Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22658 del 11/08/2021

Cassazione civile sez. I, 11/08/2021, (ud. 08/03/2021, dep. 11/08/2021), n.22658

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14108/2018 proposto da:

Trasmecam S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Mecenate n. 77, presso lo

studio dell’avvocato Ferrante Michele, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Roselli Fabio, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Cirio del Monte Italia S.p.a. in Amministrazione straordinaria, in

persona dei commissari straordinari pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, Corso Rinascimento n. 11, presso lo studio

dell’avvocato Santoni Giuseppe, che la rappresenta e difende, giusta

procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 867/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 12/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/03/2021 dal consigliere Dott. Paola Vella.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Roma aveva accolto la domanda proposta dalla Cirio del Monte Italia S.p.a. in Amministrazione Straordinaria per la revocatoria L.Fall., ex art. 67, comma 2 (nel testo vigente anteriormente alla L. n. 80 del 2005) del pagamento di complessivi Euro 82.379,67 eseguiti nel cd. periodo sospetto dalla società in bonis a favore di Trasmecam S.p.a.

2. Quest’ultima ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, cui l’Amministrazione straordinaria di Cirio del Monte Italia ha resistito con controricorso, corredato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2.1. Il primo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. nonché della L.Fall., art. 67, comma 2 per avere la Corte d’appello rinvenuto “in termini induttivi la consapevolezza del dissesto aziendale della Cirio nelle notizie diffuse a mezzo della stampa nazionale nel periodo compreso tra il settembre 2002 e il novembre 2003”, così incorrendo “nella tipica praesumptio de praesumpto”, “nella misura in cui si assume quale premessa maggiore del procedimento inferenziale una fonte di conoscenza del tutto inidonea a raggiungere la prova del “fatto noto”, sa cui è fatta discendere la presunzione del “fatto ignoto””.

2.2. Il secondo mezzo censura la violazione o falsa applicazione degli artt. 2423,2423bis, 2727 e 2729 c.c. nonché della L.Fall., art. 67, comma 2, per avere la Corte d’appello ritenuto rinsaldata la scientia decoctionis dalle risultanze dei dati di bilancio, i quali invece “non rappresentano ex se una fonte qualificata per dedurre elementi obbiettivi e univoci”.

2.3. Con il terzo motivo si lamenta ancora la violazione o falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. nonché della L.Fall., art. 67, comma 2, in quanto “la pendenza di iniziative giudiziali di tenore recuperatorio e/o cautelare” non potevano ritenersi “fatti notori o comunque conoscibili da Trasmecam”.

2.4. Il quarto mezzo denuncia l’omesso esame del fatto decisivo costituito dalla circostanza – riportata nei medesimi articoli di stampa che davano conto della crisi, sui quali si fonda in massima parte la decisione – che vi erano “prospettive concrete di ripresa economica, da perseguirsi attraverso l’intervento di terzi e il finanziamento degli istituti di credito” e che “il governo italiano aveva dato la propria disponibilità a finanziare il ramo alimentare del gruppo Cirio” (circostanza dedotta a pag. 5 dell’atto di appello e della comparsa conclusionale in appello: v. all. 5 ricorso).

3. Tutti i motivi sono inammissibili poiché, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, mirano in realtà a rinnovare la valutazione dei fatti storici e delle risultanze probatorie effettuata dai giudici di merito (Cass. Sez. U, 34476/2019). D’altro canto, ammettere un sindacato sulla sufficienza o razionalità della motivazione in ordine alle quaestiones facti significherebbe consentire un inammissibile raffronto tra le ragioni del decidere espresse nella sentenza impugnata e le risultanze istruttorie sottoposte al vaglio del giudice del merito (Cass. Sez. U, 28220/2018).

3.1. Ai fini dell’inammissibilità del primo motivo vanno altresì richiamati i numerosi precedenti specifici di questa Corte (Cass. nn. 7163-7166 del 2020; Cass. nn. 27552 e 12699 del 2019; Cass. n. 6008 del 2017), la quale, pronunciandosi in analoghi giudizi promossi dall’odierna controricorrente, ha affermato che: “ai fini dell’accertamento della scientia decoctionis il giudice può avvalersi di presunzioni semplici, come quella fondata sul fatto che, secondo l’id quod plerumque accidit, una notevole parte della popolazione (ivi inclusa quella che dirige o collabora all’attività d’impresa) sia solita consultare la stampa ed informarsi di quanto essa pubblica, comprese le notizie relative allo stato di dissesto della società poi fallita (Cass. 3299/2017, Cass. 11546/2019). Il giudice di merito ben può quindi, tenendo in considerazione le risultanze del caso concreto e le fonti di conoscenza poste al suo vaglio, trarre dalle caratteristiche di una campagna di stampa che gli risulti dimostrata (valorizzando il numero e la frequenza delle notizie pubblicate, la diffusione su ampia scala del giornale, la descrizione della gravità della situazione rappresentata negli articoli divulgati e la dovizia dei particolari in essi contenuti) argomenti per valutare se la medesima possa costituire un indizio utile ai fini della dimostrazione della sussistenza della scientia decoctionis da parte dell’accipiens. La scelta degli elementi che costituiscono la base della presunzione e il giudizio logico con cui dagli stessi si deduce l’esistenza del fatto ignoto costituiscono poi un apprezzamento di fatto che, se adeguatamente motivato, sfugge al controllo di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass. 3854/2019)”.

3.2. Con riguardo al secondo motivo deve aggiungersi che i dati di bilancio non sono stati valutati solo ex sé (v. Cass. 27552/19) bensì in sinergia con gli ulteriori elementi indiziari valorizzati dai giudici di merito, tra i quali quelli oggetto del terzo motivo.

3.3. Infine i fatti allegati con il quarto motivo non rivestono il necessario carattere della decisività, ferma restando l’implicita valenza preponderante degli elementi presuntivi evidenziati dalla Corte d’appello e senza considerare che, come eccepito anche nella memoria difensiva, la ricorrente non si è peritata di individuare la discordanza tra le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle valorizzate nella sentenza d’appello, ai fini dello scrutinio di ammissibilità ex art. 348-ter c.p.c.

4. Alla inammissibilità del ricorso segue la condanna alle spese, liquidate in dispositivo.

5. Sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (cfr. Cass. Sez. U, n. 23535/2019 e n. 4315/2020).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre a spese forfettarie nella misura del 15 per cento, esborsi liquidati in Euro 200,00 ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

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