Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22623 del 08/11/2016


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Cassazione civile sez. III, 08/11/2016, (ud. 04/10/2016, dep. 08/11/2016), n.22623

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – rel. Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8042-2014 proposto da:

L.F., elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE BRUNO

BUOZZI 82, presso lo studio dell’avvocato PAOLA SCROFANA, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

UNIPOL ASSICURAZIONI SPA già FONDIARIA SAI SPA in persona del suo

procuratore Dr. G.R., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DELLE FORNACI 38, presso lo studio dell’avvocato FABIO

ALBERICI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

LUCIANO GIORGI giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

B.V.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 244/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 12/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/10/2016 dal Consigliere Dott. ANGELO SPIRITO;

udito l’Avvocato PAOLA SCROFANA;

udito l’Avvocato FABIO ALBERICI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE TOMMASO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 12 febbraio 2013, la Corte di Appello di Firenze, in riforma della decisione del Tribunale di Grosseto del 21 maggio 2009, ha rigettato la domanda proposta da B.B., L.F. e B.V. nei confronti della Fondiaria Sai Assicurazioni s.p.a., avente ad oggetto il risarcimento, oltre il massimale, dei danni conseguenti all’incidente stradale in cui era deceduta la loro prossima congiunta, B.M., e fondata, oltre che sulla responsabilità esclusiva di P.P., assicurato con la Fondiaria Sai (il quale aveva provocato l’incidente invadendo con la propria auto l’opposta corsia di marcia e collidendo con la vettura su cui viaggiava la vittima), sulla inala gestio della società di assicurazione, la quale avrebbe indebitamente ritardato la corresponsione dell’indennizzo (dei due pagamenti effettuati in favore degli aventi diritto il primo era stato posto in essere a distanza di circa due anni dal sinistro, il secondo solo dopo la condanna generica, comprensiva di provvisionale, riportata dal P. in sede penale) ed avrebbe altrettanto indebitamente contenuto la complessiva somma versata entro i limiti del massimale (75.000.000 di Lire) stabilito dalla clausola di polizza per “persona lesa o deceduta” senza considerare il numero dei congiunti della vittima, ognuno dei quali avrebbe avuto diritto di ricevere una somma corrispondente al massimale medesimo.

Per quanto ancora rileva, la Corte di merito ha deciso sulla base dei seguenti rilievi:

– in primo luogo, in conformità a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, doveva escludersi che l’obbligazione dell’assicuratore variasse quantitativamente al variare della platea dei superstiti, poichè la clausola di polizza, nel prevedere il massimale di 75.000.000 di Lire, si riferiva alla “persona lesa o deceduta”, di tal che era evidente che questa somma era stata pattiziamente stabilita in relazione alla vittima dell’incidente e non in relazione ai titolari del diritto al risarcimento;

– in secondo luogo, non sussisteva il dedotto indebito ritardo nell’adempimento, in quanto il primo pagamento (di Lire 60.000.000, pari a quattro quinti del massimale), sebbene avvenuto dopo circa due anni dal sinistro (verificatosi in data 17 giugno 1984), era stato tuttavia posto in essere prima della scadenza dello spatium deliberandi di 60 giorni di cui alla L. n. 990 del 1969, art. 22 atteso che la prima richiesta del legale dei danneggiati recava la data del 16 giugno 1986 e il pagamento risultava essere stato effettuato alla data del 23 luglio successivo;

– in terzo luogo, la circostanza che fosse sub judice l’accertamento della responsabilità esclusiva dell’assicurato rendeva ragionevole il trattenimento, da parte dell’assicuratore, del quinto residuo (Lire 15.000.000), posto che, vertendosi in ipotesi di sinistro stradale originato da uno scontro di veicoli, sarebbe stato astrattamente ipotizzabile, fino al predetto accertamento, un concorso di colpa del conducente dell’autovettura sulla quale viaggiava la vittima;

– in quarto luogo, il pagamento, in data 18 gennaio 1989 (subito dopo la sentenza penale di primo grado), dell’ulteriore somma di Lire 36.525.000 consentiva di ritenere “pienamente coperte” le somme eventualmente dovute a titolo di interessi e rivalutazione sull’importo di Lire 15.000.000 (l’unico di cui il tardivo pagamento avrebbe potuto rappresentare mala gestio) atteso che tale somma eccedeva l’importo medesimo di Lire 21.525.000, mentre il cumulo di interessi e rivalutazione ammontava a Lire 6.046.849.

