Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22624 del 08/11/2016


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Cassazione civile sez. III, 08/11/2016, (ud. 04/10/2016, dep. 08/11/2016), n.22624

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – rel. Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8180-2014 proposto da:

G.T. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, P.LE CLODIO

56 QUARTO PIANO INT. 8, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI

BONACCIO, rappresentato e difeso dall’avvocato ALDO VALENTINI giusta

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

P.L., P.M.L., P.P.;

– intimati –

Nonchè da:

P.M.L., P.L., P.P.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEL COLOSSEO, 10/A, presso lo

studio dell’avvocato FIORA GIANNI, rappresentati e difesi dagli

avvocati BERNARDO PAOLIERI, FRANCESCO PAOLIERI giusta procura

speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrenti incidentali –

contro

G.T. (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 925/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 05/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/10/2016 dal Consigliere Dott. ANGELO SPIRITO;

udito l’Avvocato ALDO VALENTINI;

udito l’Avvocato BERNARDO PAOLIERI anche per FRANCESCO PAOLIERI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE TOMMASO che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione del 9 settembre 2005, M.M.F., P.L., P.M.L. e P.P. – premesso che erano comproprietarie pro indiviso di un edificio situato ad (OMISSIS); che con scrittura privata del (OMISSIS) lo avevano concesso in comodato precario e gratuito per due anni a G.T.; e che alla scadenza del contratto l’immobile non era stato debitamente rilasciato dal comodatario – convennero quest’ultimo dinanzi al tribunale di Urbino chiedendone la condanna al rilascio dell’immobile e al risarcimento del danno, da quantificarsi in Euro 2.000,00 o nella diversa somma ritenuta di giustizia.

Si costituì in giudizio il convenuto, il quale in primo luogo eccepì l’incompetenza territoriale del giudice adito, in ragione della deroga convenzionale contenuta nella scrittura privata, in cui era stato indicato come competente il Tribunale di Perugia, Sezione distaccata di Città di Castello.

In secondo luogo, il G. eccepì l’incompetenza per materia del medesimo giudice, deducendo che la controversia avrebbe dovuto essere devoluta alla Sezione specializzata agraria atteso, da un lato, che il contratto aveva avuto ad oggetto non solo l’edificio ma anche il terreno sul quale egli svolgeva attività agricola, e considerato, dall’altro, che con precedente scrittura del 29 marzo 1988 le parti avevano stipulato una transazione preventiva (tra l’altro, da reputarsi invalida per violazione della L. n. 203 del 1982, art. 45 essendo priva della necessaria sottoscrizione delle organizzazioni professionali agricole) con la quale avevano simulato di trasformare il rapporto di mezzadria in corso in un rapporto di comodato gratuito, dissimulando, in realtà, un diverso rapporto di affitto di fondo rustico in relazione al quale il convenuto aveva regolarmente provveduto al pagamento del canone.

Il G. eccepì, ancora, l’improcedibilità della domanda L. n. 203 del 1982, ex art. 46 in quanto non preceduta dal tentativo di conciliazione e, nel merito, invocò l’accertamento del dedotto rapporto di affitto agrario.

Con sentenza del 6 agosto 2007 il Tribunale di Urbino condannò G.T. al rilascio dell’immobile in favore delle attrici.

Il primo giudice, rigettata l’eccezione di incompetenza per territorio (sul rilievo che la controversia atteneva all’occupazione sine titulo, vale a dire ad un rapporto distinto da quello di cui alla scrittura privata di comodato) e quella di incompetenza per materia (sul rilievo che ai fini dell’individuazione del giudice competente doveva aversi riguardo unicamente alla domanda delle attrici, non anche alle eccezioni del convenuto), ritenne, nel merito, che il comodato avesse avuto ad oggetto unicamente l’edificio e che, mentre vi fosse la dimostrazione dell’occupazione dell’immobile, non vi fosse invece quella dell’avvenuto pagamento del canone, atteso che l’unico mezzo di prova fornito dal G., al riguardo, era consistito nel deposito di dichiarazioni scritte di terze persone, assolutamente inutilizzabili perchè contrarie sia alla regola generale che stabilisce l’inammissibilità della prova testimoniale di patti aggiunti o contrari al contenuto di un documento (art. 2722 c.c.) sia alla regola particolare che disciplina la prova della simulazione tra le parti (art. 1417 c.c.).

