Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22684 del 11/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 11/08/2021, (ud. 17/03/2021, dep. 11/08/2021), n.22684

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1779-2020 proposto da:

D.M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SAN LEO 34,

presso lo studio dell’avvocato CINZIA CIRCOSTA, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i

cui Uffici domicilia ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. cronologico 26829/2019 del TRIBUNALE di ROMA,

depositato il 18/12/2019 R.G.N. 62159/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/03/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. il Tribunale di Roma, con decreto pubblicato il 18 dicembre 2019, ha rigettato il ricorso proposto da D.M.M., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. il Collegio ha valutato il narrato del richiedente protezione – che aveva dichiarato di essere fuggito dal (OMISSIS) a causa delle minacce ricevute da un potente marabut – ed oltre a confermare la scarsa credibilità del racconto, già ritenuta dalla Commissione, ha rilevato che l’uomo indicato come persecutore e fonte di timore per il rimpatrio era nelle more deceduto, per cui il pericolo paventato non aveva più alcuna consistenza;

quanto al riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), il Collegio ha escluso che nel Paese di provenienza dell’istante vi fosse una situazione di violenza indiscriminata per un conflitto armato interno o internazionale sulla scorta delle fonti internazionali specificamente indicate;

infine, circa la domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, il Tribunale ha evidenziato come nella specie non ricorressero “ragioni particolari di fragilità individuale”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 4 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il primo motivo di ricorso denuncia violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, sostenendo che il racconto dell’istante “era coerente e plausibile e anche circostanziato”;

la censura è inammissibile, in quanto essa non individua un errore di diritto ma si limita ad esprimere un diverso avviso circa la credibilità del racconto del richiedente protezione, senza neanche confrontarsi con un aspetto determinante del decisum del Tribunale rappresentato – come ricordato nello storico della lite – della morte del marabut;

2. il secondo motivo denuncia: “Violazione dell’art. 24 Cost. ed omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”; si sostiene che il giudice di prime cure, sebbene avesse disposto l’audizione personale, non avrebbe trascritto a verbale tutto ciò che era stato detto dal ricorrente;

la censura è inammissibile perché, oltre a non essere rispettosa dei canoni imposti dalle Sezioni unite di questa Corte (sentt. nn. 8053 e 8054 del 2014) nella formulazione di motivi ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., n. 5 si fonda su di una mera asserzione, che avrebbe dovuto formare oggetto di una querela di falso;

3. il terzo mezzo denuncia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, lett. d), lamentando che il giudice di prime cure non avrebbe “accertato l’elemento persecutorio” che sarebbe perdurato anche dopo la morte del marabut;

il motivo è inammissibile in quanto, sebbene formulato come denuncia di violazione di legge, non individua quale sarebbe l’errore di diritto in cui sarebbe incorso il decreto impugnato, dolendosi di non meglio specificati accertamenti ulteriori che avrebbero dovuto essere compiuti e che attengono alla sfera del fatto, non sindacabile in questa sede di legittimità;

4. parimenti inammissibile è il quarto motivo, relativo al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, con cui si lamenta la violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32 e dell’art. 2 della CEDU, perché il diritto alla vita del richiedente protezione “risulterebbe compromesso seriamente se il ricorrente tornasse nel paese di origine dove rischia di essere ucciso dai parenti della ragazza uccisa dal marabut”;

il motivo è avulso dalla motivazione del decreto e quindi inammissibile ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (Cass. n. 6488 del 2021); il provvedimento impugnato ha messo in evidenza che non vi erano allegazioni né in ordine ad una personale situazione di vulnerabilità, né relative ad una effettiva integrazione sociale e lavorativa raggiunta in Italia dal richiedente; quanto al rischio paventato dall’istante in caso di rientro in patria esso attiene pienamente alla vicenda fattuale che non può essere oggetto di riesame in questa sede di legittimità;

4. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; nulla per le spese in difetto di attività difensiva del Ministero intimato;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 17 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA