Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22697 del 11/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 11/08/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 11/08/2021), n.22697

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31747-2019 proposto da:

C.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ENRICO

TAZZOLI 2, presso lo studio dell’avvocato MARIA ANTONIA GIOFFRE’,

rappresentato e difeso dall’avvocato SILVIO CAMPANA;

– ricorrente –

contro

CENTRO AUTOTRASPORTO CESENA SOC. CONSORTILE PER AZIONI, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DELLE FORNACI 38, presso lo studio dell’avvocato FABIO

ALBERICI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

ALFONSO CELLI, LUIGI SACCHETTI e ANTONIETTA BELLI;

– controricorrenti –

contro

CURATELA FALLIMENTARE della DITTA C.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2636/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 19/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. EDUARDO

CAMPESE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. C.M., titolare dell’omonima impresa individuale, ricorre per cassazione, affidandosi a tre motivi, ulteriormente illustrati da memoria ex art. 380-bis c.p.c., contro la sentenza della Corte di appello di Bologna del 19 settembre 2019, reiettiva del reclamo da lui proposto avverso la dichiarazione del proprio fallimento pronunciata dal Tribunale di Forli, il 15/22 maggio 2019, su istanza del Centro per l’Autotrasporto Cesena, soc. cons. p.a. (d’ora in avanti, breviter, Centro oppure Consorzio). Quest’ultimo resiste con controricorso, mentre la curatela fallimentare è rimasta solo intimata.

1.1. Per quanto qui ancora di interesse, la corte felsinea: i) ha disatteso l’eccezione pregiudiziale con cui il reclamante aveva sostenuto la nullità della procura ad litem conferita da P.A., quale legale rappresentante del Centro predetto, ai difensori di quest’ultimo nel giudizio prefallimentare sul presupposto di un conflitto di interessi tra il primo ed il Centro medesimo; ii) ha escluso la parziale compensazione delle ragioni di credito del Centro con quelle, tuttora litigiose, illiquide e da determinarsi nel quantum, invocate dal C.; iii) ha ritenuto sussistente lo stato di insolvenza di quest’ultimo.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo, rubricato “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla errata applicazione degli artt. 78,79 e 80 c.p.c., circa la sussistenza del conflitto di interessi e la nullità del mandato difensivo dell’atto introduttivo del giudizio. Violazione dell’art. 2392 c.c.”, insiste nell’eccezione pregiudiziale di nullità della procura ad litem conferita da P.A., quale legale rappresentante del Centro, ai difensori di quest’ultimo nel giudizio prefallimentare sul presupposto di un conflitto di interessi tra il primo ed il Centro stesso. Tale doglianza si rivela inammissibile.

1.1. Invero, la corte distrettuale, nel disattendere la medesima eccezione ivi ribadita dal C., ha affermato che: i) “già notò il tribunale che non vi poteva essere conflitto fra la richiesta del Consorzio di dichiarare il fallimento, quale creditore istante, e la posizione del P., che, se anche fosse responsabile, ex art. 2392 c.c., nei confronti del Consorzio per pregressi illeciti commessi contro il C. (cioè per debiti generati in capo al Consorzio dal suo comportamento verso C.) non avrebbe interesse a non recuperare il credito del Consorzio verso il C. stesso”. E’ stato richiamato, in proposito, il principio reso da Cass. n. 18792/2005, secondo cui “sussiste conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato qualora il rappresentante persegua interessi propri o di terzi incompatibili con quelli del rappresentato, cosicché all’utilità conseguita o conseguibile dal rappresentante o dal terzo corrisponda o possa corrispondere il danno del rappresentato. L’accertamento dell’esistenza del conflitto – che coinvolge un’indagine di fatto riservala al giudice di merito ed è sindacabile dal giudice di legittimità per vizi di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – deve essere, peraltro, condotto sulla base del contenuto e delle modalità dell’operazione, prescindendo da una contestazione di formale contrapposizione di posizioni, che può valere come semplice elemento presuntivo di con itto”; ii) “ad ogni modo il reclamante non è legittimato a sollevare la questione, poiché (Cass. 19149/2014): “L’esistenza d’un conflitto d’interessi fra rappresentante e rappresentato può legittimare la controparte che vi abbia interesse a chiedere la nomina di un curatore speciale al rappresentato, ai sensi dell’art. 79 c.p.c., mentre non abilita la stessa a sollevare questione di invalidità della costituzione in giudizio del rappresentante in quanto l’interesse tutelato dall’art. 78 c.p.c., comma 2, è esclusivamente quello della parte rappresentata e non delle altre parti””.

