Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22660 del 27/09/2017


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Cassazione civile, sez. II, 27/09/2017, (ud. 18/05/2017, dep.27/09/2017),  n. 22660

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sui ricorso 26737 – 2013 proposto da:

S.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.

PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO POMPA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato S.A.;

– ricorrente –

contro

EDIL CASELLE DEI FRATELLI C. SNC;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2129/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/05/2017 dal Consigliere Dott. SCALISI ANTONINO.

RG. 26737 del 2013 S.A. – Edil Caselle dei fratelli C.

srl.

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.A. conveniva in giudizio la società Edil Caselle dei F.lli C. snc. al fine di accertare i vizi e i difetti della pavimentazione del bagno padronale dell’appartamento di proprietà dell’attore in (OMISSIS) realizzato dalla convenuta nonchè condannare al stessa al risarcimento dei danni corrispondente al valore delle opera di ripristino necessarie, oltre al ristoro dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti alla sottrazione di alcune tesserine d’epoca utilizzate per il rivestimento del bagno.

Si costituiva la società convenuta chiedendo il rigetto delle domande.

Il Tribunale di Milano con sentenza n. 4312 del 2010 rigettava la domanda dell’attore. Secondo il Tribunale di Milano l’opera era stata ultimata non più tardi dei primi mesi del 2002 come risulta dalla documentazione agli atti mentre la denuncia del distacco delle mattonelle avveniva con raccomandata dell’11 luglio 2006, pertanto era evidente che i vizi non potevano essere inquadrabili nella disciplina di cui all’art. 1669 c.c., perchè vizi afferenti un bagno di un appartamento e avevano per oggetto il distacco di alcune piastrelle quindi non avevano caratteristiche, nè per gravità, nè per importanza, tali da compromettere la funzionalità e l’abitabilità dell’unità abitativa. Piuttosto, sempre secondo il Tribunale di Milano, l’invocata responsabilità rientra dell’azione prevista nell’art. 1667 c.c. e per la predetta sono ampiamente decorsi i termini prescrizionali in ragione del tempo trascorso dall’ultimazione dell’opera. Quanto alla richiesta di liquidazione di danni patrimoniali e non patrimoniali per la presunta sottrazione di alcune tesserine d’epoca di rivestimento del bagno la convenuta ha sostenuto che le stese furono tutte restituite all’attore dal signor C., la domanda appariva sfornita di riferimento probatorio d’altra parte di impossibile acquisizione processuale visto l’oggetto della materia del contendere ed il tempo trascorso.

Avverso questa sentenza proponeva appello S.A. limitatamente al secondo punto della sentenza impugnata cioè al rigetto della domanda di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti alla sottrazione da parte dell’appaltatore convenuto di piastrelle d’epoca originariamente poste a copertura della vasca da bagno sostituita.

Si costituiva la società convenuta, respingendo qualsiasi offensivo addebito di disonestà, ribadendo di non aver sottratto nulla e di aver consegnato al committente le tesserine rimosse ancora utilizzabili, nel rispetto del contratto d’appalto stipulato ed eccependo l’irrilevanza delle rinnovate istanze istruttorie avversarie.

La Corte di appello di Milano, con sentenza an. 2129 del 2013, rigettava l’appello e confermava la sentenza impugnata. Secondo la Corte milanese, l’assunto posto a fondamento della domanda risarcitoria risultava da un lato concretamente poco credibile in quanto fondato sull’astratta presunzione che un’impresa di costruzioni possa avere interesse a tenere per se meno di un metro quadrato di piastrelle colorate per l’ipotesi di riutilizzarle in un futuro ipotetico rappezzo, d’altro lato, soprattutto, non era stata data alcuna dimostrazione. La circostanza, infatti, che solo poche delle molte piccole piastrelle demolite siano state rimesse al committente, alla fine dei lavori, non comprovava di per sè che delle altre si sia impossessata l’appaltatrice essendo ben possibile ed, anzi, ben più plausibile che quelle altre si siano rovinate nel distacco da malta e cemento o siano andate disperse nelle macerie del lavoro.

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da S.A., con ricorso affidato a tre motivi. La società Edil Caselle dei F.lli C. snc., in questa fase, non ha svolto attività giudiziale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Con il primo motivo di ricorso, S.A. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., sull’onere della prova e dell’art. 2729 c.c. e art. 116 c.p.c., (art. 360 c.p.c., n. 3). Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale nel ritenere non dimostrato la sussistenza del credito di S.A. alla restituzione di una parte di “tesserane d’epoca”, non avrebbe tenuto conto che, al contrario, trattandosi di un rapporto contrattuale, e avendo l’attuale ricorrente agito in ragione dell’art. 6 punto 10) del contratto (laddove era previsto il recupero e/o il trasporto a magazzino di tutti i materiali reimpiegabili), l’appaltatore avrebbe dovuto provare l’esatto adempimento.

1.1.= Il motivo è infondato.

