Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22637 del 08/11/2016


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Cassazione civile sez. III, 08/11/2016, (ud. 12/10/2016, dep. 08/11/2016), n.22637

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – rel. Presidente –

Dott. SCARANO Luigi A. – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8397-2014 proposto da:

D.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE BELLE ARTI

7, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA FERRANTI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARILISA MENEGHEL

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F.M.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

OTTAVIANO 66, presso lo studio dell’avvocato ANDREA VIEL,

rappresentata e difesa dagli avvocati ANDREA MALTONI, ALBERTO

MALTONI giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2427/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 14/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/10/2016 dal Consigliere Dott. ANGELO SPIRITO;

udito l’Avvocato ALESSANDRA FERRANTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE TOMMASO che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

D.G. espose: che aveva prestato lavoro subordinato alle dipendenze della Cortina International s.r.l., senza essere regolarizzata; che con atto di cessione di quote del 21 maggio 1997 ne era divenuta formalmente socia, acquistando una quota pari al 2,38% del capitale sociale, ma di fatto continuando a prestare lavoro subordinato; che la quota residua (97,62%) era posseduta da F.M.G., amministratrice e legale rappresentante della società; che in data 15 gennaio 1998, a seguito dell’indebitamento della società, era stata indotta a sottoscrivere, insieme a F.M.G., una confideiussione, con la quale si erano obbligate personalmente e solidalmente verso la Cariverona s.p.a., garantendo l’obbligazione assunta dalla Cortina International s.r.l. nei confronti di questa banca, per l’importo di Lire 260.000.000; che, dopo che la banca aveva agito nei loro confronti, era stato con essa concordato transattivamente il pagamento di una percentuale del debito pari a Lire 180.000.00; che al versamento della somma aveva provveduto personalmente in data 30 dicembre 1999, utilizzando fondi messi a disposizione della società da terze persone; che contestualmente al versamento aveva firmato una scrittura nella quale aveva dichiarato di riconoscere che gli assegni circolari utilizzati per la definizione transattiva della posizione debitoria di Cortina International s.r.l. nei confronti di Cariverona Banca s.p.a. erano stati messi a disposizione da terzi per conto e negli interessi di F.M.G., ed aveva aggiunto di non volersi surrogare nelle ragioni della banca creditrice verso il debitore principale e di non esercitare il diritto di regresso nei confronti del debitore medesimo e della confideiubente; che, dopo che ella si era rivolta al giudice del lavoro per ottenere l’accertamento della sussistenza del suo rapporto di lavoro subordinato e del diritto alle differenze retributive, F.M.G., con ricorso del 18 giugno 2002, aveva chiesto e ottenuto dal Tribunale di Belluno l’emissione nei suoi confronti di un decreto ingiuntivo per la somma di Euro 92.962,24 (corrispondente a Lire 180.000.000) sul presupposto che la dichiarazione del 30 dicembre 1999 integrasse una ricognizione di debito nei confronti della confideiubente; che tale decreto doveva essere revocato in quanto la F. non vantava alcun credito nei suoi confronti avendo essa adempiuto per conto della società debitrice. Sulla base di queste deduzioni D.G. propose opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto da F.M.G..

L’opposizione, accolta dal Tribunale di Belluno, è stata invece rigettata dalla Corte di Appello di Venezia, la quale ha confermato il decreto ingiuntivo opposto, sui rilievi: che, alla stregua della documentazione in atti, doveva ritenersi mancante la prova che la D. avesse estinto l’obbligazione in qualità di mandataria della società debitrice e doveva ritenersi piuttosto dimostrata la contraria circostanza che avesse eseguito il pagamento per conto di F.M.G., utilizzando fondi di proprietà di quest’ultima; che, infatti, la scrittura del 30 dicembre 1999, sebbene non potesse essere interpretata quale riconoscimento di debito, conteneva tuttavia una dichiarazione di scienza (relativa alla provenienza del danaro) e una dichiarazione di volontà (rinunzia alle azioni spettanti al fideiussore che ha pagato il debito nei confronti del debitore principale e del confideiussore), le quali, interpretate alla luce degli altri atti e documenti presenti in atti (corrispondenza tra il legale della D. e quello della Cortina International s.r.l. anteriore al pagamento; dichiarazione resa dalla D. al giudice del lavoro il successivo 19 febbraio 2002 nell’ambito della causa per l’accertamento del rapporto di lavoro subordinato; sentenza n.92/2003 pronunciata dallo stesso giudice del lavoro), inducevano a ritenere che la D. avesse utilizzato per il pagamento fondi che la F. aveva ricevuto dai suoi genitori e dei quali aveva acquisito la proprietà; che tale circostanza, se da un lato giustificava pienamente la rinuncia della D. alle azioni di surroga e regresso (non avendovi essa titolo dal momento che non aveva provveduto al pagamento per conto e con denaro proprio), dall’altro lato legittimava la F., in qualità di confideiussore sostanzialmente adempiente, ad esercitare l’azione di regresso nei confronti della D..

Propone ricorso per cassazione D.G. attraverso tre motivi. Resiste con controricorso F.M.G..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo (omesso esame di fatti decisivi per il giudizio e che sono stati oggetto di discussione tra le parti: art. 360 c.p.c., n. 5), D.G. deduce che la Corte di merito avrebbe omesso di esaminare fatti dai quali avrebbe potuto desumersi che ella aveva eseguito il pagamento non già per conto della confideiubente ma per conto della società debitrice, estinguendo l’obbligazione principale e, per conseguenza, anche l’obbligazione dei confideiussori, senza che residuasse spazio per il regresso dell’uno nei confronti dell’altro.