1.1.1. E’ chiara, dunque, l’esistenza, nel riportato passaggio motivazionale, di due rationes decidendi, ciascuna idonea, da sola, a giustificare il convincimento della corte territoriale sul punto: l’accertata inesistenza, in concreto, del conflitto di interessi così come dedotto dal C.; in ogni caso, la possibilità, per quest’ultimo, di chiedere la nomina di un curatore speciale, ma non anche di sollevare la questione di invalidità della costituzione in giudizio del rappresentante in ragione dell’interesse tutelato dall’art. 78 c.p.c., comma 2.

1.2. Fermo quanto precede, l’odierna doglianza del C., dopo aver ricordato le ragioni per cui, fin dal primo grado, aveva sollevato l’eccezione di nullità in questione, contesta solo la seconda delle descritte rationes decidendi (come testimoniato dal fatto che si censura, come “illogica ed immotivata”, proprio la conclusione adottata dalla corte felsinea avvalendosi della statuizione di Cass. n. 19149 del 2014), non anche la prima (riguardante l’accertamento della insussistenza, in concreto, del preteso conflitto di interessi). Deve trovare applicazione, pertanto, il principio secondo cui, ove la corrispondente motivazione della sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata sul punto, l’omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in alcun caso l’annullamento, in parte qua, della sentenza (cfr., ex multis, Cass. n. 17182 del 2020; Cass. n. 15075 del 2018, in motivazione; Cass. n. 18641 del 2017; Cass. n. 15350 del 2017).

1.3. Ove poi volesse ipotizzarsi che le argomentazioni del C. intendessero contestare anche l’insussistenza, in concreto, del conflitto stesso, le stesse sarebbero comunque inammissibili (lascando in vita, dunque, una delle due, autonome rationes predette), risolvendosi in una critica al complessivo accertamento fattuale operato dal giudice a quo, cui il primo intenderebbe opporre, sotto la formale rubrica di vizio di violazione di legge, una diversa valutazione: la denuncia di violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, però, non può essere mediata dalla riconsiderazione delle risultanze istruttorie (cfr. Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2015; Cass. n. 8315 del 2013; Cass. n. 16698 del 2010; Cass. n. 7394 del 2010; Cass., SU. n. 10313 del 2006), non potendosi surrettiziamente trasformare il giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, ulteriore grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (O: Cass., SU, n. 31176 del 2019; Cass. n. 21381 del 2006, nonché le più recenti Cass. n. 8758 del 2017 e Cass. n. 7119 del 2020).

2. Il secondo motivo è rubricato “Violazione dell’art. 360 c.p.c., punto 5, per omesso o comunque insufficiente esame di un fitto decisivo, collegato al giudizio pendente davanti alla Corte di appello di Bologna, rg. n. 951/19, di impugnazione del lodo arbitrale”. Muovendo dall’assunto che il reclamante aveva illustrato dettagliatamente le ragioni della sua richiesta di compensazione del credito del Centro con la pretesa risarcitoria del primo, nei confronti del Centro medesimo e del P., oggetto del giudizio, pendente innanzi alla stessa Corte di appello di Bologna, di impugnazione del lodo arbitrale del 13 gennaio 2019, si censura la decisione impugnata per avere “sbrigativamente stabilito che “Le quantificazioni autodeterminate dal reclamante non possono qui trovare considerazione””. Si deduce che “le sentenze penali emesse a carico del P. non lasciavano dubbi né sui fatti presupposti né sulla responsabilità del protagonista, il quale aveva reiteratamente e deliberatamente agito contro C., limitando gravemente la sua attività di impresa, sottraendogli le tessere magnetiche di ingresso al Centro, per il solo fatto che lo stesso aveva osato chiedere conto della maggiorazione delle bollette di fornitura di energia elettrica, maggiorata del 40% oltre il costo di fornitura Enel. Queste ed altre domande erano state proposte nel giudizio arbitrale concluso con il lodo impugnato innanzi alla Corte di appello di Bologna alla quale è stato chiesto l’annullamento del lodo stesso ed il risarcimento del danno. La sentenza qui impugnata ha liquidato la questione ritenendo il motivo infondato “perché non è questa le sede per accertare funditus an e quantum delle rispettive pretese” e, dunque, le quantificazioni autodeterminate del reclamante non possono qui trovare considerane”. Affermazione, questa, che sarebbe “illogica ed inammissibile, perché in sede di valutazione dello stato di insolvenza del C., non possono non trovare considerazione le ragioni di credito, benché azionate in un giudizio ancora pendente perché tali ragioni di credito non sono il frutto di una pretesa estemporanea ma tutte rigorosamente motivate su titoli giudiziari…”. Dalla mancata considerazione della pretesa creditoria opposta in compensazione si fa anche discendere il diverso profilo della carenza di legittimazione al giudizio, ab origine, del Centro.

