Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22724 del 28/09/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 28/09/2017, (ud. 17/05/2017, dep.28/09/2017),  n. 22724

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12966-2012 proposto da:

POSTE ITALIANE SPA, C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

B.E., OBIETTIVO LAVORO SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 978/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 29/02/2012 R.G.N. 10176/2009.

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza n. 978/2012, la Corte di Appello di Roma, in riforma della pronuncia n. 20189/1008 emessa dal Tribunale della stessa città, ha dichiarato che tra B.E. e Poste Italiane spa, che aveva stipulato con la Obiettivo Lavoro spa un contratto di fornitura di lavoro temporaneo (“per soddisfare proprie esigenze di carattere temporaneo, nei limiti previsti dalla L. n. 196 del 1997, dall’art. 1 comma 2”), si era instaurato un rapporto di lavoro a tempo indeterminato (la causale contenuta nel contratto di prestazione di lavoro temporaneo tra la Obiettivo Lavoro spa e la B. era indicata: “nei casi previsti dal CCNL – più intensa attività”), con obbligo di Poste Italiane spa di riammettere in servizio la lavoratrice e di corrispondere le retribuzioni maturate dal 14.11.2007 fino alla data della sentenza, oltre accessori; che avverso tale decisione Poste Italiane spa ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi;

che B.E. e la Obiettivo lavoro spa non hanno svolto attività difensiva;

che il P.G. ha formulato richieste scritte.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso per cassazione, si censura: 1) erronea motivazione in ordine all’art. 1372 c.c., comma 1, artt. 1175,1375,2697,1427 e 1431 c.c., art. 100 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3) per avere erroneamente ritenuto la Corte distrettuale che non si fosse verificata la risoluzione del rapporto per mutuo consenso; 2) la violazione e falsa applicazione della L. n. 196 del 1997, artt. 1,3 e 10 (art. 360 c.p.c., n. 3) per errata motivazione circa l’indicazione dei motivi di ricorso al lavoro interinale nel contratto per prestazioni di lavoro temporaneo intercorso tra le parti; 3) l’insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (insufficiente motivazione sull’istanza di ammissione della prova testimoniale); 4) il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5) per contraddittoria motivazione in ordine alla costituzione di un rapporto a tempo indeterminato con Poste Italiane spa non previsto dalle disposizioni di cui alla legge n. 196/1997 in ipotesi di omissione di uno degli elementi che deve contenere il contratto di prestazioni di lavoro interinale; 5) la violazione e falsa applicazione della L. n. 196 del 1997, art. 10 (art. 360 c.p.c., n. 3) per essere stata erroneamente disposta la conversione del contratto dichiarato illegittimo in rapporto di lavoro a tempo indeterminato; 6) la violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 perchè la norma era stata ritenuta non suscettibile di una interpretazione estensiva ricomprendente anche le ipotesi di somministrazione irregolare di manodopera;

che il primo motivo è infondato: invero, l’indirizzo consolidato di questa Sezione (cfr. tra le altre Cass. n. 5887/2011; Cass. n. 23057/2010) è nel senso di ritenere che la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è di per sè insufficiente a far considerare sussistente una risoluzione per mutuo consenso in quanto, affinchè possa configurarsi una tale risoluzione, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, sicchè la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto: ipotesi queste non ravvisabili nel caso in esame;

che il secondo motivo è anche esso infondato: infatti, la Corte distrettuale ha rilevato correttamente la genericità della causale “casi previsti dal CCNL – più intensa attività”, che si limita a parafrasare il testo della legge, senza che possa evincersi alcun nesso tra l’assunzione e la concreta esigenza dell’utilizzatore, quando, invece, la L. n. 196 del 1997, art. 1, commi 1 e 2, consente la stipulazione solo per esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate nel comma 2, esigenze che il contratto di fornitura non può, quindi, omettere di indicare nè può indicare in maniera generica e non esplicativa, riproducendo unicamente il contenuto della previsione normativa (Cass. n. 5339/2016; Cass. n. 106672017); da qui la illegittimità, come nel caso in esame, del contratto;