I fatti decisivi che avrebbero consentito di approdare a tale diversa decisione se la Corte territoriale non ne avesse omesso l’esame, sarebbero: a) la circostanza, accertata con sentenza n. 92/2003, che la D. era sempre stata semplice lavoratrice subordinata della Cortina International s.r.l.; b) il comportamento illegittimo della società datrice di lavoro che non aveva pagato alla dipendente la giusta retribuzione nè aveva versato i contributi previdenziali; c) il pericolo nel ritardo del pagamento del debito che gravava sulla Cortina International s.r.l. nei confronti di Cariverona s.p.a.; d) la prova testimoniale assunta nel corso del processo di primo grado; e) la dichiarazione sottoscritta dalla D. in data 30 dicembre 1999; f) il verbale dell’udienza tenuta dinanzi al giudice del lavoro in data 19 febbraio 2002; g) le sentenze emesse a conclusione della causa di accertamento del rapporto di lavoro subordinato.

2. Con il secondo motivo (omesso esame di fatti decisivi per il giudizio e che sono stati oggetto di discussione tra le parti: art. 360 c.p.c., n. 5), D.G. deduce che la Corte di merito avrebbe omesso di considerare fatti il cui esame avrebbe consentito di escludere la correttezza dell’ingiunzione di pagamento, avuto riguardo alla porzione spettante ad ognuna delle confideiubenti.

I fatti decisivi che avrebbero consentito di formulare tale giudizio di non correttezza se la Corte territoriale non ne avesse omesso l’esame, sarebbero: h) gli assegni circolari e la lettera liberatoria rilasciata dalla Cariverona s.p.a. dopo il pagamento (dai quali risultava che il pagamento aveva avuto ad oggetto la somma complessiva di Lire 180.000.000), nonchè i) il decreto ingiuntivo opposto, con il quale indebitamente era stato ingiunto il pagamento della somma corrispondente di Euro 92.962,24, anzichè del 50% di essa (46.481,12) in ragione della porzione di credito che formava oggetto dell’azione di regresso.

1.1.11.2. I motivi in esame, che devono essere esaminati congiuntamente in ragione della loro connessione, sono inammissibili.

L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis alla sentenza impugnata, depositata il 14 ottobre 2013, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”.

L’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. civ., Sez. Un., 7 aprile 2014, nn. 8053 e 8054, RRvv. 629831 e 629834).

La ricorrente, nel denunciare l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio e oggetto di discussione tra le parti, non si adegua al modello legale introdotto dal “nuovo” art. 360 c.p.c., n. 5, in quanto propone la rivalutazione di una congerie di elementi istruttori per giungere ad un accertamento del fatto diverso da quello motivatamente fatto proprio dal giudice del merito.

Una simile rivalutazione era inammissibile già nella vigenza del vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 e lo è a maggior ragione alla luce della nuova formulazione della norma, specie se si consideri, tra l’altro, con riguardo alla fattispecie in esame, che gran parte degli elementi indicati dalla ricorrente come indebitamente omessi (in particolare, la dichiarazione sottoscritta dalla D. in data 30 dicembre 1999; la dichiarazione resa al giudice del lavoro il 19 febbraio 2002; la sentenza n. 92/2003 del giudice del lavoro medesimo) sono stati invece motivatamente esaminati dalla Corte di Appello e posti a fondamento della decisione impugnata.

3. Con il terzo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c.: art. 360 c.p.c., n. 3) D.G. si duole della mancata congiunta valutazione, da parte della Corte di merito, di tutti i fatti dedotti, la quale avrebbe consentito di concludere che esistevano gravi, precisi e concordanti indizi per ritenere che ella aveva pagato per conto del debitore principale estinguendone l’obbligazione. Invoca il principio di diritto secondo cui deve reputarsi viziata e censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario ad elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento.

3.3. Anche questo motivo è inammissibile.

La Corte di merito, infatti, ha confermato il decreto ingiuntivo opposto traendo la dimostrazione del fatto posto a fondamento di tale statuizione (e cioè del fatto che la D. aveva pagato con denaro e per conto della F., esponendosi al regresso di quest’ultima nei suoi confronti) dall’interpretazione della scrittura del 30 dicembre 1999 e dall’esame di altri atti e documenti prodotti (la corrispondenza tra il legale della D. e quello della Cortina International s.r.l. anteriore al pagamento; la dichiarazione resa dalla D. al giudice del lavoro il 19 febbraio 2002 nell’ambito della causa per l’accertamento del rapporto di lavoro subordinato; la sentenza n. 92/2003 pronunciata dallo stesso giudice del lavoro).

Deve dunque farsi applicazione del principio di diritto secondo cui è inammissibile la censura con cui si denunci la violazione, da parte del giudice del merito, degli artt. 2727 e 2729 c.c., per non avere posto a fondamento della decisione gli elementi presuntivi che, a soggettivo parere del ricorrente, avrebbero dimostrato la fondatezza dei suoi assunti, atteso che, per un verso, è rimesso in via esclusiva al giudice del merito il potere, discrezionale, di fare o meno ricorso a elementi presuntivi al fine di pervenire alla definizione della lite (tra le altre, v. Cass. civ., Sez. 3, 2 aprile 2009, n. 8023, Rv. 607382), mentre, per altro verso, non è censurabile, sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3″ l’esercizio in termini negativi di vale facoltà (Cass., civ. Sez. 3, 7 luglio 2005, n. 14306, Rv. 582686).

La natura della pronuncia (Cass. civ., Sez. 1, 9 maggio 2005, n.9537, Rv. 581255) e la difformità delle decisioni nei gradi di merito giustificano l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità, trovando applicazione, ratione temporis, l’art. 92 c.p.c., comma 2, nella formulazione precedente a quella introdotta dalla L. n. 69 del 2009.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 12 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2016

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