2. Tale doglianza si rivela complessivamente insuscettibile di accoglimento.

2.1. Invero, è opportuno ricordare che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (ivi formalmente invocato dal C.), nel testo modificato dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (qui applicabile ratione temporis, risultando impugnata una sentenza resa il 19 settembre 2019), riguarda un vizio specifico denunciabile per cassazione relativo all’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, da intendersi riferito ad un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico, come tale non ricomprendente questioni o argomentazioni, sicché sono inammissibili le censure che, irritualmente, estendano il paradigma normativo a quest’ultimo profilo (cfr., ex aliis, Cass. n. 22397 del 2019; Cass. n. 26305 del 2018; Cass. n. 14802 del 2017).

2.2. E’ altresì doveroso rimarcare che la corte distrettuale, ha respinto il secondo motivo di reclamo del C., avente ad oggetto l’eccezione di compensazione di cui si è detto, “poiché -fermo restando che non è questa la sede per accertare funditus an e quantum della rispettive pretese rimane vero che il controcredito vantato dal C. nei confronti del Consorzio è litigioso e illiquido per la parte inerente il lodo, attualmente negativo e sub iudice presso questa Corte, in parte riferito al P. in proprio per quanto riguardante la sede penale (e anche da determinare nel quantum, salvo la modesta provvisionale), e quindi in ipotesi da estendere al Consorzio con ulteriori procedimenti giudiziari; ugualmente illiquido quanto al giudizio possessorio. Le quantificazioni autodeterminate dal reclamante non possono pertanto qui trovare considerazione” (cfr. pag. 5 della sentenza impugnata).

2.2.1. Da un lato, dunque, non sussiste l’omesso esame del fatto (pendenza del giudizio di impugnazione del lodo arbitrale avente ad oggetto la pretesa risarcitoria oggetto della eccepita compensazione); dall’altro, la conclusione della corte di appello è pienamente coerente con la giurisprudenza di legittimità secondo cui la dichiarazione di fallimento presuppone un’autonoma delibazione incidentale, da parte del giudice adito, compatibilmente con il carattere sommario del rito, circa la sussistenza del credito dedotto a sostegno dell’istanza, quale necessario postulato della verifica della legittimazione del creditore a chiedere il fallimento. In tale ambito, il giudice deve valutare non solo le allegazioni e le produzioni della parte istante ma anche i fatti rappresentati dal debitore che valgano a dimostrare l’insussistenza dell’obbligazione addotta o la sua intervenuta estinzione (cfr. Cass. n. 23494 del 2020). In altri termini, è di tutta evidenza, nel riportato passaggio motivazionale, che la corte bolognese abbia comunque valutato, sebbene incidentalmente, la pretesa creditoria opposta in compensazione dal C., escludendone la rilevanza in ragione della sua insussistente attualità quanto alla sua entità o all’agevole e celere sua effettiva determinazione. L’odierna doglianza sul punto si risolve, dunque, nuovamente nel tentativo, inammissibile in questa sede, di ridiscutere gli esiti istruttori sfavorevoli all’odierno ricorrente espressi nella decisione impugnata al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative.

2.3. Rimane da aggiungere che, alla stregua di quanto si è appena detto, nessun dubbio può residuare quanto alla legittimazione del Centro ex art. 6 L. Fall., mai essendo stato puntualmente contestato il credito verso il C. dal primo posto a fondamento della propria istanza di fallimento.

3. Il terzo motivo, rubricato “Ulteriore violazione dell’art. 360, punto 5, c.p.c. per errata illogica valutazione della rottamazione delle cartelle esattoriali per il pagamento del debito erariale ed errata valutazione della situazione patrimoniale al 31 dicembre 2018”, e volto a contestare la ritenuta sussistenza dello stato di insolvenza dell’impresa individuale del C., è inammissibile.

3.1. Invero, la corte territoriale ha ampiamente motivato le ragioni del proprio convincimento circa la ritenuta sussistenza dello stato di insolvenza predetto. Già si è già descritto, peraltro, il perimetro applicativo del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dal quale esulano certamente esulano le domande o le eccezioni formulate nella causa di merito, ovvero i motivi di appello e/o di reclamo, i quali costituiscono i fatti costitutivi della “domandd’ in sede di gravame. Tanto è sufficiente ad escludere l’inammissibilità dell’odierna censura nella parte in cui assume che la corte bolognese non avrebbe fornito risposta al quarto motivo di reclamo “secondo cui è irragionevole la decisione di decretare la fine di un’azienda che fa utili negli ultimi tre anni e che dispone comunque di garanzie reali idonee a coprire” (cfr. pag. 14 del ricorso)