Doveva pertanto escludersi l’ipotizzata responsabilità della Fondiaria Sai per mala gestio, non sussistendo nè il dedotto ingiustificato ritardo nell’esecuzione della prestazione nè la dedotta inesattezza quantitativa della stessa.

La sentenza della Corte di Appello di Firenze è stata impugnata da L.F. con ricorso per cassazione articolato in due motivi.

Ha resistito con controricorso la UnipolSai Assicurazioni s.p.a. (già Fondiaria Sai s.p.a.), la quale ha preliminarmente invocato l’integrazione del contraddittorio nei confronti del litisconsorte necessario, P.P., proprietario e conducente dell’autovettura assicurata, nonchè responsabile del sinistro del 17 giugno 1984, rimasto contumace sia in primo che in secondo grado, nei cui confronti non era stato proposto il ricorso per cassazione.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va anzitutto delibata la questione pregiudiziale di rito posta dalla Fondiaria Sai s.p.a. in ordine all’eccepita necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di P.P..

In proposito deve ricordarsi il condivisibile orientamento di questa Corte, secondo cui il rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo impone al giudice di evitare comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso e si traducano in un inutile dispendio di energie processuali e di formalità non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dall’effettivo rispetto del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c.; pertanto, nel giudizio avente ad oggetto l’azione diretta proposta dal danneggiato in un sinistro stradale nei confronti dell’assicuratore del responsabile, qualora sia stata chiesta la condanna del solo assicuratore, va esclusa, in sede di legittimità, la necessità dell’integrazione del contraddittorio nei confronti del proprietario del veicolo, rimasto contumace in primo e secondo grado, atteso che l’integrazione del contraddittorio, pur prevista dalla legge, si risolverebbe esclusivamente in un pregiudizio per le parti costituite senza produrre alcuna concreta contrazione dei diritti sostanziali e processuali della parte esclusa (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 4342 del 23 febbraio 2010, Rv. 611903).

Il principio in parola deve trovare applicazione anche nella fattispecie di cui all’odierno ricorso, in quanto la condanna per mala gestio, oggetto della riforma contenuta nella sentenza impugnata, riguardava ovviamente la sola società di assicurazione e non anche il litisconsorte necessario, i cui diritti non rischiano pertanto di subire una contrazione per effetto della sua pretermissione nel presente giudizio di legittimità.

Non vi è dunque necessità di ordinare l’integrazione del contraddittorio nei confronti di P.P..

2. Con il primo motivo di ricorso, L.F. ha dedotto “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ed in particolare sulla mala gestio e sull’interpretazione della clausola riguardante il massimale di polizza per il risarcimento del danno non patrimoniale subito”.

Secondo la ricorrente, la Corte di merito avrebbe escluso la mala gestio ritenendo “genericamente fondato il primo motivo di appello, ma senza precisare quale esso sia, nè sulla base di quali presupposti esso risulterebbe fondato e, comunque, limitandosi a riportare la mera enunciazione delle argomentazioni formulate dalla compagnia di assicurazioni con riguardo agli altri motivi di appello”.

La Corte avrebbe poi `massimizzato” genericamente la tesi degli appellati riguardo al massimale di polizza, ritenendola manifestamente infondata perchè asseritamente in contraddizione con la lettera e la logica della clausola, inferendone genericamente la fondatezza del primo motivo di appello.

Entrambe le conclusioni sarebbero dunque meritevoli di censura “non risultando in alcun modo spiegate, nè in fatto, nè in diritto le ragioni che hanno portato ad accogliere i motivi di appello formulati dalla Fondiaria Sai e a riformare integralmente la sentenza pronunciata dal giudice di prime cure”, ed essendosi la Corte di merito limitata a respingere le domande “senza alcun riferimento ai motivi di diritto o alla diversa interpretazione dei fatti sui quali di sarebbe formato il proprio convincimento e, comunque, con un ragionamento insanabilmente viziato da motivazione carente, lacunosa, contraddittoria e priva di qualsiasi pregio giuridico”.

