conto, l’esito della lite sarebbe stato diverso.

5.2.4 In mancanza di questa allegazione il motivo va dichiarato inammissibile per difetto di rilevanza (rectius, per difettosa esposizione del requisito della decisività), dal momento che sarebbe impossibile stabilire se, in caso di regressione del processo alla fase di merito, esista l’astratta possibilità di un differente esito del giudizio.

Occorre pertanto affermare il principio secondo cui, in tema di protezione internazionale, il ricorrente che intenda denunciare in sede di legittimità la violazione, da parte del giudice di merito, del dovere di c.d. cooperazione istruttoria da parte del giudice di merito non può limitarsi a dedurre l’astratta violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ma ha l’onere di allegare l’esistenza e di indicare gli estremi delle COI che, secondo la sua prospettazione, ove fossero state esaminate avrebbe dovuto teoricamente condurre ad un diverso esito del giudizio. La mancanza di tale allegazione impedisce alla Corte di valutare la teorica rilevanza e decisività della censura, rendendola inammissibile.

5.2.5 Le censure mosse dal ricorrente, sul punto, qui da ultimo in esame, si compongono solo di generici riferimenti alle condizioni interne dello stato asiatico, senza alcun puntuale riferimento al concetto di conflitto armato generalizzato, richiesto dalla norma di cui all’art. 14, lett. c, per evidenziare il “danno grave”, solo in presenza del quale è possibile riconoscere l’invocata protezione sussidiaria.

5.2.6 Sul punto, non è inutile ricordare che, alla stregua delle indicazioni ermeneutiche impartite da questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014; C-542/13, par. 36; C285/12; C-465/07), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 13858 del 31/05/2018).

5.2.7 Senza contare che il ricorrente non ha neanche allegato ove nei motivi di gravame avesse già censurato il profilo dell’inattendibilità delle fonti di informazione consultate dai giudici del merito ovvero la loro mancata allegazione, al fine delle valutazioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. c, così rendendo la doglianza generica e non autosufficiente, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

5.3 Il terzo e quarto motivo – declinati in riferimento al diniego della invocata protezione umanitaria – sono anch’essi inammissibile, in quanto generici e rivolti ad una rivalutazione del merito della decisione impugnata e perchè comunque non colgono la ratio decidendi della motivazione impugnata che nega la richiesta protezione umanitaria in ragione della mancata allegazione da parte del ricorrente di serie condizioni di vulnerabilità soggettiva.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2020

 

 

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