Il tribunale rigettò, peraltro, l’ulteriore domanda di risarcimento del danno, sul rilievo che le attrici non avessero fornito prova del pregiudizio sofferto in conseguenza dell’illecita occupazione, e compensò le spese del giudizio nella misura di un quarto condannando il convenuto a rimborsare alle attrici la misura residua.

Con sentenza del 5 dicembre 2013, la Corte di Appello di Ancona rigettò l’appello principale proposto da G.T., nonchè l’appello incidentale proposto da P.L., M.L. e P. (anche in qualità di eredi di M.M.F., deceduta nelle more) e confermò la sentenza del primo giudice, compensando le spese del grado nella misura di un terzo e condannando l’appellante principale a rimborsare alle appellate i residui due terzi.

Per quanto ancora rileva, la Corte di merito decise sulla base dei seguenti rilievi:

1. con riguardo alla statuizione con cui il primo giudice aveva disatteso l’eccezione di incompetenza per territorio, non erano stati formulati motivi specifici di impugnazione, essendosi l’appellante limitato a richiamare una sentenza della Corte di Cassazione (la n.11122 del 1999) sul tema generale dell’ambito di efficacia delle deroghe convenzionali alla competenza per territorio, senza proporre specifiche censure alla parte della motivazione con la quale la deroga pattizia contenuta nella scrittura del (OMISSIS) non era stata ritenuta applicabile per essere fondata la domanda principale non sul rapporto contrattuale scaturente dalla predetta scrittura ma sulla dedotta occupazione sine titolo;

2. con riferimento alla statuizione con cui il primo giudice aveva disatteso l’eccezione di incompetenza per materia, contestata dall’appellante anche in ragione della dedotta applicabilità dell’art. 34 c.p.c., doveva escludersi ictu culi la sussistenza del rapporto di affitto di fondo rustico di cui il G. aveva invocato l’accertamento, posto che agli atri era stata prodotta una dichiarazione, recante la data del 10 aprile 1996 e da lui sottoscritta, di restituzione alle proprietarie del fondo sul quale accedeva l’edificio e di contestuale stipula di un comodato avente ad oggetto esclusivamente quest’ultimo: l’avvenuto rilascio del terreno già in epoca precedente alla successiva scrittura del 2001 escludeva, dunque, prima facie la configurabilità del rapporto agrario oggetto della domanda riconvenzionale del convenuto, la quale non era quindi idonea a fondare la competenza per materia della Sezione specializzata agraria, in conformità al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità;

3. se la domanda di accertamento della sussistenza del rapporto agrario era manifestamente infondata, l’ulteriore domanda con cui l’appellante aveva chiesto di “dichiarare la nullità e l’inefficacia delle dichiarazioni di sottoscrizione di contratto di comodato e di rilascio dell’immobile stante la mancanza di autorizzazione delle rispettive associazioni sindacali di categoria” era persino inammissibile, in quanto domanda nuova, formulata per la prima volta in grado di appello;

4. anche con riguardo alla statuizione di inutilizzabilità delle deposizioni scritte prodotte dal G., non erano stati formulati motivi specifici di impugnazione, essendosi l’appellante limitato a richiamare l’art. 2723 c.c., laddove la declaratoria di inammissibilità era stata fondata anche sulla disciplina concernente la prova della simulazione tra le parti;

5. con riferimento, infine, alla statuizione di rigetto della domanda risarcitoria, impugnata in via incidentale dalle attrici, doveva condividersi la decisione del primo giudice, il quale aveva evidenziato come esse non avessero nè dedotto nè tanto meno provato, neppure in via presuntiva, vicende dalle quali sarebbe potuto derivare l’asserito pregiudizio conseguente all’illecita occupazione dell’immobile, facendo riferimento, ad es., al danneggiamento o deterioramento del bene, o alla perdita di concrete possibilità di guadagno derivanti dalla sua mancata utilizzazione o disposizione.

Avverso questa sentenza, G.T. ha proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi.

Hanno resistito con controricorso P.L., M.L. e P., proponendo altresì ricorso incidentale, anche questo affidato a due motivi.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente principale ha dedotto:

“violazione ed errata applicazione dei principi in tema di officiosità della declaratoria di nullità e di onere della prova e di interpretazione dei principi della domanda e della competenza.

Violazione degli artt. 25, 26, 34, 17, 20, 1417 e 2697 c.c., L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 45, comma 1 e art. 58; L. 11 febbraio 1971, n. 11, art. 23 e artt. 1418, 1421 e 1422 c.c..

Falsa interpretazione dei presupposti di fatto e di diritto.

