Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22748 del 28/09/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 28/09/2017, (ud. 20/04/2017, dep.28/09/2017),  n. 22748

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12260/2016 proposto da:

A. DI A.N. & C. S.A.S., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato VALERIA MORALES SOSA;

– ricorrente –

contro

AZIENDA REGIONALE PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE DELLA LOMBARDIA, in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA CICERONE, 44, presso lo studio

dell’avvocato GIOVANNI CORBYONS, rappresentata e difesa

dall’avvocato BRUNO SANTAMARIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 12280/2015 del TRIBUNALE di MILANO, depositata

il 03/11/2015;

letta la proposta formulata dal Consigliere relatore ai sensi degli

artt. 376 e 380-bis c.p.c.;

letti il ricorso, il controricorso e la memoria difensiva;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 20/04/2017 dal Consigliere Dott. Cosimo D’Arrigo.

Fatto

RITENUTO

La motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata.

Il Tribunale di Milano, in funzione di giudice d’appello, ha respinto l’appello proposto dalla A. s.a.s. nei confronti della sentenza con la quale il giudice di pace aveva rigettato l’opposizione proposta avverso il decreto ingiuntivo richiesto ed ottenuto dalla ARPA.

Contro tale decisione la A. s.a.s. ricorre per cinque motivi. L’ARPA resiste con controricorso e successiva memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Il ricorso è manifestamente infondato.

Con il primo motivo si deduce l’incompetenza territoriale degli uffici giudiziari milanesi, in quanto l’ARPA avrebbe sede legale a (OMISSIS). Il motivo è carente del requisito dell’autosufficienza, poichè non è stato allegato o indicato alcun documento da cui risulti la premessa fattuale dell’eccezione d’incompetenza territoriale, ossia in quale luogo si trovi davvero la sede legale della società opposta.

Con il secondo motivo si deduce l’insussistenza della prova documentale occorrente per l’emissione del decreto ingiuntivo. Poichè l’opposizione a decreto ingiuntivo introduce un procedimento ordinario a cognizione piena, nel quale il giudice deve comunque pronunciare sul merito del diritto fatto valere dal creditore con la domanda di ingiunzione (Sez. 2, Sentenza n. 4121 del 22/03/2001, Rv. 545018), è irrilevante la circostanza che l’ingiunzione sia stata emessa in mancanza delle condizioni richieste dagli artt. 633 c.p.c. e segg..

Con il terzo motivo si deduce che sarebbe stata omessa la notifica dell’inizio del procedimento amministrativo e non sarebbero mai state rese dall’ARPA le prestazioni per cui è stato omesso il decreto ingiuntivo. Le censure non rispondono ai requisiti di specificità di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 – essendo stata omessa la produzione degli atti del procedimento amministrativo o l’indicazione del luogo del fascicolo di merito in cui siano rinvenibili – e comunque implicherebbero una rivisitazione degli accertamenti di merito in ordine alla prova delle prestazioni rese dell’ARPA.

Il quarto motivo concerne la domanda riconvenzionale di risarcimento del danno, riproposta anche in grado d’appello e rigettata per difetto di allegazione. Tale ratio decidendi non è contestata. La società ricorrente si limita riproporre in questa sede la medesima versione dei fatti che il tribunale aveva ritenuto non documentata, senza confrontarsi dialetticamente con il rilievo che aveva comportato il rigetto della domanda nei gradi di merito.

Con l’ultimo motivo la ricorrente deduce il difetto di corrispondenza fra chiesto e pronunciato, poichè il Tribunale avrebbe omesso di pronunciarsi in ordine all’insussistenza dei presupposti per porre a suo carico gli oneri economici in questione. Anche questo motivo non è autosufficiente, essendo stata omessa la produzione degli atti processuali del giudizio di merito in cui sarebbe stata formulata la domanda della quale il Tribunale avrebbe omesso l’esame.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo.

Sussistono i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 20 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2017

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