Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2277 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 26/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 26/01/2022), n.2277

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Tria Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5479-2020 proposto da:

O.C., O.G.A., domiciliati in ROMA PIAZZA

CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato PAOLO COGNINI;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per 2021 il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di 3777 Ancona, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1102/2019 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 02/07/2019 R.G.N. 1490/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte di appello di Ancona, con la sentenza n. 1102 del 2019, ha confermato l’ordinanza con cui il Tribunale della stessa sede aveva respinto la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione internazionale ed umanitaria, proposte dai ricorrenti in epigrafe indicati, cittadini della Nigeria.

2. I richiedenti avevano dichiarato quanto segue: si erano conosciuti nel 2010 nel loro paese di origine, la Nigeria, e avevano iniziato una relazione sentimentale fra loro nonostante la diversità di credo religioso (lui cattolico, lei musulmana) per la quale erano stati fin da subito osteggiati dalle rispettive famiglie; dopo che la donna era rimasta incinta, il suo compagno l’aveva chiesta in sposa alla sua famiglia che, anziché concedere l’assenso, lo aveva aggredito; nonostante ciò, i due giovani avevano deciso di unirsi in matrimonio ma per tale fatto erano stati emarginati dalla loro comunità per cui avevano deciso, per sottrarsi alle pressioni familiari e alla condizione di isolamento in cui erano costretti a vivere, di trasferirsi presso l’abitazione di una loro amica e, successivamente, nel 2014, di raggiungere la Libia dove, a causa degli stenti, subiti nel corso del viaggio, avevano perso il loro figlio ancora in tenera età; quindi, nel 2016, avevano deciso di lasciare la Libia ed avevano raggiunto l’Italia dove erano arrivati il (OMISSIS) e dove avevano presentato domanda di protezione internazionale il successivo (OMISSIS); nelle more della definizione della loro richiesta, era nata la piccola M..

3. A fondamento della decisione i giudici di seconde cure hanno, confermando in sostanza l’assunto del primo giudice, ritenuto che la protezione umanitaria non potesse essere concessa con riferimento alla piccola M. perché le esigenze del minore sono tutelate nel nostro ordinamento attraverso l’istituto disciplinato dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31; analogamente hanno escluso una situazione di vulnerabilità dei richiedenti in relazione alla situazione in cui versava il Paese di loro provenienza ed hanno evidenziato che il requisito del radicamento nel territorio nazionale non potesse essere misurato unicamente sulla base dell’attività lavorativa, non essendo stati indicati ulteriori elementi di valutazione comparativa con la condizione oggettiva del Paese di origine.

4. I richiedenti hanno proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito ai soli fini della partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la mancanza di motivazione/motivazione apparente; la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c.; la nullità della sentenza per violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 9, comma 2; la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, dell’art. 429c.p.c., comma 1, e dell’art. 118 disp. att., commi 1 e 2,; la nullità della sentenza per violazione dell’art. 111 Cost., comma 6.

3. Con il secondo motivo si censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’accertamento del diritto alla protezione umanitaria; la violazione di legge e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 31, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, art. 8, art. 9, comma 2, art. 13, comma 1-bis, e art. 27, comma 1-bis; la violazione dei parametri valutativi ed interpretativi; la violazione dell’obbligo di congruità dell’esame e di cooperazione istruttoria; la violazione dell’obbligo di congruità della motivazione; l’erronea interpretazione delle disposizioni di legge; la violazione di legge in riferimento all’art. 8 CEDU.

4. Con il terzo motivo si obietta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti: i legami instaurati dai richiedenti in Italia.

5. Si sostiene, a fondamento degli stessi, l’inconferenza del compendio motivazionale in relazione all’oggetto dell’accertamento demandato al giudice di appello che riguardava il radicamento sociale dei richiedenti ed i loro legami familiari costituiti nel Paese ospitante ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

6. I motivi, da trattare congiuntamente per la loro interferenza, sono fondati.

7. La motivazione sulla richiesta di protezione umanitaria, che la Corte di merito avrebbe dovuto articolare alla stregua dei criteri stabiliti dalla sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte n. 24413 del 2021 (valutazione comparativa tra la situazione soggettiva e oggettiva dei richiedenti con riferimento al paese di origine e la situazione d’integrazione raggiunta in Italia, attribuendo alla condizione dei richiedenti nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia) nonché degli altri principi riguardanti la vicenda concreta, effettivamente manca.

8. Le argomentazioni dei giudici di merito risultano, infatti, incentrate principalmente sulle esigenze della minore M., nata in Italia nelle more

della tg richiesta di protezione, che hanno reputato tutelabili con altro istituto giuridico (D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31), senza, però, che fosse considerata anche la condizione di vulnerabilità dei richiedenti in caso di rientro nel Paese di origine ove la loro relazione non era accettata dai familiari.

9. Non è stato valutato, infatti, il rischio di danno grave per la vita e la incolumità personale dei richiedenti proveniente dai loro stessi familiari e motivata dal fine di persecuzione per motivi religiosi, rilevante anche ai fini del riconoscimento della tutela D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. b), (Cass. n. 4933 del 2021).

10. Inoltre, non è stato considerato che, in tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, integra una condizione di vulnerabilità soggettiva del richiedente l’esistenza di una fortissima limitazione della libertà individuale in ragione del censo e della casta che determini una inammissibile compressione del diritto fondamentale di scegliersi il proprio compagno di vita e di formarsi una famiglia, soprattutto quando chi viola tali regole è oggetto di discriminazione e riprovazione (Cass. n. 20642 del 2020): tale principio e’, naturalmente, applicabile anche qualora la scelta del compagno sia impedita da motivi religiosi, come nel caso di specie.

11. Infine, la Corte territoriale non ha valutato l’indizio di vulnerabilità soggettiva costituito dall’allontanamento forzato dai figli di uno o di entrambi i genitori che è un atto destinato ad incidere significativamente sulla psiche e sulle emozioni del soggetto che si vede privato del suo diritto a partecipare al sano ed equilibrato sviluppo della propria vita familiare, segnatamente nell’ottica dell’assistenza, dell’educazione e dell’accudimento dei figli minori, in un contesto in cui, alla luce del principio sovranazionale di cui all’art. 8 CEDU, alla famiglia deve riconoscersi la più ampia protezione ed assistenza (Cass. n. 32237 del 2021).

12. In conclusione, previo accoglimento del ricorso, la sentenza deve essere cassata con rinvio alla Corte di appello di Ancona, in diversa composizione che, attenendosi ai principi sopra esposti, procederà all’ulteriore esame del merito della controversia, provvedendo, altresì, anche in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza e rinvia alla Corte di appello di Ancona, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

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