Travisamento”.

Sul rilievo che già in primo grado era stata eccepita la nullità dell’accordo transattivo del 29 marzo 1988 per contrasto con la L. n. 203 del 1982, art. 45 (eccezione poi ribadita in appello), il ricorrente principale ha contestato la pronuncia impugnata nella parte in cui questa ha ritenuto nuova e dunque inammissibile la domanda con cui egli aveva invocato “la dichiarazione di nullità e di inefficacia delle dichiarazioni di sottoscrizione di contratto di comodato e di rilascio dell’immobile stante la mancanza di autorizzazione delle rispettive associazioni sindacali di categoria”, atteso che la scrittura privata del (OMISSIS), contenente tali dichiarazioni (come anche quella del 10 aprile 1996), altro non era che la reiterazione di quell’accordo nullo.

Il G. ha inoltre rilevato che la Corte di merito avrebbe comunque potuto conoscere officiosamente della nullità del contratto del (OMISSIS), in conformità al disposto dell’art. 1421 c.c..

Il ricorrente ha infine contestato la pronuncia impugnata nella parte in cui ha confermato la declaratoria di inammissibilità delle dichiarazioni testimoniali volte a provare tra le parti la simulazione del contratto di comodato atteso che, venendo in considerazione una dichiarazione nulla, esse, al contrario, avrebbero dovuto reputarsi ammissibili ai sensi dell’art. 1417 c.c., perchè dirette a far valere l’illiceità del contratto dissimulato di affitto di fondo rustico, stipulato in violazione della norme imperative di cui alla L. n. 203 del 1982.

1.1. Il motivo è in parte inammissibile in parte infondato.

E’ inammissibile nella parte in cui deduce generalmente “violazione ed errata applicazione dei principi in tema di onere della prova e di interpretazione dei principi della domanda e della competenza”, “falsa interpretazione dei presupposti di fatto e di diritto” e “travisamento”, nonchè nella parte in cui deduce violazione degli artt. 25, 26, 34, 17, 20 e 2697 c.c..

Sotto il primo profilo va rammentato che il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleata dal codice di rito (tra le altre, Cass. civ., Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 19959 del 22 settembre 2014, Rv. 632466).

Sotto il secondo profilo deve ricordarsi che nel ricorso per cassazione il vizio della violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena d’inammissibilità, dedotto non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le nonne regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, così da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. civ., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 16038 del 26/06/2013, Rv. 626926 e succ. conf.).

Ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso non è dunque sufficiente la sola indicazione delle nonne ritenute violate, specie se si consideri, con riguardo alla vicenda in esame, che alcune di tali norme sono state abrogate mentre altre recano la disciplina di fattispecie del tutto eterogenee rispetto a quelle che hanno generato la controversia.

Il motivo in esame è invece ammissibile nella parte in cui deduce violazione degli artt. 1417, 1418, 1421 e 1422 c.c., L. n. 203 del 1982, artt. 45 e 58 e L. n. 11 del 1971, art. 23 in quanto queste deduzioni, diversamente dalle precedenti, non si limitano all’indicazione delle norme asseritamente violate ma contengono anche l’indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che si assumono in contrasto con le norme medesime.

Esse deduzioni sono peraltro infondate non sussistendo alcuna delle paventate violazioni.

In primo luogo la Corte di Appello ha correttamente reputato “nuova” e dunque inammissibile la domanda volta alla “alla dichiara ione di nullità e di inefficacia delle dichiara,ioni di sottoscrizione di contratto di comodato e di rilascio dell’immobile stante la mancanza di autorizzazione delle rispettive associazioni sindacali di categoria”.

La domanda di accertamento della nullità o della inefficacia del contratto di comodato stipulato con la scrittura privata del (OMISSIS) non era stata infatti ritualmente proposta dal G. nel giudizio di primo grado avendo egli in tale sede formulato, in via riconvenzionale, la diversa domanda di accertamento della sussistenza di un rapporto di affitto di fondo rustico, domanda diversa non solo per il petitum (accertamento dell’esistenza di un rapporto agrario e non della nullità o inefficacia di un contratto di comodato) ma anche per la causa petendi, essendo fondata non già sulla violazione delle norme imperative contenute nella L. n. 203 del 1982 e nella L. n. 11 del 1971 – solo incidentalmente eccepita – ma sulla simulazione relativa asseritamente posta in essere con l’accordo transattivo del 1988, con il quale sarebbe stato simulato un contratto di comodato e dissimulato un contratto di affitto agrario.

