Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2270 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 26/01/2022, (ud. 08/07/2021, dep. 26/01/2022), n.2270

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12030-2016 proposto da:

G.G., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II n. 154, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO SPARANO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ALFONSO MANCINO;

– ricorrente principale –

contro

COMUNE DI CAVA DE’ TIRRENI, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA COLA DI RIENZO n. 92,

presso lo studio dell’avvocato LEOPOLDO FIORENTINO, rappresentato e

difeso dagli avvocati ANTONINO CASCONE, GIULIANA SENATORE;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1573/2015 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 15/12/2015 R.G.N. 33/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/07/2021 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE.

 

Fatto

PREMESSO

che:

G.G., dipendente del Comune di Cava de’ Tirreni in servizio presso la casa di riposo “(OMISSIS)” con mansioni di infermiere generico, ha agito in giudizio, avanti al Tribunale di Salerno, lamentando il mancato riconoscimento, da parte dell’ente datore di lavoro, del suo diritto al godimento effettivo di tutte le giornate di riposo anche in caso di coincidenza di queste ultime con una festività o una domenica e, pertanto, chiedendo che venisse accertato il suo diritto a percepire le indennità per i riposi non goduti, per le festività infrasettimanali e per il Santo Patrono, indennità tutte mai corrisposte, benché previste da norme di legge e collettive; ha altresì agito in giudizio per l’accertamento del suo diritto al pagamento come lavoro straordinario delle ore in giacenza lavorate ma non dovute, se non extra orario, sul rilievo di errori del sistema di computo, nonché del diritto al pagamento delle indennità (poi trasformate in buoni pasto) per due rientri pomeridiani ogni settimana nel periodo dall’1 gennaio 2006 al 31 maggio 2007;

– che il Tribunale ha accolto le domande, con le conseguenti pronunce di condanna;

– che con sentenza n. 1573/2015, pubblicata il 15 dicembre 2015, la Corte di appello di Salerno, in totale riforma della decisione di primo grado, le ha invece respinte;

– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il G. con due motivi;

– che il Comune ha resistito con controricorso, con il quale ha proposto ricorso incidentale affidato ad unico motivo.

Diritto

RILEVATO

che:

con il primo motivo del proprio ricorso il lavoratore deduce il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, in riferimento alla L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 224, e al c.c.n.l. Regioni ed Autonomie Locali 6 luglio 1995, art. 18, e al c.c.n.l. 14 settembre 2000, art. 24: censura la sentenza impugnata per avere respinto le domande tutte del ricorrente, sul rilievo che nessun diritto egli potesse far valere alla stregua della L. n. 266 del 2005, art. 1, senza considerare che tale norma comprende e regola la sola fattispecie del compenso aggiuntivo nei casi di una festività civile nazionale coincidente con la domenica, ma nulla dispone nelle materie – esclusivamente soggette alla richiamata disciplina collettiva, peraltro del tutto ignorata dalla Corte di merito – dei riposi non goduti e delle prestazioni rese nelle giornate del Santo Patrono;

– che con il secondo motivo viene dedotto il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, per avere la Corte di appello ritenuto, in acritica adesione alla tesi dell’Ente e senza compiere alcuna attività istruttoria, che il ricorrente avesse osservato, per proprie esigenze, l’orario 9.15-15.15 (dal lunedì al sabato) e che, non avendo effettuato rientri pomeridiani, egli conseguentemente non avesse diritto alle relative indennità e, in seguito, alla fruizione di buoni pasto, quando l’effettuazione di tali rientri era al contrario provata dai documenti prodotti già nel giudizio di primo grado (attestazioni rilasciate dallo stesso Comune) e dal resistente non contestati;

– che con il proprio ricorso l’Ente denuncia la nullità della sentenza di appello per omessa declaratoria di nullità della sentenza di primo grado, nella parte in cui questa ha omesso di rilevare la nullità, per indeterminatezza, della domanda proposta nel “capitolo 1” del ricorso introduttivo (error in procedendo: violazione dell’art. 414 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5).

Osservato

che il primo motivo del ricorso principale è infondato;

– che la sentenza impugnata, dopo di avere affermato l’inapplicabilità al pubblico impiego della L. 27 maggio 1949, n. 260, art. 5, comma 3 e ultimo capoverso, e della L. 31 marzo 1954, n. 90, art. 2, lett. e), a seguito della c.d. “contrattualizzazione del rapporto” e come chiarito anche dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 224, ha tuttavia precisato: “né risultano non correttamente applicate le disposizioni del CCNL circa i riposi”, aggiungendo richiami alla giurisprudenza di legittimità in tema di “lavoratori turnisti” (Cass. n. 8458 del 2010; Cass. n. 7726 del 2014);

– che la Corte territoriale si è in tal modo conformata al principio, ancora recentemente ribadito (Cass. n. 19326 del 2021), secondo il quale “In materia di pubblico impiego, ai dipendenti del comparto delle regioni e delle autonomie locali che svolgono la prestazione lavorativa con il sistema dei turni, funzionale all’esigenza di continuità del servizio, si applica, ove la prestazione cada in giornata festiva infrasettimanale, come in quella domenicale, il c.c.n.l. 14 settembre 2000, art. 22, comma 5, del comparto autonomie locali, che compensa il disagio con la maggiorazione del 30 per cento della retribuzione, mentre il disposto dell’art. 24, che ha ad oggetto l’attività prestata dai lavoratori dipendenti in giorni festivi infrasettimanali, oltre l’orario contrattuale di lavoro, trova applicazione soltanto quando i predetti lavoratori siano chiamati a svolgere la loro attività, in via eccezionale od occasionale, nelle giornate di riposo settimanale che competono loro in base ai turni, ovvero in giornate festive infrasettimanali al di là dell’orario di lavoro”;

