Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22717 del 11/08/2021

Cassazione civile sez. II, 11/08/2021, (ud. 07/10/2020, dep. 11/08/2021), n.22717

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23210-2019 proposto da:

E.I., rappresentata e difesa dall’avvocato VITTORIO

SANNONER, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

e contro

PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE BARI, PROCURA GENERALE

PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso il decreto di rigetto n. cronol. 2953/2019 del TRIBUNALE di

BARI, depositato il 31/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/10/2020 dal Consigliere ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

La sig.ra E.I. ha proposto ricorso, sulla scorta di quattro motivi, per la cassazione del decreto con cui il tribunale di Bari, Sezione specializzata in materia di immigrazione, ha rigettato il ricorso dalla stessa proposto avverso la decisione della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Foggia di inammissibilità della domanda – reiterata D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 29, comma 1, lett. b) – di riconoscimento dello status di rifugiato o, in via subordinata, di protezione sussidiaria o, ancora, umanitaria, per difetto di elementi nuovi.

Il tribunale di Bari ritiene, in primo luogo, che il ricorso non possa trovare accoglimento in quanto tardivo, essendo stato depositato il 3/12/2018, ossia oltre il termine di trenta giorni, previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 dalla comunicazione o notificazione del provvedimento di diniego, avvenuta in data 12/9/2018. Ne’, secondo il tribunale, potrebbe ipotizzarsi l’errore scusabile, o altra causa di rimessione in termini, per la circostanza, solo allegata e non anche provata dalla ricorrente, che il contenuto del provvedimento impugnato (tradotto nelle quatto lingue veicolari) non sarebbe alla stessa intellegibile per ragioni linguistiche.

In ogni caso, il tribunale ritiene non meritevole di accoglimento la domanda di protezione. La Commissione Territoriale si è già pronunciata sulla vicenda in esame e, non essendo il diniego da questa opposto riformato o annullato dal tribunale, su di esso si sarebbe formato il giudicato. La possibilità, infatti, di devolvere nuovamente l’istanza di protezione internazionale all’autorità amministrativa – e, in caso di esito negativo, all’autorità giudiziaria – è circoscritta alla prospettazione di nuovi elementi, obiettivamente differenti rispetto a quelli precedentemente dedotti, che non emergono nel caso di specie. Quanto, infatti, alla vulnerabilità della ricorrente dovuta alla perdita del feto portato in grembo, manca qualunque tipo di certificazione sanitaria e, in ogni caso, risultano trascorsi due anni dall’evento traumatico in parola; quanto alla generale insicurezza che caratterizza il Paese di provenienza della ricorrente (Nigeria), il tribunale esamina la situazione di quest’ultimo, escludendo che raggiunga livelli di violenza indiscriminata tali da determinare un rischio effettivo di danno grave D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. e). Conferma, dunque, la decisione di inammissibilità per difetto di elementi nuovi della Commissione Territoriale, rigettando la domanda e revocando l’ammissione al gratuito patrocinio.

Avverso tale pronuncia la sig.ra E.I. propone quattro motivi di ricorso per cassazione, tutti indistintamente riferiti all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 10, comma 4, e dell’art. 13 della direttiva n. 2005/85/CE, per non essere stati il diniego della domanda di protezione e il suo verbale di notifica tradotti in lingua conosciuta alla ricorrente, la quale, come risulta dal verbale delle prime dichiarazioni, aveva attestato di conoscere soltanto gli idiomi pidgin english e auchi. La bassa scolarizzazione, limitata alla scuola elementare, e la conoscenza della sola lingua pidgin english confermano l’impossibilità, per l’odierna ricorrente, di conoscere il contenuto del provvedimento sfavorevole e dunque di impugnarlo nell’esercizio del diritto di difesa, il che giustifica la necessità della rimessioni in termini. La direttiva sopra richiamata riconosce, infatti, a ciascun richiedente protezione il diritto “ad un’appropriata notifica della decisione, corredata di una motivazione in fatto e in diritto” (art. 13), che può aver luogo solo in una lingua che è ragionevole supporre che il destinatario possa capire. Nel caso di specie, essendo avvenuta la notifica del provvedimento sfavorevole in lingua inglese e non anche in pidgin english, il tribunale avrebbe dovuto considerare tempestivo il ricorso o, quantomeno, concedere la rimessione in termini.