3.2. Resta solo da considerare che: i) la dichiarazione di fallimento trova il suo presupposto, dal punto di vista obbiettivo, nello stato d’insolvenza del debitore, il cui riscontro prescinde da ogni indagine sull’effettiva esistenza dei crediti fatti valere nei confronti del debitore, essendo, a tal fine, sufficiente una situazione d’impotenza, strutturale e non soltanto transitoria, a soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni a seguito del venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie alla relativa attività (crf. Cass. n. 646 del 2019; Cass. n. 29913 del 2018; Cass. n. 30209 del 2017; Cass. n. 19027 del 2013; Cass. n. 25961 del 2011; Cass. n. 9856 del 2006); ii) in tema di dichiarazione di fallimento, lo stato di insolvenza prescinde dal numero dei creditori, essendo ben possibile che anche un solo inadempimento assurga ad indice di tale situazione oggettiva (cfr. Cass. n. 9297 del 2019; Cass. n. 583 del 2015; Cass. n. 19611 del 2014);

l’accertamento dell’insolvenza, come sopra intesa, non s’identifica, in modo necessario ed automatico, con il mero dato contabile fornito dal raffronto tra l’attivo ed il passivo patrimoniale dell’impresa, sicché ove l’eccedenza di attivo dipenda dal valore di beni patrimoniali non agevolmente liquidabili, o la cui liquidazione risulterebbe incompatibile con la permanenza dell’impresa sul mercato e con il puntuale adempimento di obbligazioni già contratte, il presupposto dell’insolvenza può esser egualmente riscontrato; iv) l’accertamento di fatto circa la solvibilità, o meno, dell’imprenditore compete al giudice del merito, in base alla regola per cui spetta a quest’ultimo il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr., ex multis, Cass. n. 12815 del 2019; Cass. n. 24679 del 2013; Cass. n. 27197 del 2011).

3.2.1. Ne consegue che il valore probatorio attribuito, nella specie, dalla corte distrettuale a quanto da essa valorizzato – ” C. ha un debito verso il Consorzio di oltre 300.000 Euro, per il quale è stata promossa esecuzione immobiliare attualmente in corso; ha un debito erariale (compresi contributi previdenziali, come nota senza specifica contestazione il consorzio) di circa 770.000 Euro, di cui sospesi per “rottamazione” circa Euro 297.000″: la sua definizione agevolata e rateizzata, sebbene nella maggior misura evidenziata dall’odierno ricorrente, “non elimina la sussistenza del debito erariale, anzi esigibile ratealmente per una sua parte consistente”; “il curatore ha anche rilevato che gli oneri per l’eventuale rateizzazione e quelli per la restituzione del mutuo ipotecario bancario (debito residuo di oltre 920.000 Euro; altro debito bancario per apertura di credito e c/c ordinario per circa 30.000 Euro; esiste altro mutuo personale) assommerebbero a circa 200.000 Euro annui, rispetto ai quali non si indicano le risorse necessarie per farvi fronte”; “la situazione patrimoniale ultima al 31.12.2018 (…) presenta, secondo il curatore, un utile solo a causa di operazioni straordinarie (“vendita cespiti”), essendovi altrimenti un risultato negativo”; “nel conto economico non sono appostati ammortamenti e, secondo il curatore, “risulta un patrimonio netto negativo di Euro 528.000 circa””; “le perizie presentate dal reclamante risalgono a diversi anni addietro (al 2013, per la concessione dei mutui), oppure, come nota il Consorzio, sono vincolate alla condizione che l’immobile strumentale abbia la necessaria agibilità; gli stessi immobili sono ovviamente gravati da ipoteche volontarie per i mutui di cui si è detto, e se anche fossero capienti non sono ovviamente di facile e pronta liquidabilità in modo tale da consentire il pronto adempimento del risalente ed ingente debito nei confronti del CONSORZIO, come già ritenuto dal primo giudice” gr. pag. 5-6 della sentenza impugnata) – per l’affermazione della sussistenza dello stato di insolvenza del C. sfugge al sindacato di legittimità, laddove, invece, le generiche argomentazioni esposte nel motivo in esame investono, ancora una volta, il complessivo governo del materiale istruttorio, mirando affatto inammissibilmente per quanto si è già detto, a ridiscuterne gli esiti sfavorevoli al ricorrente sostituendoli con una diversa valutazione più consona alle proprie aspettative (0.. Cass. n. 21381 del 2006, nonché le più recenti Cass. n. 8758 del 2017 e Cass. n. 26300 del 2018).

4. Il ricorso, dunque, va respinto, restando le spese di questo giudizio di legittimità, tra le sole parti costituite, regolate dal principio di soccombenza e liquidate come in dispositivo, altresì dandosi atto in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministra5zione giudiziaria verificare la debena in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, e condanna C.M. al pagamento delle spese del giudizio di legittimità sostenute dal Centro per l’Autotrasporto Cesena, soc. cons. p.a., che liquida in Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del medesimo ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 20 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

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