Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22687 del 28/09/2017


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Cassazione civile, sez. I, 28/09/2017, (ud. 10/01/2017, dep.28/09/2017),  n. 22687

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso per revocazione proposto da:

M.M., rappresentato e difeso dagli avv.ti Vincenzo Rampino

Oscar Podda e Daniela Jouvenal Long, presso il cui studio in Roma,

piazza di Pietra, n. 26, è elettivamente domiciliato;

– ricorrente –

contro

COPERATIVA Edilizia A.I.M.I. CALABRIA S.R.L., rappresentata e difesa

dall’avv. Beatrice Maninfior, con domicilio eletto in Roma, via

Monte Zebio, n. 32, presso lo studio dell’avv. Marina Rossi;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Milano, n. 3020,

depositato in data 1 agosto 2014;

sentita la relazione svolta all’udienza pubblica del 10 gennaio 2017

dal consigliere dott. Pietro Campanile;

udito per il ricorrente l’avv. Jouvenal Long;

udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del sostituto

dott. Capasso Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 5866 del 2 maggio 2011 il Tribunale di Milano, per quanto in questa sede esclusivamente rileva, rigettava ritenendo fondata l’eccezione di prescrizione sollevata dal convenuto – la domanda proposta dalla cooperativa edilizia A.I.M.I. Calabria S.r.l. nei confronti del signor M.M., avente ad oggetto il pagamento di somme relative agli esborsi sostenuti dalla società attrice a causa dell’inadempimento del predetto convenuto, come di altri soggetti, in relazione al pagamento delle rate di un mutuo, che, in attesa del frazionamento, era stato accollato dai soci che avevano richiesto l’assegnazione delle porzioni immobiliari.

2. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Milano, ritenuta ammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c. nella formulazione applicabile ratione temporis, la produzione documentale della cooperativa appellante, compresa una lettera raccomandata spedita ai soci nell’aprile del 1992, contenente, quanto al M., una richiesta di pagamento, ha ritenuto che tale missiva, il cui invio era stato provato mediante il timbro apposto dall’ufficio postale, costituisse un valido atto interruttivo della prescrizione. E’ stato poi rigettato, con riferimento al giudicato esterno formatosi al riguardo, il motivo di impugnazione proposto dal M. e fondato su un credito derivante dall’esercizio dell’actio quanti minoris in relazione alla presenza di vizi nell’alloggio assegnatogli.

3. Per la cassazione di tale decisione il M. propone ricorso, affidato ad unico motivo, illustrato da memoria, cui la Cooperativa resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente, deducendo violazione degli artt. 1334 e 2934 c.c., sostiene che erroneamente è stata ritenuta l’infondatezza della propria eccezione di prescrizione, in considerazione di un atto interruttivo la cui prova non sarebbe stata fornita dalla controparte o comunque acquisita. Premesso che la cooperativa, oltre a un elenco di destinatori di lettere raccomandate con il timbro dell’Ufficio postale recante la data del 22 aprile 1992, aveva prodotto due differenti atti, uno di comunicazione dell’assemblea dei soci e l’altro di messa in mora, a fronte dei quali il M. aveva tempestivamente eccepito l’impossibilità di ricondurre detta distinta dei destinatari alle comunicazioni prodotte, ovvero ad una sola di esse, si afferma che la controparte non avrebbe fornito la prova del ricevimento dell’atto interruttivo della prescrizione.

2. La censura è infondata, sotto tutti i profili dedotti.

3. Il primo aspetto, che concerne, come sottolineato anche nella memoria, la contestazione circa la mancata ricezione della raccomandata, si pone in contrasto con il costante insegnamento di questa Corte, secondo cui, allorquando sussista prova certa della spedizione di lettera raccomandata, pur in mancanza dell’avviso di ricevimento, si presume – sulla base dell’attestazione dell’ufficio postale – che la stessa sia pervenuta a destinazione: spetta quindi al destinatario l’onere di dimostrare che il plico non conteneva al suo interno alcuna lettera, ovvero un contenuto diverso da quello indicato dal mittente (cfr. Cass., 13 maggio 2014, n. 10389; Cass., 24 giugno 2013, n. 15762). Tale prova di segno contrario rispetto alla presunzione di ricezione della raccomandata (e, quindi, della conoscenza del suo contenuto), non può risolversi in una generica contestazione dell’invio della raccomandata stessa, nella specie, per altro, desunto da prova documentale.

4. Il ricorrente, in relazione alla presenza, affermata nella sentenza impugnata, di due distinte comunicazioni inviate con una sola lettera raccomandata, ha sostenuto, soprattutto nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., richiamando anche un precedente giurisprudenziale di legittimità, che in tal caso, poichè, secondo l’id quod plerumque accidit, ad ogni atto da comunicare corrisponde una singola spedizione, nel caso di comunicazioni plurime avvenute con unico plico la relativa prova sarebbe a carico del mittente.

5. Deve in proposito rilevarsi che nella citata memoria viene invocato la statuizione di questa Corte del 2 ottobre 2014, n. 20786 (conforme, del resto, alle decisioni del 30 settembre 2011, n. 20027 e del 19 agosto 2003, n. 12135), che si riferisce all’ipotesi in cui il mittente abbia dichiarato di aver ricevuto soltanto una o alcune delle comunicazioni che, secondo la controparte, sarebbero state contenute in un unico plico. Tale principio non appare tuttavia applicabile quando il destinatario, come verificatosi nella presente vicenda processuale, abbia eccepito, ribadendolo poi nel ricorso (pag. 4), che “non esiste alcun prova che tale raccomandata sia stata sia stata anche ricevuta dall’attuale appellante il quale, tra l’altro, recisamente contesta di aver mai ricevuto alcuna comunicazione scritta da parte della Cooperativa nella primavera dell’anno 1992”. In tale ipotesi, la radicale contestazione inerente alla ricezione del plico, sostanzialmente inficiata, per le indicate ragioni, dalla sua genericità, poneva la controparte, e lo stesso giudicante, nella condizione di verificare esclusivamente la fondatezza o meno di tale assunto, ed a tal fine la Corte distrettuale, rilevato che “l’appellato, costituendosi, non ha adeguatamente contestato la prova dell’invio della raccomandata”, ha correttamente applicato il principio sopra richiamato che involgeva, in assenza di specifiche contestazioni, l’intero contenuto del plico.

6. Trova pertanto piena applicazione la disposizione contenuta nell’art. 1335 c.c., nell’interpretazione resane costantemente da questa Corte, secondo cui l’atto unilaterale deve considerarsi comunicato nel momento in cui giunge a conoscenza del destinatario, con la precisazione che, se la comunicazione è fatta con raccomandata, è onere della parte che ne contesta il contenuto fornire la prova che la raccomandata non conteneva alcun atto o conteneva un atto diverso (v. anche Cass., 28 maggio 1991, n. 6024). In proposito questa Corte ha altresì affermato che, ai sensi dell’art. 1335 c.c., anche per le dichiarazioni unilaterali recettizie in genere, che siano giunte all’indirizzo del destinatario, vige la presunzione di conoscenza da parte dello stesso, sicchè incombe su di lui, ove neghi di averne avuto notizia, l’onere di provare di essersi trovato senza colpa nella impossibilità di prenderne cognizione e, quindi, anche di provare l’asserita non corrispondenza della dichiarazione ricevuta con quella di cui il mittente conserva in qualsiasi modo la copia (Cass., 5 giugno 1987, n. 4893).

7. Le spese del presente giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese relative al presente giudizio, liquidate in Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori di legge.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13.

Così deciso in Roma, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2017

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