Con il secondo motivo di ricorso, la sig.ra E.I. deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, per non avere il tribunale valutato la sua credibilità alla stregua dei parametri del citato articolo e per non aver applicato il principio dell’onere probatorio attenuato. Parte ricorrente riporta ampi stralci del Rapporto di Amnesty International e delle risultanze tratte dal sito Ecoi.Net, in quanto prove della grave situazione di pericolo generalizzato esistente in Nigeria e della conseguente situazione di vulnerabilità della richiedente in caso di forzoso rimpatrio. Detti documenti vengono qualificati dalla ricorrente come nuove prove a sostegno della domanda di protezione internazionale, sulle quali tuttavia nessuna valutazione o motivazione è stata svolta dal tribunale, con conseguente violazione del principio dell’onere probatorio attenuato. Il D.Lgs. n. 251 del 2007 prevede, a tal proposito, che l’autorità amministrativa e il giudice, nell’esaminare una domanda di protezione internazionale, debbano svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda, attivando poteri istruttori officiosi, specie al fine di verificare la situazione del paese di provenienza del richiedente. Il tribunale, nel caso di specie, ha violato detto dovere di cooperazione istruttoria, omettendo di rinnovare l’audizione della richiedente protezione e limitandosi a richiamare anonime “sicure fonti internazionali” che escluderebbero la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata, all’infuori di talune zone del Nord-est della Nigeria. Con il terzo motivo di ricorso, la sig.ra E.I. deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8 e art. 14, lett. e) contestando la carenza di motivazione del decreto per omessa indicazione delle fonti internazionali dalle quali il tribunale pretende di aver esaminato la situazione del Paese d’origine della richiedente. Citando un precedente della Corte di Giustizia (caso Elgafaji contro Paesi Bassi, sentenza n. 172/2009), si osserva che, laddove la situazione del Paese sia totalmente fuori del controllo delle autorità statuali, non occorre l’individualizzazione della minaccia o del pericolo alla vita o alla persona del richiedente protezione ai fini di concedere la protezione sussidiaria di cui all’art. 14, lett. e) del citato decreto. A detta della ricorrente, la situazione oggettiva del Paese di provenienza non è stata esaminata in modo esaustivo, risultando mancante l’esame dell’intervento delle autorità statuali in Nigeria sulle situazioni di violenza diffusa. Con il quarto motivo, la sig.ra E.I. deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, comma 6, per avere il decreto impugnato del tutto omesso l’esame della sussistenza dei presupposti per riconoscere la protezione umanitaria. Il permesso umanitario è una misura atipica e residuale di protezione internazionale, che presuppone l’accertamento della situazione di vulnerabilità della richiedente, che può essere transitoria e temporanea. Nell’impugnato decreto, pur rilevandosi detta condizione della ricorrente anche alla luce delle risultanze delle certificazioni mediche, non la si è valorizzata ai fini della concessione della misura residuale della protezione umanitaria.

Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio per resistere al ricorso proposto dalla sig.ra E., depositando mero atto di citazione.

La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 7 ottobre 2020, per la quale non sono state depositate memorie.

La sig.ra E.I. è stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

Il primo motivo, con cui si censura la statuizione di tardività e si argomenta che il provvedimento di diniego e il verbale della relativa notifica non sono stati tradotti in lingua conosciuta alla ricorrente, è fondato.

Questa Corte ha già chiarito che “In tema di protezione internazionale dello straniero, la comunicazione della decisione negativa della Commissione territoriale competente, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 10, commi 4 e 5, deve essere resa nella lingua indicata dallo straniero richiedente o, se non sia possibile, in una delle quattro lingue veicolari (inglese, francese, spagnolo o arabo, secondo l’indicazione di preferenza), determinando la relativa mancanza l’invalidità del provvedimento” (Cass. ord. n. 16470/2019).

Il tribunale non si è attenuto ai suddetti principi, omettendo qualunque accertamento in ordine all’impossibilità di tradurre in pudgin english il provvedimento della Commissione Territoriale e limitandosi ad affermare l’avvenuta traduzione dello stesso nelle quattro lingue veicolari: donde il vizio di violazione di legge, correttamente denunciato dalla ricorrente.

Il primo motivo di ricorso va pertanto accolto.

Gli altri motivi di ricorso vanno giudicati inammissibili perché attingono statuizioni (quelle con le quali il tribunale ha ritenuto insussistente dei presupposti per la concessione di alcuna delle forme di protezione internazionale chieste dalla sig.ra E. con la domanda da lei reiterata D.Lgs. n. 25 del 20008, ex art. 29) prive di portata decisoria, in quanto relative al merito di un ricorso che lo stesso tribunale ha giudicato inammissibile perché proposta dopo la scadenza del termine di decadenza di cui al D.Lgs. n. 35 del 2008, art. 35 bis, comma 2. Va al riguardo richiamato il principio che, qualora il giudice, dopo una statuizione di inammissibilità (o declinatoria di giurisdizione o di competenza), con la quale si è spogliato della “potestas iudicandi” in relazione al merito della controversia, abbia impropriamente inserito nella sentenza argomentazioni sul merito, la parte soccombente non ha l’onere né l’interesse ad impugnare; conseguentemente è ammissibile l’impugnazione che si rivolga alla sola statuizione pregiudiziale ed è viceversa inammissibile, per difetto di interesse, l’impugnazione nella parte in cui pretenda un sindacato anche in ordine alla motivazione sul merito, svolta “ad abundantiam” nella sentenza gravata (SSUU 3840/07). Il ricorso va quindi accolto in relazione al primo mezzo, inammissibili gli altri, e l’impugnato decreto va cassato con rinvio al tribunale di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara inammissibili gli altri, cassa l’impugnato decreto in relazione al motivo accolto e rinvia al tribunale di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

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