Va qui premesso che in materia di responsabilità contrattuale vige la disposizione dettata dall’art. 1218 c.c., quindi, l’attore può dar conto del proprio diritto e dell’esigibilità della prestazione e della mancanza di essa semplicemente deducendola. A sua volta il debitore è gravato dell’onere di dimostrare di non aver potuto adempiere per una causa a lui non imputabile.

Tuttavia, il diritto che si vuol far valere deve essere deducibile (dal contratto, da altro atto o dalla legge) in tutti i suoi elementi e coelementi, oggettivi e soggettivi, essenziali alla sua identificazione. Ora, nel caso in esame, vero è che il contratto di appalto all’art. 6 (così come risulta dallo stesso contratto riportato dal ricorrente) punto 10) prevedeva l’obbligo dell’appaltatore a restituire, al committente) tutti i materiali (di risulta) reimpiegabili, ma la determinazione e, dunque, la concreta identificazione del diritto del committente (attuale ricorrente) era rinviata al momento in cui i materiali di che trattasi fossero stati staccati dalle pareti dove erano collocati e ritenuti reimpiegabili. Sicchè, il committente nel far valere il proprio diritto nascente dal contratto avrebbe dovuto dimostrare che la quantità di materiali reimpiegabili, per così dire estratti, fosse quella dallo stesso giudizialmente richiesta. Nel caso in cui avesse dimostrato che la quantità dei materiali reimpiegabili era quella dallo stesso richiesta, il debitore (cioè l’appaltatore) avrebbe dovuto dimostrare di aver adempiuto al suo obbligo. Epperò, ove il committente si limita a richiedere una quantità di materiali, senza, tuttavia, dimostrare quale quantità di materiale di risulta fosse stato reimpiegabile non avendo dimostrato il suo diritto in tutti i suoi elementi (oggettivi e soggettivi) essenziali, non può pretendere che il debitore dimostri di aver adempiuto.

Nel caso specifico, come emerge, chiaramente, dalla sentenza impugnata la Corte distrettuale ha chiarito che il committente (attuale ricorrente) non aveva dimostrato il suo diritto perchè il semplice fatto che dall’esistenza di una quantità di materiale da staccare dalle pareti, ove esisteva, non dimostrava che l’appaltatore avesse estratto come materiale reimpiegabile, oltre quella quantità restituita, così come ammesso pacificamente dalle parti in causa, quella ulteriore quantità di materiale reimpiegabile che il committente pretendeva gli fosse restituita.

Pertanto, la Corte distrettuale non ha disatteso il principio in materia di onere della prova ma al contrario ha, correttamente, applicato i relativi principi, nel modo in cui sarebbero dovuto essere applicati.

2.= Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c.,. per omesso esame di una domanda quella di risarcimento del danno patrimoniale (art. 360 c.p.c., n. 3). Il ricorrente si duole, a suo dire, del fatto non avrebbe esaminato la domanda relativa alla liquidazione del danno patrimoniale determinato dal minor valore/durata del rivestimento a causa della impossibilità di rimediare alle riparazioni utilizzando le tessere non restituite.

2.1.= Il motivo è infondato ed essenzialmente perchè muove da un presupposto, che per quanto si è detto, non, risulta, dimostrato e, cioè, l’esistenza di un proprio diritto ad avere restituite una quantità di tessere, a suo dire, trattenute dall”appaltatore e/o, comunque, una maggiore quantità di cc.dd. tesserine d’epoca, rispetto a quella già restituita, dall’appaltatore, come pacificamente ammesso dalle parti in causa.

3.= Con il terzo motivo, il ricorrente, denuncia la nullità della sentenza per violazione degli artt. 158 e 161 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 4). Secondo il ricorrente la sentenza impugnata sarebbe nulla perchè emessa da un collegio diverso da quello che ha trattenuto la causa per la camera di Consiglio. Infatti, sempre secondo il ricorrente, la causa in fase di impugnazione sarebbe stata assegnata al Dott. Maisano Raimondo. Da quello che emerge dal verbale di udienza del 6 febbraio 2013, risulterebbero cancellati i nomi dei due giudici: sia del relatore Dott. Raimondo Mesiano, sostituito per questa funzione dal presidente Dott. De Ruggiero Luigi, sia del giudice a latere Dott.ssa Maria Caterina Ciulli che aveva redatto la sentenza di primo grado. A comporre il Collegio sono rimasti, pertanto, solo due Magistrati (il Presidente De Ruggiero e la Dott.ssa Nicoletta Ongania), invece, dei tre necessari per legge.

3.1.= Anche questo motivo è infondato. Infatti interpretando il verbale di udienza risulta, con tutta evidenza, che Maisano non è stato escluso dal Collegio ma dalle funzioni di relatore, come è confermato dalla stessa annotazione riportato nello stesso verbale.

In definitiva il ricorso va rigettato. Non occorre provvedere al regolamento delle spese del presente giudizio posto che a società Edil Casekle dei fratelli C., intimata, in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale. Il Collegio da atto che, ai sensi del D.P.R. n. 113 del 2002, art. 13,, comma 1, sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso, da atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, il 18 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2017

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