Neppure sussiste la violazione degli artt. 1418, 1421 e 1422 c.c., atteso che la Corte di merito non ha violato l’obbligo di rilevare officiosamente la nullità del contratto del (OMISSIS).

Le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un., Sentenza n. 26242 del 12 dicembre 2014) hanno chiarito che il rilievo ex officio di una nullità negoziale – sotto qualsiasi profilo ed anche ove sia configurabile una nullità speciale o “di protezione” – deve ritenersi consentito, semprechè la pretesa azionata non venga rigettata in base ad una individuata “ragione più liquida”, in tutti i casi di impugnativa negoziale (adempimento, risoluzione per qualsiasi motivo, annullamento, rescissione).

A tali ipotesi è stata aggiunta quella della domanda di risarcimento danni per inadempimento contrattuale che sia stata proposta, in via autonoma, da quella di impugnazione del presupposto contratto (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 12996 del 23 giugno 2016, Rv. 640305).

In tutte queste ipotesi il giudice ha l’obbligo di “rilevare” la nullità (così come ha l’obbligo di rilevare la nullità totale in ipotesi di impugnativa di nullità parziale, nonchè di rilevare la nullità per una causa diversa da quella allegata) indicando alle parti il vizio riscontrato, salvo che rigetti l’impugnativa per una ragione più liquida.

In mancanza di domanda di accertamento (principale o incidentale) proposta da una delle parti, il giudice ha poi la facoltà di “dichiarare” in motivazione la nullità del negozio (salvo i casi di nullità speciali o di protezione rilevati e indicati alla parte interessata senza che questa manifesti interesse alla dichiarazione), e rigettare la domanda – di adempimento, risoluzione, annullamento, rescissione, risarcimento -, specificando in motivazione che la ratio decidendi della pronuncia di rigetto è costituita dalla nullità del negozio, con una decisione che ha attitudine a divenire cosa giudicata in ordine alla nullità negoziale.

Invece, in presenza di una domanda di accertamento (principale o incidentale) proposta da una delle parti, il giudice “dichiara” la nullità del negozio nel dispositivo della sentenza, sempre con effetto di giudicato in assenza di impugnazione.

L’obbligo per il giudice di rilevare officiosamente la nullità presuppone dunque una precedente impugnativa negoziale o l’autonoma domanda di risarcimento del danno per inadempimento contrattuale: la nullità deve cioè essere rilevata d’ufficio tutte le volte che la parte di un contratto – attraverso la domanda di annullamento, di adempimento, di risoluzione, di rescissione o di risarcimento – voglia utilizzare nel processo come valido e/o come efficace quel contratto.

Nel caso di specie, le attrici non avevano tale intento avendo invece chiesto la condanna al rilascio dell’immobile per occupazione illecita; nessun obbligo di rilievo officioso era dunque configurabile in capo al giudice del merito.

Del tutto infondata è infine la censura avente ad oggetto la violazione dell’art. 1417 c.c..

Le dichiarazioni testimoniali depositate dal G. erano infatti volte a provare, in via diretta, il fatto del pagamento del canone di affitto e, in via indiretta, la sussistenza del dedotto rapporto di affitto di fondo rustico, corrispondente alla situazione reale asseritamente dissimulata dietro l’apparente rapporto di comodato simulato con l’accordo transattivo del 1988.

Lungi dall’essere dirette a far valere l’illiceità del contratto agrario dissimulato, esse erano dunque funzionali a far prevalere tale rapporto (asseritamente corrispondente alla situazione reale voluta dalle parti) su quello, meramente apparente, di comodato, e, in ragione di tale funzione, correttamente sono state reputate inammissibili dai giudici di merito proprio in base all’art. 1417 c.c., che consente la prova della simulazione tra le parti esclusivamente attraverso la c.d. controdichiarazione.

Il primo motivo del ricorso principale va dunque rigettato.

2. Con il secondo motivo G.T. ha dedotto:

“violazione ed errata applicazione dei principi in tema di competenza delle sezioni specializzate agrarie (di Perugia ovvero di Urbino) L. 14 febbraio 1990, n. 29, ex art. 9, L. 11 febbraio 1971, n. 11, art. 26; L. n. 1203 del 1982, art. 46 e di deroga contrattuale della competenza territoriale ex art. 29 c.p.c..

Violazione degli artt. 34-38 c.p.c..

Difetto di motivazione su una questione rilevante ai fini del decidere”.

