Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2266 del 26/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 26/01/2022, (ud. 18/11/2021, dep. 26/01/2022), n.2266

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 7270/2021 proposto da:

O.E., rappresentato e difeso dall’Avv. Mauro Pigino, per

delega a margine del ricorso per cassazione;

– ricorrente –

e:

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– resistente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di TORINO, n. 112/2021,

pubblicata in data 2 febbraio 2021, notificata in data 6 febbraio

2021.

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 18 novembre 2021 dal consigliere Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. O.E., nato in Nigeria (Edo State), ricorre, con atto affidato ad un unico motivo, nei confronti del Ministero dell’interno, contro la sentenza del 2 febbraio 2021 con cui la Corte d’appello di Torino ha respinto il suo appello avverso l’ordinanza del Tribunale di rigetto della domanda di protezione internazionale ed umanitaria.

2. Il ricorrente ha lasciato il suo paese di origine perché il padre, leader nel villaggio del partito (OMISSIS), avrebbe spinto un avversario politico facendolo precipitare dalla finestra ed uccidendolo e perché, dopo le elezioni, erano stati uccisi la madre e il fratello.

3. L’Amministrazione intimata si è costituita ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c..

4. Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in Camera di consiglio non partecipata del giorno 18 novembre 2021 ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo ed unico mezzo denuncia violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, o comunque omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, censurando la sentenza impugnata perché, dopo avere apoditticamente affermato l’irrilevanza della documentazione versata in atti, aveva ritenuto non decisiva l’integrazione raggiunta in Italia dal ricorrente e non aveva considerato sia l’apprendimento della lingua italiana e il conseguimento, nell’anno scolastico 2017/2018 del diploma di licenza conclusivo del primo ciclo di istruzione, sia l’attività lavorativa di assistente ed accompagnatore per disabili presso la Cooperativa Maria Cecilia Onlus di Biella, connotata da una sostanziale continuità, anche se contrattualmente inserita all’interno di un progetto di tirocinio.

1.1. Il motivo è fondato.

1.2 Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24413 del 9 settembre 2021, sulla questione relativa al diritto della protezione umanitaria quando sia allegato e accertato il radicamento effettivo del cittadino straniero con riferimento ad alcuni indici quali la stabilità lavorativa e relazionale, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del citato T.U., art. 5, per riconoscere il permesso di soggiorno” (Cass., sez. U., 9 settembre 2021, n. 24413).

In particolare, è stato precisato che la necessità di una comparazione discende, nella prospettiva della sentenza 23 febbraio 2018, n. 4455, dal rilievo che “i seri motivi di carattere umanitario possono positivamente riscontrarsi nel caso in cui, all’esito di tale giudizio comparativo, risulti un’effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa (art. 2 Cost.)”, valorizzando il disposto dell’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, che tutela non solo le relazioni familiari, ma anche la vita privata dell’individuo centrale e, dunque, l’intera rete di relazioni che il richiedente si è costruito in Italia: relazioni familiari, ma anche affettive e sociali, come le esperienze di carattere associativo che il richiedente abbia coltivato, le relazioni lavorative e le relazioni economiche.

Si ribadisce, dunque, il principio che, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato; con la precisazione, tuttavia, che tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alle condizioni soggettive e oggettive del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano.

Non manca neppure una indicazione casistica degli indici che riscontrano un livello elevato d’integrazione effettiva nel nostro Paese, quali la titolarità di un rapporto di lavoro, anche se a tempo determinato; la titolarità di un rapporto locatizio; la presenza di figli che frequentino asili o scuole; la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento, con il conseguente corollario che i giudici di merito dovranno valutare non solo la sussistenza di un rischio di danno legato alle condizioni oggettive e soggettive che il richiedente potrebbe trovare nell’ipotesi di rientro nel paese di origine, ma anche l’esistenza di un rischio di danno da perdita di relazioni affettive, lavorative ed economiche maturate nel periodo di permanenza sul territorio italiano.

1.3. La Corte di appello non ha fatto corretta applicazione dei principi esposti, avendo affermato, a pag. 5 della sentenza impugnata, che gli elementi forniti non dimostravano un particolare radicamento nel tessuto sociale italiano e che, piuttosto, emergevano i tratti della normale condizione della maggior parte dei richiedenti asilo che, entravano a far parte di convenzioni tipo stipulate con cooperative che gestivano l’accoglienza, esattamente come la società cooperativa Onlus Maria Cecilia di Bari presso la quale il ricorrente aveva svolto dal mese di maggio del 2019 un tirocinio, corna accompagnatore di disabili, inizialmente con una retribuzione di Euro 300,00 e da gennaio del 2020, come risultava dall’ultima busta paga, di Euro 496,00.

2. In conclusione, il ricorso va accolto; la sentenza va cassata e la causa deve essere rinviata alla Corte di appello di Torino, in diversa composizione, anche per le spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Torino in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2022

 

 

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