– che non vi è luogo a ritenere un errore di sussunzione della fattispecie nel c.c.n.l. 14 settembre 2000, art. 24, a fronte di un servizio frazionato “con turni fra i dipendenti” (cfr. ricorso, p. 5; in tal senso, per una stabile organizzazione in turni della prestazione lavorativa, anche p. 4) e, quindi, non riconducibile all’ambito di applicabilità di tale norma collettiva, secondo la consolidata lettura che di essa ha dato questa Corte in numerose e conformi pronunce;

– che è inoltre da rilevare come la sentenza impugnata, nella parte oggetto di censura con il presente motivo, non risulta avere operato alcuna illegittima estensione analogica della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 224, avendo chiarito la portata delle proprie statuizioni mediante il contestuale richiamo a Cass. n. 14048 del 2009 (e alle conformi Cass. n. 6736 del 2010 e Cass. n. 19827 del 2013: indirizzo poi ulteriormente confermato da Cass. n. 328/2016), secondo la quale “In tema di pubblico impiego privatizzato, il diritto al compenso aggiuntivo per le festività civili coincidenti con la domenica, attribuito dalla L. 27 maggio 1949, n. 260, art. 5, comma 3, come modificato dalla L. 31 marzo 1954, n. 90, art. 1, è stato escluso dalla L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 224, che, con norma di interpretazione autentica (resa palese dalla specifica salvaguardia delle situazioni coperte da giudicato formatosi anteriormente alla sua entrata in vigore), ha espressamente compreso la citata disposizione tra quelle riconosciute inapplicabili dal D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 69, comma 1, secondo periodo, a seguito della seconda tornata di contratti collettivi in materia di lavoro con la P.A. Ne consegue che per le giornate del venticinque aprile 1999, due giugno 2002 e venticinque aprile 2004, tutte ricadenti di domenica, non sussiste il diritto dei dipendenti all’attribuzione, oltre alla normale retribuzione, di un’ulteriore aliquota giornaliera”;

– che, pertanto, non vi è dubbio che la sentenza abbia (correttamente) inteso delimitare la portata della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 224, alla sola materia della retribuzione per le festività civili nazionali ricadenti di domenica; né risulta dedotta la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per omessa o apparente motivazione;

– che il motivo non può trovare accoglimento neppure là dove si volge a criticare quella parte della motivazione della sentenza impugnata in cui il giudice di appello ha ritenuto che “non risulta adeguatamente dimostrato straordinario non retribuito considerando l’intero periodo dedotto in giudizio”: sia perché la censura implica una diversa valutazione del materiale probatorio, come tale inammissibile nella presente sede di legittimità, sia per inosservanza del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, con riferimento alla mancata contestazione dei fatti dedotti in giudizio da parte del Comune convenuto, non essendo riportati gli atti, o le parti di essi, rilevanti a tal fine;

– che non può egualmente trovare accoglimento il secondo motivo del ricorso principale, in quanto esso non si conforma al paradigma normativo del “nuovo” art. 360 c.p.c., n. 5, quale risultante dalle modifiche introdotte nel 2012 e dalle precisazioni fornite da questa Corte a Sezioni Unite con le sentenze n. 8053 e n. 8054 del 2014, quanto a perimetro applicativo e oneri di deduzione;

– che con le citate pronunce, e con le molte successive che ad esse si sono uniformate, è stato invero precisato che l’art. 360 c.p.c., n. 5, come riformulato a seguito dei recenti interventi, “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali. che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)”; con la conseguenza che “nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”;

– che, nella specie, gli oneri di compiuta deduzione così delineati non risultano assolti, né vi è indicazione di “decisività” dell’attestazione riportata (prot. 1217/C.R. in data 7/2/2006), peraltro e comunque da confrontarsi con il c.c.n.l. Regioni e Autonomie Locali 14 settembre 2000, art. 45, il quale, al comma 2, collega l’attribuzione dei buoni pasto sostitutivi del servizio mensa non a qualunque rientro pomeridiano ma alla prestazione di attività lavorativa al mattino con prosecuzione nelle ore pomeridiane, “con una pausa non superiore a due ore e non inferiore a trenta minuti”;

– che non può parimenti trovare accoglimento il ricorso incidentale, il quale ripropone considerazioni già esaminate, e disattese, nella sentenza impugnata (p. 4), limitandosi ad opporre una propria e diversa soluzione interpretativa a quella in essa adottata; fermo il principio, secondo il quale, nel rito del lavoro, “per aversi nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado per mancata determinazione dell’oggetto della domanda o per mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto su cui si fonda la domanda stessa, non è sufficiente l’omessa indicazione dei corrispondenti elementi in modo formale, ma è necessario che ne sia impossibile l’individuazione attraverso l’esame complessivo dell’atto, effettuabile, anche d’ufficio e in grado di appello, con apprezzamento del giudice del merito censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione” (Sez. U n. 6140 del 1993).

Ritenuto:

conclusivamente che entrambi i ricorsi, principale e incidentale, devono essere respinti;

– che, stante la reciproca soccombenza, le spese del presente giudizio devono essere compensate per intero fra le parti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale; rigetta altresì il ricorso incidentale; dichiara interamente compensate fra le parti le spese del giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale e per quello incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 8 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

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