11.2. Anche questo motivo è in parte inammissibile in parte infondato.

E’ inammissibile nella parte in cui deduce il vizio di difetto di motivazione della

sentenza impugnata non ostante trovi applicazione ratione temporis la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come sostituito dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito nella L. n. 134 del 2012, disposizione che si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello dell’entrata in vigore della legge di conversione, vale a dire dall’11 settembre 2012.

E’ infondato nella parte in cui deduce violazione delle norme sulla competenza, riproponendo, in sostanza, le eccezioni di incompetenza per territorio e per materia già sollevate nei gradi di merito, in ragione, per un verso, della deroga convenzionale contenuta nella scrittura privata del (OMISSIS) (in cui era stato indicato come competente il Tribunale di Perugia, Sezione distaccata di Città di Castello, in luogo dell’adito Tribunale di Urbino) e, per altro verso, della circostanza che per effetto della simulazione relativa posta in essere con la precedente scrittura del 29 marzo 1988 (tra l’altro da reputarsi invalida per violazione della L. n. 203 del 1982, art. 45 essendo priva della necessaria sottoscrizione delle organizzazioni professionali agricole), sussisteva tra le parti un rapporto di affitto di fondo rustico del quale egli aveva invocato l’accertamento in via riconvenzionale, ciò che avrebbe radicato la competenza per materia della Sezione specializzata agraria.

Con riguardo alla dedotta incompetenza per territorio va ribadito quanto già correttamente osservato dal Tribunale di Urbino (con statuizione confermata dalla Corte di Appello anche sulla base del rilievo di genericità della impugnazione) dovendosi individuare il fatto costitutivo della pretesa fatta vale in giudizio dalle attrici non già nel contratto di comodato ma nel fatto illecito costituito dall’illegittima occupazione.

La controversia dunque non rientrava tra quelle per le quali era stata pattiziamente prevista la devoluzione al Tribunale di Perugia, atteso che la deroga convenzionale ai criteri legali di attribuzione della competenza territoriale doveva ritenersi limitata, avuto riguardo al tenore testuale della clausola contenuta nella scrittura del (OMISSIS) (“per ogni e qualsiasi controversia le parti convenzionalmente demandano la competenza territoriale al Tribunale di Perugia Sez. Distaccata di Città di Castello”), alle controversie scaturenti dal contratto cui essa accedeva e dunque a quelle con le quali si facessero valere pretese che trovassero nel contratto stesso la loro fonte.

Con riguardo all’eccezione di incompetenza per materia, ribadita in appello anche attraverso il richiamo all’art. 34 c.p.c., deve anzitutto ricordarsi il consolidato orientamento di questa Corte secondo cui, nel caso di domanda di rilascio di bene immobile asseritamente occupato sine titulo, quando il convenuto spieghi domanda riconvenzionale di accertamento di un rapporto di affittanza, la competenza per materia sull’accertamento positivo o negativo del rapporto agrario impone la rimessione dell’intera controversia al giudice specializzato, inerendo entrambe le pretese all’accertamento della natura dell’unico rapporto, con conseguente nesso pregiudicante per incompatibilità, salva peraltro l’ipotesi in cui la domanda riconvenzionale risulti prima facie infondata, nel qual caso non si determina lo spostamento di competenza (Cass. civ., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 18111 del 15 settembre 2015, Rv. 636739).

L’infondatezza prima facie dell’eccezione di incompetenza in questione deve ritenersi sussistente, tra l’altro, allorchè l’eccezione medesima risulti in insanabile contrasto con la ricostruzione della situazione di fatto e di diritto operata dalla parte a sostegno delle proprie tesi difensive, ovvero manchi del supporto argomentativo minimo indispensabile per chiarire i dati essenziali del rapporto agrario dedotto (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 2069 del 05/02/2015, Rv. 634180; in precedenza v. già Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 22895 dell’11 novembre 2005, Rv. 585453).

Nella vicenda in esame la Corte di Appello ha fatto corretta applicazione del ricordato orientamento di legittimità, in quanto, con giudizio di merito incensurabile in questa sede, ha ritenuto ictu oculi insussistente il rapporto di affitto di fondo rustico posto dal convenuto a fondamento della domanda riconvenzionale ed ha conseguentemente ritenuto quest’ultima infondata prima facie e dunque inidonea a radicare la competenza per materia della Sezione specializzata agraria.

