Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22767 del 20/10/2020

Cassazione civile sez. I, 20/10/2020, (ud. 28/09/2020, dep. 20/10/2020), n.22767

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 7606/2019 r.g. proposto da:

L.E., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentata e difesa, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Marco

Giorgetti, presso il cui studio è elettivamente domiciliata in

Ancona, Corso Mazzini n. 100.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Ancona n. 1473-2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/9/2020 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Ancona ha rigettato l’appello proposto da L.E., cittadina della (OMISSIS), nei confronti del Ministero dell’Interno, avverso l’ordinanza emessa in data 21.6.2017 dal Tribunale di Ancona, con la quale erano state respinte le domande di protezione internazionale ed umanitaria avanzate dalla richiedente.

La Corte di merito ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale della richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultima; ella ha infatti narrato: i) di essere nata e vissuta ad Aromi sino all’età di quindici anni e di essersi, poi, trasferita nell’Edo State, ove si era sposata; ii) di essere di religione cristiana pentecostale e di essere stata costretta a fuggire dal suo paese, perchè minacciata, unitamente al marito, da alcuni seguaci appartenenti ad altro gruppo religioso di cui aveva fatto parte il suocero e nel quale avrebbe dovuto essere affiliato anche il marito, dopo la morte del suocero; iii) di aver lasciato i figli presso l’abitazione della suocera e di non aver avuto più alcun contatto con il marito.

La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto e perchè comunque non emergevano profili rivelatori della esistenza di atti persecutori in danno della ricorrente, che aveva anche dichiarato di essere estranea a fenomeni di “tratta” sessuale; b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito all’Edo State, stato di provenienza della richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, in assenza dell’allegazione e della prova di una situazione di vulnerabilità soggettiva della richiedente.

2. La sentenza n. 1473-2018 è stata impugnata da L.E. con ricorso per cassazione, affidato a sei motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione di legge e vizio di motivazione, in relazione alla valutazione di non credibilità del racconto della richiedente.

2. Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 7 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis, e comunque vizio di motivazione, in riferimento alla violazione del principio della cooperazione istruttoria giudiziale.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione degli artt. 3,5 e 7, nonchè del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis, in riferimento al mancato approfondimento istruttorio da parte dei giudici del merito dell’allegata persecuzione subita da parte di una setta religiosa, quale soggetto non statale autore degli atti di violenza e di persecuzione legittimanti la richiesta di protezione.

4. Il quarto mezzo deduce vizio di violazione e falsa applicazione di legge, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, come modificato dal D.Lgs. n. 142 del 2015, art. 3 bis, nonchè vizio di motivazione sul medesimo punto.

5. Con il quinto motivo la ricorrente articola, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vizio di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c, ed in riferimento al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1 e del D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, comma 1, lett. c-ter.

6. Il sesto ed ultimo mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione del provvedimento impugnato.

7. Il ricorso è inammissibile.

7.1 Già il primo motivo è inammissibile.

La censura si compone solo di generiche osservazioni attinenti al merito sul profilo della valutazione di non credibilità del racconto, valutazione espressa in modo adeguato e scevro da criticità argomentative da parte della corte distrettuale, senza neanche indicare quali sarebbero stati i fatti storici il cui omesso esame avrebbe vulnerato la tenuta complessiva della motivazione impugnata.

Sul punto, non è ultroneo ricordare che – secondo la giurisprudenza di vertice espressa da questa Corte di legittimità (cfr. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014) – l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Ne discende che – in mancanza di una precisa allegazione del vizio denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la censura così formulata non può che essere dichiarata inammissibile.

7.2 Ma anche il secondo motivo di censura incappa nei medesimi profili di inammissibilità già sopra evidenziati in riferimento al primo motivo.

La doglianza si compone, anche in tal caso, solo di generiche osservazioni sul giudizio di non credibilità del racconto svolto dalla ricorrente e sul profilo della mancata cooperazione istruttoria dei giudici del merito, senza enucleare quali siano i fatti, il cui omesso esame avrebbe legittimato la proposizione del vizio di cui al sopra ricordato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e senza indicare quali preposizioni argomentative avrebbero integrato la denunciata genericità della motivazione, che, ora, risulta impugnabile solo nei ristretti limiti previsti dalla norma processuale da ultimo menzionata.

Sul punto, non può essere dimenticato che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. sempre Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014).

7.3 Anche il terzo motivo non supera il vaglio del giudizio di ammissibilità.

La censura si incentra, invero, sulla dedotta violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria da parte dei giudici del merito, sul profilo dell’allegata commissione degli atti di persecuzione da parte di una setta nigeriana, nelle cui fila avrebbe rifiutato di entrare proprio il marito della richiedente.

Ebbene, la censura non coglie tuttavia la ratio decidendi della motivazione impugnata che, in relazione alla decisione di rigetto della richiesta di protezione internazionale e di quella sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a e b, ha fondato tale giudizio negativo sulla rilevata non credibilità del racconto della richiedente, profilo quest’ultimo che non è stato censurato nel presente motivo di impugnazione e che è stato solo genericamente (e inammissibilmente) impugnato nei primi due motivi di ricorso.

Non è dato comprendere, dunque, per quale ragione i giudici di merito avrebbero dovuto far ricorso ai loro poteri istruttori officiosi per acquisire informazioni in ordine ad una vicenda personale della richiedente ritenuta non credibile e dunque non legittimante la richiesta di tutela protettiva sopra ricordata.

7.4 Il quarto motivo è del pari inammissibile.

La censura di compone, al solito, di osservazioni generiche, volte ad una rivalutazione del merito della decisione – come noto non demandabile alla corte di legittimità -, senza, anche in questo caso, cogliere la ratio decidendi della motivazione impugnata che, in riferimento al pericolo della richiedente di essere vittima di “tratta” sessuale, si fonda sul rilievo (neanche contestato nel motivo di censura in esame) che è stata la stessa ricorrente, con le sue dichiarazioni, ad escludere di essere coinvolta nel triste fenomeno della tratta, così evidenziando, in assenza di ulteriori elementi di valutazione (che avrebbero dovuto essere allegati, peraltro, innanzi alla corte territoriale), la radicale inammissibilità della doglianza, così oggi solo genericamente formulata nel ricorso per cassazione.

7.5 Anche il quinto motivo – incentrato, in realtà, sulla dedotta violazione della regola processuale della cooperazione istruttoria giudiziale – non coglie, al solito, la ratio decidendi della motivazione impugnata, risultando irrilevante il profilo del denunciato mancato approfondimento istruttorio, laddove la sentenza impugnata esclude in radice la legittimità dell’invocata protezione internazionale in ragione di una complessiva valutazione di non credibilità del racconto.

Ne consegue la declaratoria di inammissibilità della censura.

7.6 Il sesto motivo non è ammissibile perchè il fatto – del cui omesso esame si duole la ricorrente, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – non è invero decisivo ai fini del giudizio sulla fondatezza della domanda di protezione umanitaria, posto che il giudizio di non credibilità del racconto – non censurato correttamente dalla ricorrente – copre ogni ulteriore valutazione, in merito al pericolo di persecuzione della ricorrente per ragioni di fede in Nigeria.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2020

 

 

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