2.1. Il motivo è inammissibile.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. (Cass. civ., Sez. Un., Sentenze nn. 8053 e 8054 del 7 aprile 2014, RRvv. 629830 e 629833; v. anche Cass. civ., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 21257 dell’8 ottobre 2014, Rv. 632914).

Ai sensi della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – applicabile alle sentenze pubblicate dopo l’11 settembre 2012 e dunque anche alla pronuncia impugnata con il ricorso in esame, depositata il 12 febbraio 2013 – il controllo sulla motivazione è dunque possibile solo con riferimento al parametro dell’esistenza e della coerenza, non anche con riferimento al parametro della sufficienza.

Nella vicenda in esame non solo devono escludersi vizi riconducibili all’inesistenza (sotto il profilo della mancanza assoluta o della mera apparenza) o all’incoerenza della motivazione (sotto il profilo della sua perplessità, dell’obiettiva incomprensibilità o della sussistenza di un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili) – atteso che, al contrario, la Corte di merito ha esaustivamente dato conto delle ragioni per le quali ha escluso sia il colpevole ritardo della società di assicurazione nell’adempimento della propria obbligazione (non sussistendo violazione dello spatium deliberandi conseguente alla costituzione in mora L. n. 990 del 1969, ex art. 22 e D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 145) sia l’inesattezza quantitativa della prestazione effettuata (alla luce di un’interpretazione della clausola di polizza condotta sulla base di corretti canoni di ermeneutica contrattuale e confortata anche dal richiamo a diversi precedenti di legittimità) – ma deve ritenersi che tali vizi non siano stati neppure denunciati, considerato che la ricorrente, pur facendo formale riferimento non solo all’insufficiente e contraddittoria motiva ione su un punto decisivo della controversia “ma anche ma anche all’omissione” di essa, ne ha tuttavia sostanzialmente censurato l’insufficienza, ritenendo la motivazione “carente, lacunosa, contraddittoria e priva di qualsiasi pregio giuridico”.

La censura non è pertanto ammissibile in quanto volta a suscitare un sindacato non più consentito alla Corte di legittimità.

3. Con il secondo motivo di ricorso, L.F. ha dedotto “violazione e falsa applicazione delle norme di diritto e delle clausole contrattuali in tema di mala gestio, nonchè delle norme in materia di risarcibilità del danno non patrimoniale”.

Secondo la ricorrente, la sentenza impugnata concreterebbe un’evidente violazione della “normativa vigente e in assenza di riferimento a clausole contrattuali in tema di mala gestio” sia in relazione alla ritenuta esclusione del colpevole ritardo dell’assicuratore in conseguenza del rispetto dello spatium deliberandi di 60 giorni di cui alla L. n. 990 del 1969, art. 22 sia in relazione all’interpretazione della clausola di polizza sul massimale in senso sfavorevole ai danneggiati.

3.2. Anche questo motivo è inammissibile.

Per un verso, infatti, non è possibile suscitare il sindacato della Corte di Cassazione sull’eventuale violazione di clausole contrattuali, le quali non rientrano nel novero delle “norme di diritto e dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro” previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Per altro verso, neppure è possibile suscitare il sindacato della Corte di legittimità sulla generica violazione delle “norme di diritto … in tema di mala gestio, nonchè delle norme in materia di risarcibilità del danno non patrimoniale” atteso che l’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 esige, ai fini della specificità e tassatività dei motivi di ricorso per cassazione, che siano puntualmente indicate le norme di diritto su cui gli stessi si fondano.

Questa Corte ha del resto ripetutamente affermato che quando nel ricorso per cassazione è denunziata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla Corte di Cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 828 del 16 gennaio 2007, Rv. 593743; Cass. civ., Sez. L, Sentenza n. 15768 del 16 luglio 2007, Rv. 598365; Cass. civ., Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 635 del 15 gennaio 2015, Rv. 634359).

Nel caso di specie, non risultano pertanto sviluppati argomenti in diritto con i contenuti richiesti dal combinato disposto degli artt. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, di tal che anche il secondo motivo di ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio cassazione seguono la soccombenza e vengono liquidate Come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente a rimborsare alla resistente le spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 7.200,00, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 4 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2016

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