La rilevata infondatezza dell’eccezione di incompetenza per materia comporta l’assorbimento della consequenziale eccezione di improcedibilità della domanda per mancato esperimento del tentativo di conciliazione di cui alla L. n. 203 del 1982, art. 46.

Anche il secondo motivo di ricorso principale va dunque rigettato.

3. Con il primo motivo del ricorso incidentale, P.M.L., L. e P. hanno censurato, per violazione o falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., la pronuncia della Corte di merito che, confermando l’omologa statuizione del Tribunale, aveva rigettato la loro domanda di risarcimento del danno conseguente al ritardato rilascio dell’immobile illecitamente occupato.

Le ricorrenti hanno dedotto, precisamente, che il rilievo posto dalla Corte di appello a sostegno della pronuncia di rigetto – fondato sulla circostanza che esse non avevano nè dedotto nè provato, neppure in via presuntiva, elementi utili all’accertamento della sussistenza e dell’ammontare del pregiudizio asseritamente subito, per avere omesso di fare riferimento, ad es., al danneggiamento o al deterioramento del bene, oppure alla perdita di concrete possibilità di altri guadagni derivanti dall’affitto o dalla cessione a terzi dell’immobile – sarebbe errato in quanto nell’ipotesi di occupazione senza titolo di un cespite immobiliare, il danno per il proprietario usurpato dovrebbe ritenersi in re ipsa, collegandosi al semplice fatto della perdita di disponibilità del bene e all’impossibilità per il dominus di conseguire l’utilità ricavabile dal medesimo in ragione della sua natura normalmente fruttifera.

A prescindere dalle deduzioni e dalle prove fornite dal danneggiato, il giudice dovrebbe dunque provvedere alla liquidazione del pregiudizio facendo riferimento al c.d. danno figurativo e cioè al valore locativo del cespite occupato.

3.3. Il motivo è infondato.

Questa Corte ha recentemente evidenziato come, in tema di risarcimento del danno conseguente ad occupazione sine titulo di un immobile, è meramente apparente il contrasto tra le pronunce che affermano che il pregiudizio subito dal proprietario è in re ipsa, discendendo dalla temporanea perdita delle utilità normalmente conseguibili nell’esercizio delle facoltà di godimento e di disposizione del bene (ad es., Cass. civ. Sez. 3, Sentenza n. 9137 del 16 aprile 2013, Rv. 626051; Cass. civ., Sez. 2, Sentenza n. 20823 del 15 ottobre 2015, Rv. 636674) e le pronunce che onerano il danneggiato della prova di avere subito un’effettiva lesione del proprio patrimonio per non aver potuto locare o altrimenti utilizzare il bene, ovvero per aver perso l’occasione di venderlo a prezzo conveniente o per aver sofferto altre situazioni pregiudizievoli (Cass. civ. Sez. 3, Sentenza n. 15111 del 17 giugno 2013, Rv. 626875); è stato infatti chiarito come, una volta recepita la distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza (e ricondotto il danno da occupazione abusiva all’interno della categoria del danno-conseguenza), anche il primo filone di pronunce, facendo riferimento a criteri di normalità, richiede pur sempre al danneggiato di assolvere agli ordinari oneri di allegazione e prova, questi ultimi anche sulla base di presunzioni, in quanto spetta al danneggiato “allegare le situazioni fattuali dimostrative dell’esistenza del danno conseguenza” (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 15757 del 27 luglio 2015, Rv. 636177).

Correttamente, pertanto, la domanda risarcitoria è stata rigettata sul presupposto della mancanza delle necessarie allegazioni attinenti all’an e al quantum del pregiudizio asseritamente sofferto.

4. Con il secondo motivo del ricorso incidentale, P.M.L., L. e P., deducendo di essere risultate totalmente vittoriose nei gradi di merito, hanno censurato (per violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.), la statuizione resa dalla Corte di merito sulle spese di lite, con la quale queste ultime sono state compensate nella misura di un terzo.

4.4. Quest’ultimo motivo è manifestamente infondato in quanto, diversamente da quanto dedotto dalle ricorrenti incidentali, la parziale compensazione delle spese era pienamente giustificata dalla reciproca soccombenza delle parti, avendo trovato accoglimento la domanda di condanna al rilascio dell’immobile ma non anche quella di condanna al risarcimento del danno.

In definitiva, sia il ricorso principale che quello incidentale devono essere rigettati.

La reciproca soccombenza giustifica l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater deve darsi della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e delle ricorrenti incidentali dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta i ricorsi e compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e delle ricorrenti incidentali dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 4 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2016

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