che il terzo motivo è infondato perchè, anche a volere supporre l’astratta validità della causale, comunque essa non era stata provata, come correttamente notato dall’impugnata sentenza: infatti, in tema di contratto di fornitura così come di somministrazione di manodopera, la mera astratta legittimità della causale, indicata nel relativo contratto, non basta a rendere legittima l’apposizione di un termine al rapporto, dovendo anche sussistere, in concreto, una rispondenza tra la causale enunciata e la concreta assegnazione del lavoratore a mansioni ad essa confacenti (cfr. in termini Cass. 9.9.2013 n. 20598);

che le censure circa il mancato rispetto dell’onere di allegazione e prova da parte dell’utilizzatore, a prescindere dall’improprio richiamo all’art. 360 c.p.c., n. 5, sono infondate perchè la Corte di merito ha affermato che Poste Italiane si era limitata a dedurre genericamente in sede di costituzione di primo grado la sussistenza di carichi di lavoro maggiorati rispetto al pregresso, nel periodo in cui aveva prestato lavoro la B. producendo unicamente documentazione relativa alla presenza del personale presso l’Ufficio Postale di (OMISSIS) che nulla indicava riguardo alla intensificazione delle attività e che la prova testimoniale sul punto risultava essere generica anche perchè ben avrebbe potuto la società produrre documentazione inerente i flussi di consistenza della operazioni di recapito inerenti l’ufficio in questione;

che le doglianze si risolvono, pertanto, in una rivisitazione del merito non consentita nella presente sede di legittimità ove è possibile solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza scegliendo quelle maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi (cfr. Cass. Sez. Un. n. 5802/1998);

che il quarto e quinto motivo, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, non sono fondati perchè l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo alla stregua della L. n. 196 del 1997, art. 10, comma 1 che collega alle violazioni delle disposizioni di cui all’art. 1, commi 2, 3, 4 e 5 (cioè violazioni di legge concernenti proprio il contratto di fornitura) le conseguenze previste dalla L. n. 1369 del 1960, consistenti nel fatto che “i prestatori di lavoro sono considerati, a tutti gli effetti, alle dependenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni” (cfr. tra le altre Cass. 23.11.2010 n. 23684; Cass. 24.6.2011 n. 13960);

che alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal D.Lgs. n. 368 del 2001 ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra utilizzatore ed il lavoratore (cfr. tra le altre Cass. 5.12.2012 n. 21837; Cass. 17.1.2013 n. 1148);

che il sesto motivo è, invece, fondato perchè, come affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. Sez. Un. 27.10.2016 n. 21691), ove sia stato proposto appello, sebbene limitatamente al capo della sentenza concernente l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro, non è configurabile il giudicato in ordine al capo concernente le conseguenze risarcitorie, legato al primo da un nesso di causalità imprescindibile, atteso che, in base al combinato disposto dell’art. 329 c.p.c., comma 2 e art. 336 c.p.c., comma 1, l’impugnazione nei confronti della parte principale della decisione impedisce la formazione del giudicato interno sulla parte da essa dipendente;

che, inoltre, con la stessa pronuncia è stato chiarito il concetto di “pendenza” ritenendo “pendenti” anche i giudizi in cui sia stato proposto, come sopra detto, appello contro la parte principale della decisione di primo grado dalla quale dipende, in quanto legata da un nesso di causalità imprescindibile, la parte relativa al risarcimento del danno. Del resto, già con la pronuncia di questa Corte (cfr. Cass. 2.3.2012 n. 3305) si era ritenuto che la sopravvenuta disciplina di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 5, 6 e 7 si applicasse anche ai giudizi di legittimità e di appello;

che, infine, va sottolineato che la L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 come interpretato autenticamente dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 13, concerne tutti i rapporti di lavoro subordinato a termine (Cass. 21.3.2014 n. 6735) e tutte le ipotesi in cui vi sia stata conversione del contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato (cfr. Cass. 1.8.2014 n. 17540);

che, pertanto, la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto con rinvio;anche per le spese, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, che dovrà limitarsi a quantificare l’indennità spettante alla dipendente ex art. 32 cit., per il periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice ha ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro (cfr. per tutte Cass. n. 14461/2015), con interessi e rivalutazione su detta indennità da calcolarsi a decorrere dalla data della pronuncia giudiziaria dichiarativa della illegittimità della clausola appositiva del termine al contratto di lavoro subordinato (cfr tra le altre Cass. n. 3062/2016).

PQM

 

La Corte accoglie il sesto motivo di ricorso, rigettati gli altri; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di appello di Roma in diversa composizione cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 17 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2017

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